4 — DETTI, PROVERBI.

 

Sorrisi

Chi non sa sorridere vuol dire che non è una persona seria.

Lavora 

Qualcuno scrisse sopra un muro di Castelnuovo Garfagnana:

«Lo dice Dante e lo conferma la sacra scrittura, lavora vecchio che hai la pelle dura.»

Il giorno seguente qualcun altro aggiunse sotto:

«Bada che la scrittura non t’inganni, lavora tu che sei nel fior degli anni!»

(È questo un vecchio detto che in Garfagnana si ritrovava con diverse variazioni.)

 

Bona e...

Scritta su un muro di Pisa:

«Dio me la mandi bona e senza mutande.»

(Che è stata ripresa dal detto:

«Dio ce la mandi buona e senza vento.»)

 

I livornesi.

I discorsi li porta via il vento, e le biciclette i livornesi.

(Detto del tempo di guerra quando molti livornesi erano sfollati dalle nostre parti.)

 

Il male.

Il male viene al galoppo e va via a piedi (a culo indietro).

 

Le piante.

Io faccio come le piante vecchie,

che rimettono il tallo dal calcio.

(Detto da un vecchio ringiovanito.)

 

Fame.

Si batte i denti, e le ganasce van a vòto,

mette più paura la fame del tremoto.

 

Quando la fame tocca

il pane diventa torta.

 

Denti.

Chi ci ha ’ denti ’un ci ha ’r pane

e chi ci ha ’r pane ’un ci ha ’ denti.

 

Bellezza.

Non c’è bellezza

senza qualche stranezza.

 

Ceppo.

Chi ’un inceppa ’un imbefana.

(Chi non fa regali a Natale, non ne riceve a Befana. Il Natale era chiamato anche Ceppo, perché era usanza la sera della vigilia ardere nel camino un ceppo di quercia. Il detto si riferiva in particolare al regalo dell’anello di fidanzamento da parte del damo alla dama, che veniva poi ricambiato dalla stessa il giorno dell’Epifania.)

 

Santi vecchi.

’Un c’è più legno per fa’ Cristi,

bisogna tornà a’ santi vecchi.

(Anche semplicemente:

Tornare ai santi vecchi.

(Si dice quando avviene un cambiamento, di usi, costumi, politica, oggetti ecc., che si rivelano peggiori di quelli vecchi.)

 

Il prete di Trassìlico.

Accidenti a te e al prete di Trassilico!

(Imprecazione versiliese, poiché il prete di Trassilico aveva diversi livelli sulle proprietà ecclesiastiche in Versilia, che i versiliesi dovevano pagare.)

 

L’orso.

È ito a portà l’orso a Modena.

(Lo dicevano a Trassilico di qualcuno che dopo aver preso una solenne sbornia, per un po’ di tempo non si faceva vedere in giro.)

 

Pietro.

Ricordati che si chiama Pietro.

(Si diceva allorché si prestava qualcosa a qualcuno, ed era sottinteso un secondo verso: E dunque che torni indietro!”)

 

Andar piano.

Chi cammina senz’arresto

anche se va piano arriva presto.

 

Quel di sopra.

Quel di sopra fulmina e tempesta,

quel di sotto piglia quel che resta.

Quel di sopra è l’autorità e i potenti, quel di sotto  il popolo.

(Montefegatesi).

 

Fio pallon.

Ir fio pallon

si dà ar padron.

(Lo diceva il contadino quando divideva i fichi — o qualsiasi altro prodotto del podere — fra sé e il padrone. Il fio pallonera quello di bella apparenza ma che non maturava mai, e restava sodo e insipido. Al contrario del fico che faceva la gocciolina, il quale era squisito. Con piccole furbizie come questa quel di sotto reagiva in qualche modo al potere di quel di sopra”.)

 

Tempesta.

Chi impresta tempesta

e chi accatta fa festa.

 

Patta.

Poggio e buo fa pari.

(Un rilievo del terreno e un’incavatura dello stesso (buco), una salita e una discesa, un torto e un favore, un debito e un credito, un difetto e un pregio, un piacere e un dispiacere... pareggiano la situazione.)

