1 — STORIELLE, CURIOSITÀ

L’oliaro imbroglione.

L’oliaro imbroglione andava a comprar l’olio dal contadino per rivenderlo, recando in tasca un topo morto. Menando il can per l’aia aspettava il momento opportuno per gettare furtivamente il topo nel coppo dell’olio che così veniva deprezzato, e lo pagava la metà.

Al contadino quel misero guadagno era costato sudore e sangue, all’oliaro il suo profitto soltanto un po’ di chiacchiere e di furbizia.

 

L’orbacata.

Una volta i giovanotti erano gelosi delle ragazze del proprio paese, considerandole una specie di selvaggina riservata a sé stessi, e non permettevano che quelli dei paesi vicini venissero a far loro la corte. Quando succedeva, cercavano di dissuaderli con le buone o con le cattive. Uno dei metodi più persuasivi era l’usanza dell’orbaàta, che consisteva nell’attendere al varco gli intrusi e scuotere loro addosso delle grosse frasche di orbaco imbevute e grondanti di cessino dei più puzzolenti.

 

Teste d’asino.

Un montanaro di San Cassiano di Controne, sceso a Lucca, entrò in una farmacia e chiese del tabacco. Il farmacista, o irritato per veder ribassata la propria funzione a quella di tabacchino, o per divertirsi alle spalle del campagnolo, gli fece presente che lì il tabacco non lo vendevano, ma in compenso vendevano teste d’asino.

«Davero?» disse il montanaro. «Allora, bèr mi’ omo, ci dovete avé pogo spaccio perché qui drento veggo sortanto la vostra!»

 

Angelone.

Arcangelo di Partigliano, detto Angelone, per rubare le galline di notte non aveva bisogno di sfondare gli usci. Semplicemente metteva un lume alla buchetta del pollaio e aspettava tranquillo. Le galline, alla vista di quel chiarore, credendo che fosse spuntato il giorno uscivano buone buone, e a lui non restava che metterle nel sacco.

Una volta che lo portavano all’ospedale con l’ambu­lanza, accorgendosi di passare davanti a un’osteria (le conosceva tutte a menadito) disse all’autista:

«Fermati amico che si va a bere un grappino!»

Voleva che alla sua morte gli scrivessero sulla tomba questi versi:

In vita fui perverso

’un pregate per me che è tempo perso!

  

La calunnia è un venticello.

Una donna che confessò al prete di aver calunniato una persona, ne ricevette per penitenza di spennare una gallina, spargerne le penne al vento e quindi raccattarle fino all’ultima.

Questo per dimostrare che è facile rovinare una persona nella sua reputazione ma impossibile riparare al danno, poiché:

La calunnia è un venticello

più si soffia e più si gonfia.

                       

L’amico ladro.

Un contadino sorprende un amico a rubargli le mele nel campo. Stupito e sdegnato lo apostrofa:

«Da te po’un me l’aspettavo! Un ti vergogni?»

E l’amico:

«Se mi ciai trôvo la ’orpa è tua. Siccome è sabbato, mi credevo che tu fussi ito ar mercato a Lucca come fai sempre!»

 

Il marchese Mazzarosa

Il marchese Mazzarosa, accarezzando il cagnolino di un suo mezzadro diceva:

«Oh che bel cagnolino, oh che bel cagnolino...»

Il contadino gli spiegò che non si trattava di un cagnolino, ma di una cagnolina. Al che il marchese domandò meravigliato:

«O perché?!»

Possedeva una delle prime automobili in circolazione a Lucca, e dovendo fare un viaggio ordinò all’autista di controllare la benzina. L’autista osservò il serbatoio e disse:

«È mezzo, sor marchese.»

E il marchese:

«Mezzo pieno o mezzo vuoto?» 

Alcuni suoi contadini gli chiesero dove buttare la gran quantità di terra risultante da certi scavi che gli aveva ordinato di fare.

«Scavate una gran buca e gettatela lì,» rispose il Marchese.

«E la terra della gran buca, dove la mettiamo

«Che domanda! Fatela così profonda che possa contenere sia l’una che l’altra.»

Faceva parte del consiglio comunale, e una volta che la seduta era dedicata al bilancio, il sindaco si lamentò di dover rimandare l’esecuzione di certi lavori perché avevano un deficit molto elevato.

