GIOVANNINO

Fin da ragazzino faceva cose strane, distinguendosi per questo dagli altri figlioli del Milio, tutti come si deve. Se i fratelli lo ammiravano, il Milio invece temeva che andasse a prendere qualche strada storta, le quali per lui erano quelle che non portavano diritte al podere, dove le braccia per lavorare non bastavano mai. Qualunque cosa gli capitasse di vedere, per Giovannino era diversa da come si mostrava agli altri, tanto ci lambiccava sopra con la sua sbrigliata fantasia.

Una pennata che tagliava un ramo, diventava una mannaia che mozzava la testa di un cattivo. Salendo a cavalcioni sopra un tronco caduto nel bosco, faceva conto di trovarsi sulla groppa di un cavallo selvaggio. Taluni ciocchi di erica ammucchiati nella legnaia, si trasformavano in teste di animali fantastici. Il soffietto che soffiava sul fuoco era per i fratelli un semplice soffietto che soffiava sul fuoco, e per lui un vento impetuoso uscito dalla bocca di un drago.

Quando non scorrazzava per la campagna dietro alle sue chimere, se ne stava rinchiuso in uno scantinato dove s’ammucchiavano le cose che non servivano più: mobili sfasciati, lanterne arrugginite, scarponi che spalancavano le suole schiodate come bocche ghignanti, fucili a bacchetta con la canna a trombone simili a quelli dei briganti, abiti di qualche trisavola lunghi e stecchiti coperti di polvere e di muffa, spaventapasseri dall’aria rassegnata e patetica di vecchi clown in pensione, tegami sforacchiati, arcolai tarlati, bigonce sdogate, corbelli sfondati, e un’infinità di altre «delizie» he eccitavano il ragazzo, alle quali dava un volto, un significato, una funzione irreali.

Già prima, quando veniva la Befana, ai figlioli del mugnaio e del fattore portava giocattoli bellissimi, mentre a loro della nidiata del Milio recava soltanto le castagne secche, le noci e un paio di calzerotti di lana di pecora per tener caldi i piedi durante l’inverno.

Quella volta che al figliolo del mugnaio la Befana regalò un magnifico aeroplano, fra i ragazzi del vicinato successe il finimondo. Tutti lo volevano toccare, ci volevano giocare, lo sognavano la notte e si sentivano infelici per non poterlo possedere. Soltanto Giovannino rimase tranquillo e non provò alcun sentimento di gelosia. Anzi la vista di quel modello fu uno stimolo per il suo ingegno.

Si rinchiuse due giorni in cantina e riuscì a farne una copia in grandezza maggiorata, la quale, se come estetica non poteva competere con l’originale, tuttavia la carlinga in compensato sottilissimo e le ali composte da un telaio di vimini ricoperto di seta, gli conferivano una tale leggerezza che se lo lanciavi a mo’ d’aquilone, e lo aiutava il vento, si librava nell’aria come una grande libellula.

Man mano che cresceva con gli anni le ingegnose stranezze di Giovannino si moltiplicavano. E se da piccolo erano viste con una certa indulgenza, da grandicello suscitarono la preoccupazione dei genitori i quali, quando nacque e videro cosa ci aveva fra le gambe, gioirono al pensiero di aver messo al mondo due buone braccia virili per lavorare il podere. Se la moglie del Milio s’era trasformata in una macchina fabbricafiglioli, era stato per questo e non per allevare acchiappafarfalle e teste balzane.

Il Milio aveva fatto diverse partacce a Giovannino per fargli intendere la ragione, ma non c’era stato verso: a lui la terra andava proprio indigesta. E sopportando pazientemente le punizioni del padre, continuava a starsene a giornate intere dietro alle sue invenzioni.

Una volta, per ammansire il padre, gli costruì un aggeggio per tirar su l’acqua dal pozzo. Utilizzando i pezzi più disparati, come canne di vecchie biciclette, pedivelle, moltipliche, la ruota di un aratro in disuso ed altro, mise insieme un marchingegno che sistemò sopra il pozzo appendendovi due secchie. Per un gioco complesso ma insieme semplice di quegli strani ingredienti, bastava girare la ruota con nessuna fatica perché una secchia vuota scendesse ad attingere l’acqua e nel contempo l’altra piena risalisse dal fondo del pozzo.  

Dapprima il Milio ne fu incuriosito, e anche se non lo voleva ammettere parve provare un certo interesse per quell’affare. Ma poi scosse la testa, sentenziando che per attingere un po’ d’acqua non valeva la pena e bastavano le mani.

Giovannino non fu dello stesso avviso e continuò a far scendere e salire le secchie per migliorare l’invenzione e brevettarla. Finché la corda si sganciò e i due recipienti di rame che al Milio erano costati diverse pollastre, precipitarono nel profondo del pozzo e non fu possibile recuperarli.