 

La bodda.

Per ’un parlà, la bodda ’un ebbe la ’oda.

(Non è bene essere troppo chiacchieroni e anzi è cosa saggia misurar le parole, ma anche l’eccessivo mutismo a volte può recar danno, come appunto accadde alla bodda [rospo] che rimase senza coda.)

 

Portar la croce.

Fa tutto lui, canta e porta la croce.

’Un si pole cantà e portà la croce. 

Chi è coglione

porta Cristo e lanternone.

(I tre detti precedenti si riferiscono alle processioni sacre, un tempo molto frequenti nelle nostre contrade, nelle quali c’era chi portava la croce, chi gli stendardi, chi i lampioni, chi cantava, e insomma i compiti erano ben distribuiti.)

 

Conca.

Hai scoperto ’r buo della ’onca!

(Livorno).

(Cioè cose ovvie, che tutti già conoscono.)

 

Cravatta.

È come metter la cravatta al maiale!

(Fare qualcosa che creerebbe un contrasto ridicolo. Gratificare qualcuno di qualcosa che non saprebbe usare.)

 

Sasso tondo.

Se vòi sta’ ben ar mondo

appòggiti a un campanile

o a un sasso tondo.

(Cioè, a una canonica o a un mulino.)

 

Come le foglie.

Per viver bene in questo mondo bisogna essere come le foglie del pioppo.

(Le foglie dei pioppi sono di colore cangiante, a seconda che il venticello le rivolti da un lato o dall’altro. I pescaglini (il detto è stato raccolto a Pescaglia) potevano anche dire come i camaleonti ma questi non li avevano mai visti.)

 

Quattrini.

Quattrini e santità

metà della metà.

(Non vanno d’accordo. Anche il Vangelo diceva: È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli.)

 

Onestà.

Quando il bisogno bussa alla porta

l’onestà si butta dalla finestra.

(Anche queste due cose non possono convivere tanto facilmente.)

 

Le galline.

Andar a badare alle galline del prete.

(Cioe morire. Di solito il pollaio del prete era vino al cimitero.)

 

Potere e sapere.

Ah, se il vecchio potesse

e il giovane sapesse!

(L’uomo ideale sarebbe quello con la saggezza e l’esperienza di un ottantenne e il vigore e l’ambizione di un ventenne.)

 

Cavoli.

Cavolfiori e predicatori

dopo Pasqua non sono più buoni.

(Infatti sia i primi che i secondi erano “di stagione” soltanto durante la quaresima.)

 

Fortunato.

Dottori carabinieri avvocati

fortunato chi non li ha mai incontrati.

 

La muffa.

Amor senza baruffa

prima o poi prende la muffa.

(Infatti, quando i dami litigavano si soleva dire: È amore che entra!”)

 

Donne.

Le labbra della donna son più dolci del miele

ma la sua lingua è più amara del fiele.

 

Per le donne tutte quante

parole poche bastonate tante.

(Non si può dire che i nostri nonni non fossero maschilisti!) 

Donne cavalli portafoglio

furono sempre un falso orgoglio.

 

L’ombrello.

Quando il tempo è bello

ogni amico ti presterebbe l’ombrello.

(Il vero amico si conosce soltanto nel momento del bisogno.)

 

Mesi.

Gennaio mette ai monti la parrucca

Febbraio grandi e piccoli imbacucca

Marzo libera il sol di prigionia

Aprile di bei colori orna la via

Maggio vive fra musiche d’uccelli

Giugno i frutti appende ai ramoscelli

Luglio matura le messi al solleone

Agosto le fa in fasci e le ripone

Settembre di dolci grappoli arrubina

Ottobre vendemmia, empie le tina

Novembre aride foglie ammucchia in terra

Dicembre ammazza l’anno e lo sotterra.

 

Gennaio

Se a gennaio cresce l’erba

contadino il fieno asserba.

(Serba quello che hai nel fienile, perché l’erba verrà “bruciata” dal freddo.)

(S.Alessio).

 

Chi raccogliere vuol l’aglio

lo semini a gennaglio.

(Lucignana).

