LA GUARDIA E L’UOVO

 

Alle nove di sera la guardia notturna Pietro arrivò puntuale all’Istituto di credito, come amava chiamarlo anche se tutti dicevano banca. La stessa parola «guardia» era da lui scartata, preferendole quella più distinta di vigilante. La guardia — pensava — si fa ai maiali e alle pecore, i tesori si sorvegliano, si controllano, si vigilano appunto.

Era nato da poveri contadini quando il mondo era diverso e non esistevano ancora i vigilantes, ultimo di sette figlioli che s’erano mezzo ammazzati a lavorare una terra ingrata sotto l’occhio severo di un padre padrone, il quale in realtà padrone lo era soltanto dei figlioli e della loro madre e moglie sua. Non possedeva né terra né casa né nulla, e anche lui aveva un padrone, vero quello, tirchio ed esigente, che gli teneva alle calcagna un mastino di fattore implacabile.

Pietro aveva conservato una ruvidità di maniere e un’andatura da guardiano di vacche che arranca sospingendo gli animali su per le prode; anche se adesso al posto delle brache di fustagno indossava un bel paio di calzoni grigioferro con due bande azzurre ai lati, quelli della sua divisa. E continuava a usare nel parlare certe espressioni vernacole e antiquate che facevano ridere i colleghi e gli impiegati.

Però aveva il senso dell’importanza del suo incarico e dentro di sé si compiaceva di esagerarla. Allorché a notte fonda penetrava nelle viscere sotterranee del­l’Istituto per i controlli di routine, pensava con orgoglio che la sicurezza di tutti quei tesori era affidata a lui, e i ricchi clienti che ve li avevano depositati grazie a lui potevano dormire sonni tranquilli. Le fisionomie dei più importanti gli erano note. Le aveva osservate mille volte molto tempo prima, quando faceva il turno di giorno all’ingresso principale. Si trattava di persone davanti alle quali tutti si scappellavano, e adesso, nelle lunghe ore della notte trascorse in solitudine, gli sembrava di rivederle proprio fisicamente, mentre gli puntavano il dito contro e lo ammonivano: «Ricordati che sei responsabile delle nostre ricchezze.»  

A differenza dei colleghi che si alternavano nei servizi diurni e notturni, interni ed esterni di sorveglianza o di scorta, Pietro rimaneva fisso a fare il vigilante di notte di quell’importante «sede centrale». Questo perché, dai superiori, non era ritenuto adatto a svolgere mansioni che richiedevano, oltre a un’età più giovane e un ben altro vigore fisico da contrapporre ai malfattori, anche un certo savoir-faire con i clienti. 

Bassotto, gobbo e semplicione era meglio che se ne stesse da solo, la notte, come un orso nella sua tana, dove non poteva far fare brutte figure né all’Istituto di vigilanza né a quello di credito.

Erano stati costretti ad assumerlo da un certo onorevole il quale aveva aderenze e interessi con banche che si avvalevano della vigilanza privata. Visto il soggetto, quelli della Vigilanza s’erano mostrati riluttanti a ingaggiarlo, ma l’onorevole aveva insistito talmente che un diniego poteva essere scambiato per uno sgarbo, con tutte le conseguenze negative che avrebbe comportato per i loro affari. Il fatto era che il Nostro, al tempo delle elezioni, gli aveva fatto da galoppino, contribuendo non poco a fargli conquistare il seggio in par­lamento.

Per Pietro, le notti passate là dentro erano interminabili e vuote. Ogni tanto, fra un giro e l’altro d’ispezione ai sotterranei, cedeva al bisogno di dormire ma subito si risvegliava. Alla sua età, e con i dolori reumatici che aveva rimediato al podere, avrebbe avuto bisogno di un buon materasso e non di buttarsi curvo su una scrivania.

D’inverno, appena arrivava in banca regolava al massimo il termosifone e si beava nel farsi inondare da tutto quel calore. Per aumentarsi il piacere, mentre il corpo sudava come in un bagno turco, riandava con la mente alla pioggia gelida che lo inzuppava al podere, per esempio quando c’era da rincorrere le vacche al pascolo, per ricondurle nella stalla durante un temporale.

Su qualche tavolo c’era sempre un giornale abbandonato, ma lui non nutriva alcun interesse per la lettura, anche a motivo che aveva frequentato appena la seconda elementare e dimenticato quasi tutto. A portata di mano aveva anche una radiolina lasciata lì del collega di giorno, che a volte accendeva. Però il gracidio che usciva da quei buchettini lo infastidiva, e quelle musichette e parole non gli dicevano nulla, sicché dopo poco la spengeva.