Il Milio andò su tutte le furie e si scagliò contro il figliolo apostrofandolo con i peggiori epiteti e minacciandolo, se si ostinava in quella sua condotta sciagurata, di cacciarlo di casa.

Giovannino, impermalito, non lo lasciò finire, prese le gambe e correndo a precipizio attraverso prode e poggi andò a buttarsi nel fiume. Fortuna che, nella sua foga, non aveva scelto il punto adatto per annegare, e lì dov’era cascato l’acqua gli arrivava appena alle chiappe. Sicché l’unica conseguenza fu una gran botta al sedere che continuò a dolergli per una settimana.

Già altre volte il Milio era stato duro con lui. Quando le faccende erano a gola, le aveva tentate tutte per stanarlo dal suo buco e mandarlo nei campi con i fratelli. Ma lui aveva sempre risposto con gesti malsani: tanto lo divorava la passione per ciò che faceva, che il distoglierlo con la forza si rivelava pericoloso. Per cui finirono con l’accettarlo com’era, e col volergli bene lo stesso. «In fondo», si rassegnò il Milio, «meglio così che infelice. Dio poteva farmelo nascere sciancato o cieco, e allora era peggio assai.»

Da quel giorno Giovannino li abbandonò completamente al loro destino di bifolchi, e visse più che mai in una propria dimensione. La sua mente fu presa per intero da un grande progetto che vagheggiava da anni, la costruzione di una macchina volante tutta sua, con la quale anche fisicamente potersi innalzare sopra i comuni mortali. Se ne stava per ore nei prati a studiare il volo degli uccelli, li catturava con le reti, li prendeva in mano, apriva loro le ali, li osservava attentamente e infine li lasciava andare. Faceva grandi disegni sulle pareti del suo stanzone, finché tutti e quattro i muri furono pieni di uccelli per i quali i fringuelli, i merli, le cinciallegre avevano fornito solo lo spunto alla sua immaginazione, tanto erano diversi nelle dimensioni e nelle forme, colorati e surreali. E sempre più accentuandosi la metamorfosi nei vari passaggi, prendevano la forma di strani aeroplani.

Si arrivò all’estate del ’44, il fronte della guerra si avvicinava sempre più e i caccia americani passavano molto bassi per mitragliare le colonne tedesche sulla strada provinciale. Sotto lo stimolo di questi esempi che gli saettavano sopra la testa, aumentò ancora l’entusiasmo di Giovannino per la sua macchina volante e la volontà di realizzarla.

Con la guerra erano cambiate in peggio diverse cose anche al podere, rendendo triste ciò che prima era lieto. Due fratelli partirono per il fronte: il più grande, dopo l’otto settembre del ’43, riuscì a scappare e tornare a casa, ma l’altro morì in Russia nel corso della drammatica ritirata da Stalingrado in mezzo alla neve e al gelo.

Quando trebbiarono il frumento non ci fu più il clima festoso di una volta. A parte tutto il resto, le paure, i dolori, sull’aia c’erano due fascisti in divisa che facevano la guardia alla trebbia perché nemmeno un chicco di grano venisse sottratto all’ammasso. Quei due uomini neri che non erano della loro razza contadina ma intrusi con le mani senza calli, costituivano già di per sé due note stonate che guastavano la festa. Quando la sera sfogliavano il granturco sull’aia, mancavano i lumi per via dell’oscuramento e molti giovanotti non c’erano più, morti, prigionieri o nascosti alla macchia. Non si potevano avviare i balli al suono delle fisarmoniche, e tutto era più squallido e malinconico.

Ogni tanto arrivavano pattuglie di tedeschi a fare razzia di bestiame. Al Milio gli avevano preso un vitello e un maiale. Ma la paura più grossa era che catturassero i cristiani per portarli a lavorare in Germania, o peggio ancora tenerli come ostaggi. Appena sentivano dire che c’era qualche soldato in giro, gli uomini validi andavano a rimpiattarsi come animali nella tana.

 

Un giorno verso la fine d’agosto, una pattuglia di tedeschi videro in un campo un giovanotto che si aggirava intorno a una specie di grosso uccello bianco. Si avvicinarono gridando e gli puntarono contro i fucili intimandogli l’alt, anche se Giovannino (ché di lui si trattava) era già immobile come un palo.

«Alza le mani e avvicinati piano!» gridò il capo.

Il giovane fissava in silenzio, con grandi occhi stupefatti, quegli uomini armati fino ai denti che lo aggredivano come se invece di una persona tranquilla fosse un fortino da espugnare; che venivano a disturbarlo nel suo pacifico esperimento in mezzo al suo campo, a dettar legge nel suo regno, come per dir loro:

«Con quale diritto? Che volete da me? Me, le vostre beghe non mi toccano, e le posso guardare dall’alto perché  presto volerò, poveri insetti cattivi che uccidete i vostri simili.»