 

Gennaio tiepidino

stai attento contadino.

(Farneta).

 

Febbraio.

Febbraio asciutto

erba dappertutto.

 

Febbraio febbraietto

corto e maledetto.

 

Candelora candelora

dell’inverno ne siam fora

ma se piove o tira vento

nell’inverno siamo drento.

(La festa della Candelora cade il 2 febbraio.)

 

Per la santa Candelora

o se piove o se gragnola

dell’inverno ne siam fora

ma se è sole o solicello

siamo ancora in mezzo al verno.

(Lucignana).

 

San Valentino

primavera vicino.

(14 febbraio).

 

San Valentino

cuore vicino.

(Anche una volta era la festa degli innamorati, che però si celebrava in modo semplice e dimesso.)

 

Marzo.

È meglio una città in rovina

che una Pasqua marzolina.

 

Se marzo non marzeggia,

aprile non verdeggia.

 

Se marzo non marzeggia,

giugno non festeggia.

 

Marzo asciutto,

ricco frutto.

 

Marzo cerca ogni sera

di svegliar la primavera.

(Breve proverbio di semplice poesia.)

 

Marzo,

chi ha bona gamba vada scalzo.

 

Chi ci ha un buon ciocchetto

lo serbi a marzetto.

(I due proverbi precedenti sembrano in contraddizione fra loro ma non lo sono, perché marzo, mese di transizione fra l’inverno e la primavera, aveva dei giorni nei quali si poteva andare scalzi e altri in cui bisognava starsene rincantucciati davanti al caminetto.)

 

Neve marzolina

dalla sera alla mattina.

(Vuol dire che dura poco e subito si scioglie.)

 

Marzo dalle sette berrette

una se la leva e l’altra se la mette.

 

Marzo cambia sette berrette al giorno.

 

Aprile.

Terzo aprilante

quaranta giorni durante.

 

Terzo aprilante

quaranta giorni durante,

ma se il quarto ’un acconsente

il terzo ’un conta niente.

 

Aprile

ogni giorno un barile.

 

Aprile

dolce dormire.

 

Se l’olivo imbrocca d’aprile

ci si va col barile,

se di maggio

per l’assaggio,

se di giugno

per lavarsi il grugno.

(“Imbroccare significa germogliare e brocco germoglio. Quindi il proverbio vuol dire che il mese migliore per mettere i germogli per l’olivo è aprile. Se invece germoglia a maggio, l’olio basterà appena per assaggiarlo, se a giugno sarà insipido come l’acqua.)

 

Maggio.

Cucù cucù

aprile non c’è più

è ritornato maggio

al canto del cucù. (cuculo)

 

Maggio regala gelsomini e rose

e allieta future spose.

 

Maggio fiorito

all’amore un invito.

 

Giugno.

Giugno

la falce in pugno.

 

Giugno fa le belle donne

e luglio le mette a culo ritto.

(Mette a culo ritto le mietitrici del grano, che si devono chinare fino a terra con la falce in pugno per recidere gli steli.)

 

Per san Davino

le ciliege per un quattrino.

(A buon prezzo perché sono di stagione. Infatti la festa di San Davino cade il 3 giugno. Il corpo di questo santo, di origine armena ma lucchese d’adozione, si conserva nella chiesa di san Michele ed è molto venerato dai fedeli.)

 

Giugno piovoso

granaio paglioso.

(Cioè con tanta paglia e poco grano.)

(Lucignana).

 

Chi fa il bagno prima di San Giovanni

ci lascia la pelle e i panni.

(Si deve intendere il bagno all’aperto, nei fiumi e nei torrenti prima di quella data, 24 giugno, ancora freddi.)

 

Agosto.

Guai a quella rapa

che d’agosto non è nata.

 

Se piove per i solleoni

’un c’en castagne né maroni.

(Cerasomma).

 

Sant’Antonio gran freddura

san Lorenzo gran calura

l’uno e l’altro poco dura.

(Sant’Antonio cade il 17 gennaio, S. Lorenzo il 10 agosto.)

 

Dicembre.

La neve prima di Natale ha gli ossi duri.