Al che il marchese si alzò e disse:

«Ma se il deficit è così elevato, perché non spendiamo quello?»

 

Belli Brutti e Cattivi.

Al tempo che inventarono i cognomi, nel paese di Santa Margherita i belli furono messi da una parte e gli diedero il cognome di Belluomini, i brutti dall’altra e gli affibbiarono quello di Malfatti. Ma alcuni di questi non furono contenti della decisione e cominciarono a urlare, menar botte e mordere come lupi, e per loro inventarono il cognome Luporini.

Ancora oggi in quel paese questi tre cognomi, Belluomini, Malfatti e Luporini, sono i più diffusi.

 

Incompatibilità di carattere.

Gosto e Mea abitavano a Pozzuolo, rimasero fidanzati dall’adolescenza fino all’età di ottant’anni, allorché si accorsero di non andar d’accordo di carattere e si lasciarono.

 

Anima in pena.

A San Lorenzo a Vaccoli, nel fondo di Mengale, in certe notti si vedeva un lume. Dicevano fosse l’anima di una donna che in vita aveva testimoniato il falso.

 

La prudenza dei lucchesi.

Durante una cena, sulla tavola c’era rimasta una bistecca e nessuno la voleva. La padrona di casa rivolta agli ospiti insisteva,: «Prendila tu, prendila tu...» ma tutti dicevano di no. 

A un certo punto si spense il lume, e quando fu riacceso apparvero sette forchette infilate nella bistecca.

È per questo che quando avanza qualcosa, questo qualcosa viene chiamato «la prudenza dei lucchesi». 

 

Un po’ di bene e un po’ di male.

 Dalla finestra della camera Celestina assisteva al pas­saggio della processione del Corpus Domini, recitando avemarie, paternostri e gloria. Ma nascosto dietro ci aveva il ganzo.

Dalla strada una donna in processione le chiese:

«Che fai lassù Celestina?»

E Celestina:

«Un po’ di bene e un po’ di male!»

 

Mutande al vento.

Quando il marito era in casa, Rosina d’accordo col ganzo stendeva un paio di mutande su una canna fuori, perché capisse che non poteva entrare.

Un giorno però il vento tirò giù la canna, e allorché s’accorse che l’amico si avvicinava, cominciò a cantare:

È stato ’l vento che ha tiro giù la canna,

o bimbo fa’ la nanna

che ’l babbo vol dormì.

 

Lucchio e Vico.

Una notte i Lucchi misero delle lanterne al collo di molte capre e le mandarono per la Vallemagna.

I Vichi, pensando che fossero soldati lucchi, cominciarono a bersagliarle con le frecce e le uccisero tutte.

Esultanti per la vittoria si ubriacarono, e quand’erano proprio fradici arrivarono i soldati di Lucchio che fecero tabula rasa di Vico.

Vico Vico

che non temé né Dio né il fuoco

ma temette solo Lucchio

che in una notte lo distrusse tutto.

(Lucchio e Vico Pancellorum sono paesi fra loro vicini, sui monti di Bagni di Lucca.)

 

Il conditoglio.

«O , me lo ’mpresti ’r conditoglio? faccio tuffa e leva” e te lo riporto subbito

(Pieve San Paolo, anni Trenta. Il conditoglio era l’osso del prosciutto che le famiglie sfruttavano fino all’ultimo per insaporire le minestre e le zuppe, usandolo parecchie volte col sistema appunto del «tuffa e leva», e prestandoselo fra loro.)

 

Il cimelio.

Negli anni trenta, fuori porta di Borgo al Giannotti c’era un callista ambulante che conservava le scaglie dei calli come cimeli. Naturalmente non tutte, ma le più belle e soprattutto quelle appartenute a persone notabili, che secondo lui erano degne di passare alla storia, o più semplicemente di figurare nel suo particolare museo o «calloteca» che dir si voglia.

«Questa,» diceva con orgoglio mostrandole ai clienti, «è del maresciallo dei carabinieri di San Concordio! E quest’altra, del comandante dei pompieri in persona!»

(Narratami da Gino Arrighi, accademico lucchese.)

 

Sant’Alò.

Sant’Alò,

prima morì eppo’ s’ammalò.

Ruzzolò dalla scale,

si troncò ’l collo

e ’un si fece male.