E con quelle monture da combattimento addosso, gli stivali duri, le armi balenanti al sole, gli elmetti squadrati e cupi — il tutto elaborato come al solito dalla sua fantasia esaltata gli sembrarono guerrieri delle leggende della nonna.

Finché ritrovò il senso del reale, e dopo aver mosso  alcuni passi verso di loro, con uno scatto fulmineo prese a correre scomparendo in un campo di granturco i cui steli lo nascosero ai soldati. Essi, infuriati per la beffa subita da quello sbarbatello, si misero ad inseguirlo urlando e sparando a casaccio in mezzo a quel verde. Il granturco cadeva devastato dai loro passi e falciato dalle raffiche di mitra mentre gli uccelli volavano via spaventati.

Alcuni vecchi contadini che lavoravano lì vicino, drizzarono gli orecchi come gazzelle al ruggito del leone. Quelle bestemmie e quegli spari avevano squarciato il velo di una pace antica, profanato una terra dove fin dalla nascita conducevano una vita laboriosa e umile. Fino allora la guerra era stata altrove, ne avevano sentito parlare da qualche reduce o dalla radio all’osteria. Adesso era piombata improvvisa come un’ira d’Iddio in mezzo a loro. Le piante di granturco continuavano a venir spezzate dalle raffiche di quegli energumeni, che cercavano di supplire con quel fuoco infernale all’inferiorità nella corsa.

Finché si sentì un grido atroce là in mezzo al granturco. E dove questo finiva Giovannino uscì allo scoperto e brancolò qualche istante, spalancò le braccia come a voler spiccare il volo e invece cadde bocconi con le gambe spezzate e il sangue che imbibiva la terra.

I soldati sbucarono dal granturco e gli furono sopra nell’atto di colpirlo con calci e pugni, ma subito si arrestarono ammutoliti.

Un vecchio e sua moglie, lì a pochi passi in un campo di fieno, abbandonarono i rastrelli e si avvicinarono al ferito. Perdeva molto sangue e gemeva, ma con voce flebile, quasi spenta. L’uomo s’inginocchiò accanto a lui, accostò le palme, alzò gli occhi al cielo e disse soltanto: «Dio mio, Dio mio!»

I soldati confabularono un po', quindi il capo fece un gesto per dire: «Andiamo!»

La vecchia si chinò un istante come una pia donna sul corpo del Cristo, ma subito si staccò da lui e cominciò a correre verso il casolare del Milio urlando aiuto. «Gesù, Gesù!... Nemmeno a un cane rabbioso si fanno queste cose!» ripeteva scuotendo la testa e piangendo come una creatura in fasce.

Sull’aia c’era il Milio, già messo in allarme dalla sparatoria, e alla notizia si precipitò nella stalla per attaccare l’asino al barroccio. Vi stesero sopra una coperta e un lenzuolo adagiandovi Giovannino che appariva più bianco di quel telo. Fecero a pezzi degli asciugamani di canapa e gli fasciarono strette le gambe perché non uscisse più sangue, ma già ne aveva perso molto. Poi il Milio frustò l’asino e via di corsa verso il dottore.

Faceva caldo, il sole si trovava a picco sopra di loro, la strada si snodava bianca di polvere che formava una scia dietro il barroccio. Il Milio, sgomento, continuava a frustare l’asino come a volerlo trasformare in un cavallo di razza. Si voltava spesso a guardare Giovannino che sobbalzava sul barroccio. Il cielo appariva di un bell’azzurro ed era lassù che gli occhi del giovane guardavano fissi, ma non vedevano nessun azzurro bensì una nebbia lattiginosa e mefitica, e nella nebbia grandi uccelli neri dall’aspetto meccanico che sbattevano le ali. Il barroccio continuò la sua corsa sulla strada in mezzo alla campagna deserta e silenziosa, con qualche cicala che cantava sui pioppi tremuli: l’asino che sudava tutto e umilmente faceva il suo dovere, il Milio che schioccava la frusta e lo incitava a voce, il corpo del povero ragazzo sobbalzante sulle tavole, con la nebbia e gli uccellacci meccanici sopra di sé...

Fu quando imboccarono la strada provinciale che la nebbia ai suoi occhi si dileguò, all’improvviso divenne notte nera e gli uccelli-robot smisero di svolazzare sul veicolo. Come nulla fosse successo, il Milio continuava disperatamente a spronare l’asino. Lui non se n’era accorto, ma quella specie di brutti pipistrelli, andandosene via in silenzio, si erano portati dietro anche la vita del suo figliolo.

                                              Giacomo Paolini

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