(È dura a morire, cioè a sciogliersi, perché spesso la indurisce il gelo.)

 

La neve avanti Natale ha l’osso duro come un cane.

(Lucignana).

 

La neve dicembrina

aspetta la marzolina.

(Media Garfagnana).

 

Natale al sole

Pasqua al fuoco.

 

Natale con i tuoi

Pasqua dove vuoi.

 

Donna

Cielo a pecorelle e donna imbellettata

durano meno di una giornata.

 

Vestirsi, spogliarsi

Vestitevi quando si sveste il fico.

Svestitevi quando si riveste.

 

Cappelli.

Quando il Serra ha il cappello,

lucchese prendi l’ombrello.

(Il monte Serra fa parte dei monti Pisani, fra Lucca e Pisa.)

 

Se la Pania ha il cappello

contadino prendi l’ombrello.

(Lucignana).

 

Quando Compito si mette il cappello

villan porta l’ombrello.

 

Pioggia.

Cielo a fiocchi di lana

acqua poco lontana.

 

Marina rossa

o piscia o soffia.

 

Venti.

Vento di tramontana

il primo nasce

il secondo pasce

e se al terzo non muore

o dura sette o dura nove.

(Si parla di giorni: il primo giorno, il secondo giorno, ecc.)

(Pieve di Compito).

 

Quando tira la tramontana

pane e vino in Garfagnana.

(Se l’inverno è molto freddo, in estate si hanno raccolti abbondanti.)

 

Nuvole, pioggia, neve.

Quando le nuvole vanno in su

prendi la sedia e sedici su,

quando le nuvole vanno al mare

prendi la vanga e vai a vangare.

 

Se annuvola sulla brina

nevica dalla sera alla mattina.

(Lucca).

 

La neve non vien bene

se di Corsica non proviene.

 

Santo Mattia

la neve va via.

 

Né freddo né gelo

è mai rimasto in cielo.

 

Il tempo rimesso di notte

dura quanto un piatto di fave cotte.

 

Se piscia a Pescia

piglia la scranna e mettiti a ceccia.

(Petrognano).

 

Il lardo.

È come chiedere il lardo al gatto!

(Una cosa impossibile.)

 

Fra Fazio.

Ci vorrebbe la borsa di fra Fazio.

(Fra Fazio è un piccolo frate di pietra messo a un angolo del duomo di San Martino, che reca una borsona più grossa di lui.)

(Lucca).

 

Cristo.

Cristo con i chiodi c’è morto, e molti ci campano.

(Per chiodi s’intendono i debiti.)

 

Il castagno.

Se ’l castagno ’un mette la pannocchia

povero paesano di Farnocchia!

(Per pannocchia s’intende l’infiorescenza. Le infiorescenze del castagno chiamate scientificamente amenti, per la loro forma allungata ricordano vagamente le pannocchie del granturco.)

 

La quercia nera.

Se canta il cucù sulla quercia nera

rallegrati che è primavera.

 

Regalo.

Ti regala il tordo, ma ti fa pagar cara la salvia.

(Con la quale il tordo viene cucinato.)

 

In sangue.

Chi ha soldi in sangue

la sera ride e la mattina piange.

(I soldi investiti in vacche, pecore, ecc. La mattina piange perché potrebbe trovarle morte.)

 

Canestrini.

Perché l’amicizia si mantenga

un canestrino vada e l’altro venga.

(Proverbio molto seguito da quelli di tangentopoli!)

 

Pazienza.

Col tempo e con la paglia maturano le sorbe.

 

Una.

Il padreterno di Vallecchia

cento le sbaglia una l’azzecca.

(Il Padreterno di Vallecchia è una grande immagine dipinta nella volta absidale della chiesa di Vallecchia. Esso è stato sempre usato dalla gente versiliese per battute di spirito, proverbi, imprecazioni.)

 

Doppia.

Sotto la frasca

si prende quella che piove e quella che casca.

 

Casa Bianchi.

Andare a Casa Bianchi (o alla Casa del Bianchi).

(Significava andare a letto. Forse a causa delle lenzuola che una volta erano sempre bianche.)