Gli bruciò ’l culo

e la ’amicia no.

Sant’Alò del paradiso,

si bruciò ’l culo e la ’amicia no,

perché ’un ce l’aveva.

(Questa curiosa filastrocca la recitava la nonna di Gino Arrighi, il quale me la ripeté diverse volte.)

 

L’erba dell’Ascensione.

È un’erba grassa che fa dei fiorellini gialli.

Si raccoglieva la settimana di Pasqua, si metteva in un bicchiere e se per l’Ascensione era seccata voleva dire che entro l’anno si aveva un morto in famiglia.

 

Ner dorco.

 Al Palazzaccio, grande corte situata a Sant’Anna al termine dell’omonima via, durante la guerra quando suonava l’allarme e c’era il pericolo dei bombardamenti, una donna chiamava a raccolta i figlioli suoi e dei vicini, e indirizzandoli verso i campi lavorati diceva loro:

«Su, fate presto ragassi, scappate diriallà per e ccampi, andate ner dorco che ner dorco le bombe ’un ci ’spròdin

(Narratami da Marisa Da Torre.)

 

Il merlo e il merluzzo.

Il merlo disse al merluzzo:

Fatti in là!

Io becco qui

e te baccalà!

 

Noci e pioppi.

 Gli alberi di noce (e di pioppo) erano la futura dote delle spose. Quando nasceva una figliola, i contadini ne piantavano un certo numero, per averli pronti una ventina d’anni più tardi, al tempo del matrimonio.

 

Quando qualcuno muore.

 «Un piantin, un buatin, e è tutto finito!» diceva una donna di San Lorenzo a Vaccoli.

(Un po’ di pianto, un piccolo bucato per lavare i panni del morto ed è tutto finito.)

 

Il tranvai del Balestreri.

 Era il tranvai a vapore che, all’inizio del secolo, dal Ponte a Moriano (dove il Balestreri, un genovese, aveva impiantato un’industria tessile) raggiungeva una propria stazioncina di fronte alla stazione ferroviaria di Lucca.

Attraversava la città entrando da porta di Borgo, percorrendo le zone dei Borghi, del Bastardo e di Porta Elisa e riuscendo fuori dal «foro» nei pressi del Giardino Botanico, appositamente aperto per quel tranvai.

 

La ségola di mezza quaresima.

 Si trattava di un’usanza scherzosa simile a quella del primo aprile, che consisteva nell’appendere di soppiatto sulla schiena dei passanti delle strisce di carta colorata, seguendo poi le «vittime» a distanza, ridendo e celiando.

 

Il capraio di via del Gallo (e corte del Gallo).

 Era un capraio che teneva diverse capre nella corte e sulla via, e vendeva il latte alla gente mungendolo lì per lì. Come dire «dal produttore al consumatore».

 

Il Cicciaeossi del giovedì grasso.

Orchestrina con cantanti che andavano mascherati a esibirsi davanti alle botteghe, a cui si dava un compenso in denaro o in natura. Qualcuno dava tanto, e qualcun altro poco, appunto chi «ciccia» e chi soltanto «ossi».

 

Rami di pesco.

 Nel paese di San Lorenzo a Vaccoli, la notte del 10 agosto per la festa del patrono, i giovanotti usavano offrire rami di pesco alle ragazze che più avevano in simpatia, e rami di fico alle altre.

 

Rosa e il forno.

 Rosa diceva:

«Per vedé quando ’r forno è cardo si piglia un pesso di ’arta gialla, si ’onta perunfin a ghieci, la ’arta deve scurì ma ’un piglià fòo!

Eppoi:

«Io lo spassàndoro der forno lo faccio sempre cór sambùo perché schiocca!»

(Lo spassàndoro era una specie di granata con un  lungo manico, con la quale si spazzava il forno dalla cenere viva. Perché non s’incendiasse, occorreva che fosse fatto con qualcosa di umido e fresco, come un fascio di crescioni che abbondavano nelle fosse. Ma Rosa voleva sentire gli schiocchi e perciò usava il sambuco!)

 

Rosa e la torta.

La ricetta per fa’ la torta?

Farina — quella che piglin l’ova.

Ova — più ce n’è, meglio è.

Acqua — se ti vien troppo dura.

Succhero — se ce lo metti, vien più dorce.