Allora saliva al piano di sopra e provava a distrarsi affacciandosi alla finestra. Ma la piazza era buia e deserta, animata soltanto da cani randagi che frugavano nei sacchetti dei rifiuti, gatti spelacchiati a caccia di topi e di micine innamorate, e rari esemplari della specie umana: un vigilante di negozi in bicicletta, nottambuli incalliti, alcolisti barcollanti e un’assordante Gilera smarmittata di un fanatico «centauro» che ogni notte svegliava tutta la città, fuorché coloro che glielo dovevano impedire.

Nonostante questi pochi accadimenti sempre uguali e scontati, Pietro rimaneva a lungo alla finestra, fumando le sue pestifere sigarette arrotolate col trinciato forte e le cartine, fissando il selciato di vecchie pietre dalle quali, nelle notti estive, saliva fino a lui il calore del sole assorbito durante il giorno.

Invece d’inverno, quando pioveva, le pietre erano livide e vi si riflettevano le luci dei lampioni che avevano lo stesso orario di lavoro — ovvero nel loro caso di accensione — del vigilante Pietro. E fra le selci e i lampioni sembrava a Pietro che avesse luogo un dialogo a base di ammiccamenti, riflessi, balenii, nel quale a volta intervenivano le zone d’ombra le quali parevano lamentarsi della loro oscura condizione.

I fanali della piazza dicevano a Pietro che per loro le notti erano ancora più lunghe e insopportabili delle sue, perché non potevano muoversi né affacciarsi alla finestra, né difendersi dalla pioggia, né ascoltare la radio o leggere il giornale. I cani si servivano di loro come di latrine, alzando la gamba e facendo la piscia sullo zoccolo di ghisa. Gli unici momenti belli erano quando una coppia di fidanzati sostava lì sotto a sussurrarsi parole d’amore, guardandosi negli occhi e scambiandosi baci appassionati. Ma i lampioni avevano un brivido allorché un ladro sorpreso a scassinare attraversava la piazza inseguito da un collega di Pietro, così come provavano pena alla vista di un drogato fermatosi lì sotto a bucarsi un braccio con la siringa.

Un altro modo di passare il tempo per Pietro era di riandare con la memoria al suo passato, quel passato remoto e amaro di contadino di un padrone tigna; ma anche se molti ricordi lo facevano soffrire vi indugiava lo stesso, li frugava come fa il chirurgo nella piaga e così la guarisce.

Del resto non tutti erano tristi, perché nessun tiranno riuscirà mai a soffocare la gioia di certi momenti nel cuore dell’uomo. Come quando andava a pesca di lucci con gli amici, allegre combriccole che poi li cuocevano in padella, cantando davanti al fuoco in un capanno abbandonato. O lui, appollaiato con lo schioppo sul ramo di un pino, immerso nella profondità odorosa del bosco, aspettava che passasse la volpe in certe notti di plenilunio. E ancora quando per la prima volta aveva fatto l’amore con la ragazza Margherita, giacenti sul fieno di una capanna accanto a due vacche che non se ne facevano né qua né là, e fissandoli con i loro grandi occhi umidi continuavano tranquille a ruminare e a scacciare le mosche con la coda.

Si concentrava così tanto in questi ed altri ricordi, che gli sembrava di riviverli lì nei saloni della banca, complici la solitudine, il silenzio, il bisogno di una presenza umana seppur soltanto evocata.

 

Dunque Pietro anche quella sera arrivò in perfetto orario alla sua Banca, prese possesso della solita scrivania del custode con la stessa radiolina sopra e i medesimi giornali e scartoffie. Vi posò il termos con il caffè che s’era preparato a casa, e il pacchetto della merenda: un panino imbottito di salsiccia, proprio quella genuina di porco fatta da un vecchio norcino sopravvissuto, che un parente gli aveva mandato dal paese. A una cert’ora lo prendeva sempre una gran fame, e con quello poteva soddisfarla e arrivare alla colazione del mattino.

Fece i primi giri d’ispezione alle porte, alle finestre, ai sotterranei e a tutto ciò che c’era da controllare, per la pace e la prosperità del popolo dei clienti, degli impiegati e dei dirigenti dal più piccolo al supremo, il Presidente, che viveva al di fuori della sua realtà in una sorta di paradiso come Gesù Cristo.

Tentò un solitario con le carte, ma subito gli venne a noia. Allora salì di sopra, spalancò la solita finestra e rimase a bocca aperta nel vedere la scena che si presentò sotto i suoi occhi.

Centinaia di luci e di fiaccole multicolori illuminavano a giorno la piazza e molte bancarelle vi erano disposte in varie file, tutte ricolme di bellissimi prodotti artigianali per l’hobby, la casa e la persona, da cui emanavano, salendo fino a lui, soavi profumi di incensi orientali. Una folla allegra in vivaci abiti variopinti cantava e ballava al suono di una musica dolcissima suonata da artisti di strada.