 

Brucia.

L’ulivo benedetto

brucia verde brucia secco

fino all’ultimo suo stecco.

(Camaiore).

 

Cattivo destino.

Chi non gioca per Natale

chi non balla a Carnevale

chi non beve a San Martino

non può avere un buon destino.

 

Spia.

Chi non beve in compagnia

o è un ladro o una spia.

(Ce l’avevano proprio tutti con chi era astemio o non aveva sete! Basti pensare alla famosa battuta della Cena delle beffe: “Chi non beve con me, peste lo colga!”)

 

Bigoncio.

Essere nel bigoncio.

(In crisi economica o d’altro genere, oppure anche in stato di confusione, un po’ come essere nel pallone”.)

 

Frati.

Fra Piglia sta in convento

e fra Dà ’un ci sta dentro.

(Nella tradizione popolare spesso i frati erano presi per ficcarli in proverbi, detti e storielle, assegnandogli la parte di fannulloni, mangioni e protagonisti di avventure boccaccesche.)

(Compitese).

 

Bugia.

Vale più una bugia ben detta che cento verità raccontate male.

(Pieve di Compito).

 

Garfagnino.

Per picchiare un garfagnino

ci vuole un lucchese e un fiorentino.

 

Atti.

Chi in gioventù non fa i suoi atti

in vecchiaia fa cose da matti.

 

Pancia di riserva.

— O ma’, mi sente la pancia.

— Attacchela ar muro e pigliene un’antra.

 

Si pigliano.

Chi si somiglia si piglia.

 

Fottuto.

Per conosce’ un lucchese

ci vòl tre anni e un mese

e quando s’è conosciuto

è un porcaccion fottuto.

(Vallico).

 

Lupi.

Più boschi si girano

più lupi si trovano.

(Gallicano).

 

Branchi.

Tra Perpoli e Fiattoni

una massa di birboni.

La Barca e Campo

ne formano un altro branco.

(Barga).

 

La casa.

La casa nasconde, non ruba.

(Se si smarrisce qualche oggetto in casa, prima o poi lo si ritrova.)

 

Guai.

Fare la finestra sul tetto.

 

Tagliare l’erba sotto i piedi.

 

Fare le scarpe.

(Detti dal significato similare, come portar via la fidanzata a un amico, soffiargli un lavoro, un affare, ridurre proprio male qualcuno.)

 

I ciocchi.

A giù vanno anche i ciocchi.

 

Cacio.

A regola di cacio.

(Secondo il normale andamento delle cose, salvo imprevisti.)

 

Per nulla.

Per nulla neanco ’l can dimena la ’oda.

(Garfagnana).

 

Per nulla il prete ’un dice messa.

 

Cascato. 

Me l’hai detto che è cascato dal seggiolone!

(Commento a un manifesto funebre di un novantenne.)

 

Tetto basso.

Sta’ attento a come parli, che c’è il tetto basso.

(Ci sono bambini presenti, quindi parla pudico.)

 

L’ascensione.

Se si va nell’orto il giorno dell’Ascensione

vengono le formiche a perdizione.

(Non solo era proibitissimo andar nell’orto per lavorarvi, ma anche fare altri lavori, pena gravi castighi divini.)

(San Lorenzo a Vaccoli).

 

Il suo.

Ognuno ci ha il su’ ramo di mattia

chi più e chi meno.

 

Ogni cervello ci ha il su’ beo.

(Un baco che lo guasta più o meno, in un modo o in un altro.)

 

San Bianco.

Divermèrito a San Bianco...

Se n’ho bisogno ci ritorno anco.

(“Divermèrito era la contrazione molto marcata di Dio vi renda merito”, usata dai mendicanti per ringraziare chi gli faceva l’elemosina.) 

 

I pisani.

Arrivano i pisani.

(Si diceva ai bambini quando la sera sbadigliavano e stavano per addormentarsi.)

 

Via.

L’Epifania

tutte le feste le porta via.

Torna il matto del Carnevale

e tutte le feste le fa ritornare.

 

L’Epifania tutte le feste le porta via

poi arriva San Benedetto

e ne riporta un bel sacchetto.