Lievito — una ’artuccia, se ce l’hai, è meglio.

I’ ripien — amaretti, cioccolata, più robba ci metti e più vien bona.

Ir fornoè cardo quand’è bianco.

Ir tempo di ’ottura — basta che ’un bruci!

 

Il figliolo di Remigio.

 Entravano in casa, vedevano un bel bimbino (l’ul­timo figliolo di Remigio e della moglie Marina) e dicevano a Remigio:

«Che ber bamborin che vedo Remigio, è tu’ figliolo?»

E Remigio:

«È nato ’n casa!»

 

Il consiglio.

 Il Gattai stava dando i consigli al figliolo che si sposava e l’ultimo fu questo:

«Soprattutto ’un ti scordà di portatti dietro l’olio per unge’ il letto, sennò fa troppo casino!»

 

Brucino.

Brucino disse alla figliola che aveva trovato il fidanzato:

«Guardalo bene

guardalo tutto

l’uomo senza soldi

com’è brutto!»

 

Ir tarponcin bollito.

 Era tradizione popolare far mangiare ai bambini che avevano il vizio di pisciare a letto, il «tarponcin1 bollito», credendo che avesse effetti curativi.

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1. piccola talpa

 

Nel bigoncio.

 Le mamme della Garfagnana tenevano i bambini piccoli nel bigoncio perché stessero fermi e non si facessero male.

(Insomma il bigoncio era l’antenato dell’attuale box).

 

Lo scopripentole.

 Quando suonava mezzogiorno alla Tor dell’Ore i lucchesi dicevano:

«Suona lo scopripentole

 

Biagio e i fichi.

 Siccome gli rubavano i fichi, Biagio Marraccini costruì un capannello e la notte vi andava a fare la guardia.

Il Bimbelli e alcuni suoi amici, per fargli uno scherzo si vestirono da fantasmi e nel buio più profondo irruppero nell’orto di Biagio.

Il Bimbelli avanzava macabro dicendo con voce cavernosa a un compagno:

Quand’ero vivo io ’un maturava un fio

e ora che son morto son tutti a collo torto

e tu, amico mio, adagio adagio

vai là nel capannello e chiappà Biagio.

La scena dovette essere di un realismo impressionante perché il povero Biagio prese una tale paura che gli s’incanutirono i capelli e morì.

(Il fatto avvenne a San Lorenzo a Vaccoli, località Immaginetta.)

 

La magnificenza dei Bonvisi.

I Bonvisi, nobili e mercanti lucchesi, ferravano i cavalli con un ferro d’argento con inciso il loro stemma, fissandolo con un solo chiodo cosicché presto gli animali lo perdevano e chi lo trovava aveva la testimonianza della loro magnificenza.

  

Carbonai emigranti.

Una volta avveniva l’emigrazione stagionale dei car­bonai lucchesi verso la Corsica, intendendo non quelli che rivendevano il carbone, ma che lo producevano nei boschi, accendendo le carbonaie e sorvegliandole affinché la legna verde cocesse nella dovuta maniera e pian piano diventasse carbone, combustibile allora molto usato.

Essi erano talmente noti che furono citati anche dal Mérimée nel suo romanzo Colomba, ambientato appunto in Corsica, dove in un dialogo fra Orso il protagonista e una bimba incontrata lungo un sentiero mentre portava da mangiare allo zio bandito, si legge:

Orso disse:

«Se t’incontrassero i gendarmi, ti chiederebbero dove vai..

«E io risponderei ribatté la bimba senza titubare, «che porto da mangiare ai lucchesi che tagliano la legna nella macchia per fare le carbonaie

Questa emigrazione avveniva d’inverno e durava sei mesi. Quando partivano si diceva che «andavano a far la stagione». E quando ritornavano avevano rimediato un bel gruzzoletto di franchi. Venivano pagati bene non essendoci nessun isolano disposto a fare quel mestiere. Un po’ a motivo che si trattava di un lavoro scomodo e difficile, e se qualcuno non era capace e attento, una carbonaia poteva trasformarsi in un rogo da incenerire un’intera foresta; un altro po’ perché gli isolani non avevano voglia d’impararlo; e infine a cagione che i lucchesi si guardavano bene dall’inse­gnarlo a quei pochissimi che l’avrebbero desiderato. Non tolleravano garzoni dintorno, occhi indiscreti a controllarli, e soprattutto gente che potesse soppiantarli.