Finché a un certo punto ogni cosa piombò nel buio più nero, ma subito dopo si levò dalla folla un corale oooh! di meraviglia alla vista di un fulgido bagliore, un fuoco accesosi al centro della piazza che a giudicare dal fumo nero e dall’odore acre che emanava doveva essere alimentato dal petrolio. Con esso un uomo grosso e nerboruto si mise a fare le più svariate evoluzioni: lo attizzava, lo giostrava, lo plasmava a suo piacimento, aiutato da una splendida bionda tutta vestita di rosso. Ora l’uomo lo faceva avvampare ancora di più e lo introduceva nella bocca, nella gola, nelle viscere... risputandolo poi come la lingua di un drago e spingendolo lontano davanti a sé. Per dileguare i dubbi degli astanti esterrefatti e dimostrar loro che di fuoco autentico si trattava, la bionda compagna di quella specie di Uccello Fenice pose sopra la fiamma una padella con dell’olio, rompendovi poi un uovo dentro. Era proprio un uovo vero di gallina che cadendo si espanse e cominciò a friggere, cocendo in pochi minuti.

Lo squillare del telefono interruppe l’incanto di Pietro, che scese a rispondere.

Si trattava di un suo collega in servizio in un’altra banca, in cerca di sfogo per aver saputo che la moglie gli metteva le corna. Questa era la causa per la quale «quella brendana» si era messa a trascurare la famiglia, sicché spesso lui doveva cucinarsi il pranzo, lavarsi e stirarsi le camicie, dare il cencio ai pavimenti e a volte badare anche ai figlioli. Uno sfogo piagnucoloso e interminabile con qualche timida accensione di rabbia, che chie­deva il consiglio di Pietro e che lui non poteva dare per il semplice fatto che parlava sempre l’altro, colpito da un attacco logorroico il quale tenne impegnato a lungo il Nostro.

Tanto a lungo che quando quello strazio ebbe fine e tornò ad affacciarsi alla finestra, notò con disappunto che lì sotto non c’era più nulla, la piazza era tornata buia e silenziosa come sempre, senza traccia di mangiatori di fuoco, bionde valchirie, bancarelle e folla.

«Devo essermi addormentato sulla scrivania e ho sognato,» mormorò, «come spesso mi succede quando ceno a salsiccia e cipolle.»

Ma non se ne dolse e anzi ne fu contento, pensando che la cosa poteva ripetersi nel futuro, e così avere notti meno noiose.

Con questa speranza nel cuore ridiscese al piano di sotto, fece un altro giro di controllo ai caveau e quando spuntò l’alba e terminò il suo turno di lavoro, uscì come faceva tutte le mattine dalla porta di dietro. Girando intorno all’edificio sbucò nella piazza già rischiarata dalle prime luci del giorno, meravigliandosi nel vederla così pulita, proprio linda, senza neppure una cicca, una buccia, un bruscolo. Era la conferma che s’era trattato di un sogno, perché se ciò che aveva visto fosse stato reale, avrebbe lasciato molti rifiuti, altro che quella pulizia da convento di clarisse!»

Ma attraversando la piazza per recarsi a far colazione al bar dirimpetto, sentì qualcosa di viscido sotto una scarpa. Si chinò e s’accorse trattarsi di un uovo affrittellato. Contemporaneamente un acre odore di petrolio gli stuzzicò le narici, proveniente da alcune chiazze nere. Tutti indizi che fecero svanire le sue speranze di altre evasioni nelle notti future.

Infagottato nel suo pastrano grigio entrò nel bar ancora vuoto di clienti. Mentre trangugiava svelto la brioche inzuppata nel cappuccino, il barista osservando la sua espressione delusa e malinconica, per tirargli su il morale attaccò a raccontargli della festa-mercato della notte, organizzata da un gruppo di «fanatici ecologisti», come li chiamò. A quel tempo la parola «ecologia» era appena agli inizi della sua fortuna e il semianalfabeta Pietro non aveva la più pallida idea di cosa diavolo significasse e che razza di gente fossero i suoi seguaci. Ma per non fare la figura dell’ignorante non chiese spiegazioni.

Dato il buongiorno e inforcato il motorino, mentre percorreva la strada che finalmente l’avrebbe condotto in un letto, pensò si trattasse di seguaci di una setta, gente pignola per la pulizia delle piazze dopo i loro riti notturni come lui lo era per i giri d’ispezione. Ma pur essendo così meticolosi, anche a loro era sfuggito quell’uovo cotto in padella che aveva spento la sua illusione.

                                                                Giacomo Paolini

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