(Infatti arriveranno Pasqua, Pasquetta, Ascen­sione, Pentecoste e Corpus Domini.)

(Lucignana).

 

La martinicca.

Sei più indietro tu della martinicca.

(Arretrato, non al passo con i tempi. La martinicca era il freno dei barrocci che si trovava sempre  dietro.)

 

La secchia.

Mi sento più giù della secchia nel pozzo.

(Nel senso di “giù di corda”, stanco, depresso.)

 

L’albero fiorito.

Ci siamo sposati all’albero fiorito

te sei la mi’ moglie e io son il tu’ marito.

(Al tempo in cui gli alberi sono in fiore, cioè a maggio, mese nel quale più frequentemente si celebravano le nozze.)

 

Ciomo.

Conciato come un ciomo.

(Ridotto male come un Ecce homo.)

(Camaiore).

 

Rape.

Lo diceva Cristo agli apostoli suoi:

non mangiate rape che è cibo da buoi.

 

Quaranta.

Da quarant’anni ’n là

ohimmè qui, ohimmè là.

 

La vita comincia a quarant’anni.

(Proverbio meno antico del precedente. La contaddizione fra i due si spiega col fatto che una volta a quarant’anni si era considerati quasi vecchi, mentre oggi si è ancora giovani.)

 

La Messa.

È come la messa del venerdì santo.

(Detto di cosa molto lunga, che non finisce mai.)

 

Moscone.

Moscone

novità o persone.

 

Tuoni e fulmini.

È il diavolo che fa rotolare le botti.

(Si diceva ai bambini quanto tuonava.)

 

Ninnolo buffo.

Me la ’ompri la metto sur cantorale.

(Si diceva di persona buffa, o anche di donna piccola e vanesia che pareva un ninnolo da porre sul comò.)

 

Tegolo.

Briao come un tegolo.

(Perché il tegolo stando sul tetto si inzuppa quando piove. Lui d’acqua, il  briao di vino.)

 

Le caviglie.

Con quello non ce la scaviglia nessuno.

(Non ce la fa nessuno. Deriva dal gioco delle caviglie, con due giocatori seduti in terra piedi contro piedi e un bastone tirato da quattro mani, due da una parte e due dall’altra. Perdeva chi si alzava per primo.)

(Val Pedogna).

 

Sprecato.

Far del bene agli ignoranti

ne sa male a Dio e a’ Santi.

(Lunata).

 

Lillerate!

Chi non lìllera non lèllora.

 

Chi non unge non punge.

(Chi non fa una cosa che occorre fare per ottenerne un’altra [per esempio pagare la mazzetta per ottenere un impiego], non ottiene nulla..)

 

Pagare.

Borsa che stai dietro vien davanti,

l’arte vuol quattrini e non canti.

(Detto da chi doveva riscuotere il compenso per un lavoro eseguito per qualcuno il quale rimandava sempre il pagamento).

(Vagli e Montefegatesi).

 

Uomini e bestie.

Topo di biblioteca.

Topo sordo.

Topa di Capannori. (Statua di donna che trovasi sul cam­panile di quel paese, così chiamata dal popolo.)              

Son del gatto!

Cieco come una talpa.

Mosca al naso.

Zitto e mosca!

Pulce nell’orecchio.

Cavallo di Troia.

Cavallo di frisia.

Cervellino di gallina.

Gatto di piombo.

Occhio di lince.

A coda di rondine.

A becco d’uccello.

A volo d’uccello.

Liscio come un’anguilla.

Muto come un pesce.

Furbo come una volpe.

Nero come un calabrone.

Duro come un mulo.

Forte come un toro.

Cattivo come una iena.

Sudicio come un maiale.

Briaco come un miccio [ciuco].

Vecchio come il cucco [cuculo].

Matto come un cavallo.

Balordo come un allocco.

Velenosa come una vipera!

Vispo come un cardellino.

Bagnato come un pitorino [pulcino].

Nìfito come una lapa [invelenito come un’ape].

Noioso come una zanzara.

Leggero come una libellula.

Nudo come un beo [verme].