Gli emigrati in Corsica dovevano scordarsi la vita civile, poiché vivevano notte e giorno nelle macchie accanto alle loro crea­ture fumanti, alloggiando in baracche di tronchi d’albero. A volte, avevano la sgradita sorpresa di ricevere la visita dei briganti, i quali, entrando improvvisamente nella capanna col fucile puntato intimavano loro:

«Casa di Lucca, caccia la polenta sennò ti tombo [uccido]

E per polenta intendevano sì quella che si fa con farina di granturco e acqua nel paiolo, ma soprattutto l’argent che pensavano ci avessero. Però dovevano contentarsi della prima. I carbonai non tenevano il guadagno nelle capanne, poiché nel folto della foresta i soldi non servivano a nulla.

Mentre in Corsica i carbonai non esistevano, qui da noi abbondavano e non c’era lavoro per tutti. Durante i mesi invernali, dai boschi si levavano verso il cielo molte colonne di fumo, come quelle — diceva qualche «american rimpatriato che aveva visto i film western — con le quali gli Indiani si scambiavano i segnali da un’altura all’altra.

I pezzi della legna, rotondeggianti e della lunghezza di circa un metro, non molto spessi, venivano accatastati in posizione obliqua in modo da formare un grande cono, al centro del quale lasciavano un cilindro vuoto detto «fornell, il cuore della carbonaia, in cui gettavano della brace viva. Ricoprivano poi la legna con uno strato di paglia bagnata per temperare il calore, e man mano alimentavano il fornello con nuovi troccoletti in modo che ardesse per giorni senza spegnersi. Esso non doveva essere troppo caldo, altrimenti la carbo­naia si sarebbe trasformata in un gran falò, ma neppure troppo freddo, sennò si spengeva e dovevano ricominciare tutto daccapo.

 

Che i passi siano miglia...

 Detto da una vecchia di Quosa, contro un carbonaio che all’inizio dell’inverno partiva per la Corsica, la cui presenza qui non le era gradita:

«Vai, e che i passi siano miglia... E se torni, che le  miglia siano passi.»

 

Noè.

Diceva il Barsottino, gran bevitore:

«Viva Noè che piantò la vigna

e fece l’omo felice e beato.

A chi non piace il vin venga la tigna!

E io lo bevo per ’un esse’ intignato

 

Santo Sano.

Per la ricorrenza di San’Ansano (Sano) si svolgeva la fiera dei montoni (becchi), che venivano legati a delle colonne per essere osservati dai visitatori. Dal popolo era detta la fiera dei «becchi», anche nel senso di mariti traditi.

Il primo di dicembre è santo Sano

legatelo ’l marito alla colonna

e se qualcun vi dice:

«Oh che bel bello, quella donna!»

per men di cento lire non lo date

perché becco è nato

e becco lasciatelo morire.

 

Un bigóncioro di cioccolata.

 L’architetto Beppe si reca a Lucca col manovale Gosto, un campagnolo sempliciotto, per acquistare del materiale da costruzione. Fatto l’affare e caricata la roba sul camioncino, Beppe dice al manovale:

«Ora si potrebbe andare dal Pera a prenderci una bella tazza di cioccolata calda. Ti va?»

«Toh! ’un mi par vero!»

Arrivano al bar, si siedono e vedono una prosperosa cameriera aggirarsi fra i tavoli. Gosto, che è giovane e forte, con le sue voglie e senza femmine per soddisfarle, sgrana gli occhi e fa:

«O Beppe, io lellì me la farei!»

«E che sistema useresti? Io non saprei proprio da che parte cominciare.»

«Lascimi fa’ a me!»

Arriva la ragazza per prendere gli ordini. Loro chiedono la cioccolata e lei torna al banco.

Beppe per divertirsi stuzzica Gosto:

«Allora? Dovevi andare all’attacco e invece sei rimasto lì come un babbeo.»

«’Un ti preoccupà, aspetta che rivienghi e vedrai!»

Dopo qualche minuto eccola che arriva tutta pimpante, posa la cioccolata prima davanti Beppe, poi a Gosto il quale prende fiato, si gratta il naso e sbotta:

«Bella mi’ le’, io ne beverei un bigóncioro di ’uesto brodolon servito dalle su’ mane!»