Corre com’una lepre!

Va adagio come una lumaca.

Piange come un vitello.

Canta come un rosignolo [usignolo].

Dorme come un ghiro!

Mi tratta come un cane!

Vita da cani.

Nudo bruo [simile al bruco].

Beo [verme] di fogna.

In bocca al lupo!

Sei una troia!

Sei una civetta!

Sei un orso!

Sei un miccio [somaro].

Sei un merlo!

Sei un pollo!

Sei un porco!

Sei un coniglio!

Sei una marmotta!

Sei un barbagianni!

Sei un pappagallo!

Sei un pidocchio!

Fare lo struzzo.

Fare il gallo (con le donne).

Fare il pavone (pavoneggiarsi).

 

Perde.

Chi va a Sant’Anna

perde la scranna.

(Così si sentiva rispondere chi si alzava dal suo posto per andare a far qualcosa, e quando ritornava lo trovava occupato da un altra persona.)

(Farneta).

 

Gramigna.

Studiare la gramigna.

(Detto canzonatorio rivolto, per esempio, a chi sembra assorto a studiare qualcosa per la quale non ha la stoffa. O che fai, studi la gramigna?”)

 

Vederci chiaro!

A lume di candela

né donna né tela.

(Sottinteso: non si deve guardare... Perché se avessero qualche difetto non si noterebbe.)

(Lucignana).

 

Gira pure.

Se questo è leale

per tutto il mondo puoi andare.

(Lucignana).

 

Il sollecito del mattino

è il riposo della sera.

(Lucignana).

 

Mesto ritorno.

La Superbia parte a cavallo e torna a piedi.

 

19 più 1.

La vecchiaia viene con diciannove mancamenti,

più  la goccia al naso che fa venti.

(Lucignana).

 

Piluccare.

A Lucca

chi ’un ci porta ’un ci pilucca.

(Chi non ci va con dei soldi in tasca, torna a mani vuote). 

 

Frenare.

Chi va piano va sano

e va lontano

chi va forte

va sollecito alla morte.

 

Lo sistemo!

Quando lo trovo, gli servo la messa!

 

A veglio.

Tra Sassi e Eglio

i gatti van a veglio.

(I gatti, cioè in questo caso gli innamorati, andavano a veglia la sera del 5 agosto, quando si svolgeva il ballo per la festa della Madonna della Neve.)

 

Procella.

In tempo di procella tutti i porti sono buoni.

 

Morto.

L’orto

vuole l’uomo morto.

(Per la fatica di coltivarlo bene.)

 

I piedi.

Poi anche a lui gli spunteranno i piedi fuori dal letto.

(Quando vi giacerà morto. Detto di persona arrogante e superba. Lascialo fare, tanto poi anche lui...)

 

Capitombolo.

È cascato dal crivello.

(Si diceva di un bimbo a cui era appena nato un fratellino, poiché tutte le attenzioni e le moine adesso erano rivolte al nuovo nato.)

 

La regina.

Se ’un sei bòno per il re, ’un sei bòno neanco per la regina.

(Così erano presi in giro i giovanotti scartati alla visita di leva. Per la regina era sottinteso: a letto.)

 

14 settembre.

Santa Croce

la pertica sul noce.

(La festa della Santa Croce cade il 14 settembre, momento giusto per scuotere le noci dall’albero.)

(Gallicano).

 

Nulla.

Chi veglia col lume e dorme col sole

non acquista né roba né onore.

 

Tutti.

Hai tutti i vizi all’infuori di mangiar la brusta [brace].

 

Una e due.

Chi tesse ha una camicia, e chi non tesse ne ha due.

 

Coccodé.

La gallina che canta ha fatto l’uovo.

(Si diceva di persona che spettegolava.)

 

Perse.

Notte senza luna

di cento pecore ne resta una.

 

Povero.

Pan di miglio si sfece in forno.

(Detto di cosa o persona di poco conto.)

 

Forza!

Ciancain ci arriverò!

(Si diceva a chi, seguendo un altro, non riusciva a tenere il passo e restava sempre indietro come fosse zoppo da una gamba (cianca). 

 

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