(Fatto vero, narratomi da Guido Testa, amico del­l’architetto)

 

Il calabrone ciclista.

Un giorno un calabrone

andando in bicicletta

pregò la luccioletta

di fargli da lampione.

Ma ’l vigile maiale

gli fe’ contravvenzione

scrivendo sul verbale

questa motivazione:

«La legge non ammette

per su’ ragioni interne

su carri e biciclette

lucciole per lanterne.

 

Contadini e gabellieri.

 Quando il viale di San Concordio era ancora sterrato, veniva percorso dai carri dei contadini con le botti che andavano in città a levare il perugino dalle fogne. Essendo le botti vuote all’andata, essi ne approfittavano per far entrare di contrabbando i molti generi soggetti al dazio di consumo, come frutta, prosciutti, carne fresca, ecc. A quel tempo, sotto la Porta a Vapore come sotto le altre porte, c’erano i gabellieri che avevano appunto il compito di controllare il carico di ogni veicolo e riscuotere la tassa relativa.

Ma lo stratagemma dei contadini fu scoperto, e i dazieri fattisi furbi cominciarono a ficcare il naso anche dentro le botti. Allora i contadini, per non perdere il guadagno che gli procurava quel commercio, escogitarono di cospargere con abbondante merda fresca la bocca superiore delle botti per cui le guardie non vi potevano ficcare la testa a meno che non se la volessero smerdare.

 

I micci di San Gennaro.

Il paese di San Gennaro era anche detto dal popolino il paese dei micci [somari]. A proposito di questo appellativo circolano due versioni.

La prima asserisce che quando gli abitanti di San Gennaro portavano a vendere i loro prodotti in città con una fila di barrocci tirati da somari, i lucchesi li accoglievano dicendo:

«Arrivano i micci di San Gennaro!»

Con tale vocabolo riferendosi scherzosamente non agli animali ma ai loro padroni, ritenuti assai ignoranti.

La seconda vuole che il nome di San Gennaro sia stato dato al paese da una colonia di napoletani qui emigrati.

Ma perché micci?

Perché in realtà sembra che fossero «micchi», cioè in dialetto napoletano «cornuti», che avendo sposato un gruppo di puttane, avevano abbandonato la loro patria per non essere mostrati a dito e dileggiati dalla gente, cercando un altro posto dove potersi rifare una verginità.

Poi, nel parlare dei lucchesi, da micchi a micci il passo fu breve.

 

Ir nerbo ’he s’attiranta.

 La sarta di San Lorenzo a Vaccoli pregò Artemia, una cenciaia ambulante di Capannori che girava a raccogliere stracci per i paesi e in città, di comprarle dieci metri di elastico a Lucca.

«Volontieri,» disse Artemia che sapeva parlare soltanto lo stretto vernacolo del suo paese.

Ma entrata il giorno seguente in una merceria, non si ricordava più la parola elastico.

Cercò in tutti i modi di dare ad intendere alla merciaia di cosa si trattava, ma quella non capiva. Alla fine, non sapendo più che pesci pigliare decise di dirglielo nel dialetto capannorese, e sbottò:

«Volevo ghieci metri diuer nerbo ’he s’attiranta!»

 

Un po’ d’assurdo.

Era una brutta e bella giornata d’inverno e d’estate, il sole cadeva a larghe falde, e la neve con i suoi raggi infuocati riscaldava la terra. Ero solo con tre amici a sedere sopra un piccolo e grosso sasso di legno. Venne un morto con un coltello in mano senza lama e senza manico, e se lo infilò nel petto dicendo: «Io m’ammazzo!» Impaurito mi arrampicai come un pesce sopra un pero carico di mele, feci una bella scorpacciata di susine, quando all’improvviso arrivò tutto arrabbiato e sorridente il padrone delle zucche e urlò: «Lascia stare i miei carciofi!» dandomi un solenne calcio davanti nel culo. Presi le mani e scappai di corsa come una lumaca, arrivando a casa stanco morto come un cardellino vivo.

 

Quando il Divino Poeta scoprì l’America per aver detto: «Eppur si muove», fu condannato dall’arcivescovo Ruggeri a crepar di fame nel Castel Sant’Angelo e morì con sulle labbra le parole: «Vile, tu uccidi un uomo morto!»

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