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6 — SCATOLOGICHE, EROTICHE, INDOVINELLI |
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La nonna antìa. La mi’ nonna antìa mangiava ’r baccalà n’entró una lisca ’n culo e ’un poteva
più cacà. (Livorno.) Meglio di così! A Monte Altissimo si sta benissimo si mangia torte e cavoli si caca come diavoli. Addio medicine. Quando la bocca prende e il culo rende, corna alle medicine e a chi le vende! La vita. La vita è come la scala der pollaio: corta e merdosa. I lucchesi. I lucchesi ’un
mangiano per ’un cacà! (Livorno.) Anche la serva. Con du’ soldi con du’ soldi quante cose ci si piglia ci s’abbraccia madre e figlia e la serva se ci sta. Le ragazze di Valdicastello. Le ragazze di Valdicastello ci hanno la gabbia e gli manca l’uccello. I ragazzi son pieni di rabbia ci hanno l’uccello e gli manca la gabbia. Canto di un barrocciaio. E me ne voglio andar verso Livorno dove tutte le donne me la danno, me la danno col pelo di contorno, e me ne voglio andà verso Livorno. Strisce e cosce. Te lo sei fatto il vestitino a strisce e per pagarlo vai a mostrar le cosce. Il cordone. Cecca. Bona sera sor curato, io mi voglio confessare. Curato. E se passi in sagrestia io ti do l’assoluzione. Prendi in man questo
cordone e ti do l’assoluzione. Cecca. Non son cieca non son sorda questa è ciccia non è corda. Mai stretta. Guanto, fica e berretta non fu mai troppo stretta. Il lavoro. Si lavora e si fadìa per la pancia e per la fia. Si lavora tutto l’anno ma la fia ’un ce la danno! L’amore. La mano nella mano la mano sulla cosa il coso nella mano il coso nella cosa. Pane e companatico. Quando nel 1847 i fiorentini piombarono a Lucca dopo essersi annessa la
Repubblica, vedendo quant’erano belle le donne locali cominciarono a dire: Pane di Prato vino di Pomino potta lucchese e cazzo fiorentino. Ma i lucchesi ribatterono pronti: Pane di Prato vino di Pomino cazzo lucchese e culo fiorentino. Le tre qualità auree. Lungo che tocchi grosso che tappi duro che duri. Giochi livornesi. O Mario, si gioa a “rava”? Dé, o che giòo sarebbe? Te ci metti ir culo, e io la fava! La sposina e il parto. Dissero a quella sposina che voleva partorire senza dolore: «Prega la Santissima Annunziata che l’uscita sia piacevole come l’entrata!» Amor segreto. Oh, quanto voglio bene al mi’ cognato che m’ha insegnato a far l’amor segreto, a far l’amor
segreto ’un è peccato. (Casabasciana.) Algebra. La fica è quell’espressione algebrica che racchiude l’uccello tra
parentesi, lo eleva alla massima potenza, ne estrae la radice quadrata, e lo
riduce ai minimi termini. La favoletta. Topa bagnata uccello
sazio! (Il detto deriva dalla favoletta di una topina che trovò un pezzetto di
formaggio e attraversando un ponticello con quello in bocca, lo lasciò cadere
nell’acqua per tuffarsi a prendere la sua immagine riflessa. Sennonché un
uccello di passaggio fu più svelto di lei e le divorò il formaggio vero.) Il canino. Ir canino di Baralla morì senza
assaggiarla. (La “cosina” della cagnetta). Scongiuro goliardico. Terque quaterque testiculis tactis palleggiatoque augello detractis pilis usque ad sanguinem digitoque in culum omnia mala fugata sunt sine contactu
telluris. (E tre e quattro volte toccati i testicoli e palleggiato l’uccello strappati i peli fino al sangue con un dito in culo sono fugati tutti i mali senza contatto con la terra [cioè saltando]). INDOVINELLI A tavola col re. Son piccina son morina passo il mar senza la barca vado a tavola col re son più ricca
che di te. (La mosca.) Vago fiore. Verde ero prima e verde son rinata e sopra il capo porto un vago fiore, dalle donne son presa e poi legata e sotto l’acqua messa e imprigionata, quindi mi straziano fra ceppi e chiodi ma ogni gente
conviene che mi lodi. (La canapa.
Dopo raccolta veniva legata in mannelli e posta a macerare nell’acqua dei
fiumi o torrenti, quindi lavorata per essere preparata alla filatura.) (Solaio in Versilia.) Cento uccelli. Un cacciatore vide un branco d’uccelli e fece: «O cento uccelli, dove andate?» E gli uccelli risposero: «Non siamo
cento, fossimo altrettanti la metà di tutti quanti e uno aggiunto saremmo
cento appunto.» (33+33+33+1=100) I fratellini. Son tanti fratellini tutti bianchi e piccolini nenè nenè nenè indovina che
cos’è. (I denti.) Non mi bagno. Mi lavo la faccia nello stagno e non mi bagno. Nenè nenè nenè indovina che
cos’è. (La Luna.) All’alba. Il mattino quando spunta l’alba l’uomo
l’allunga, la donna l’allarga. (Calzoni e sottana.) Dondolin. Dondolin che dondolava senza gambe camminava senza culo si sedeva poverin come
faceva. (Il gomitolo.) (Montefegatesi.) Un botticino. C’è un botticino con due sorta di vino, non si apre e non si serra se non si batte
in terra. (L’uovo.) Pentola. Pentola piena che vien per ripa con quattro mani e quaranta
dita. (La donna incinta.) Bella e bionda. Son bella e bionda fra i capelli tengo la più ricchezza che al mondo sia su di una gamba sola mi sostengo con tutte le sorelle in compagnia dopo il maggio recisa io vengo battuta e pesta con gran villania così dal fusto mio ne sorte il tratto tanto ne gode un savio quanto un matto nenè nenè,
indovinate che cos’è! (La spiga del grano.) Il punto. Qual è il punto
dove la donna è più nera? (L’Africa.) Cul della padella. Di rimpetto l’uno all’altro un coglione e l’altro scaltro la distanza è sempre quella come il cul
della padella. (Confessato e confessore.) Pitalocco. Maddalena sta distesa, Pitalocco ci sta attacco e Rosina bacia
il culo a Pitalocco. (Maddalena è la catena del camino, Pitalocco il paiolo che vi è
attaccato e Rosina la fiamma del fuoco.) Diritto e sodo. E la mia donna se n’è presa cura di farmelo venir diritto e sodo e me lo mette in certa sepoltura e me lo fa
gocciar di bianco brodo. (Il colletto
della camicia trattato con l’amido.) Ritto e duro. Per veder chi l’ha più ritto si pianta nel soffitto. Per veder chi l’ha più duro si pianta
contro il muro. (Il chiavaccio.) La bella. Son la bella del palazzo casco i’n terra e non m’ammazzo faccio lume al gran Signore son servita con
amore. (L’oliva.) O pendolin. O pendolin che fra le gambe pende morbido e senza pel bucato in cima la donna se ne vaga di quel frutto apre le gambe e
lo riceve tutto. (Il capezzolo
della vacca, mentre viene munto dalla contadina.) (Montefegatesi.) A fuoco di parole. Tirai a chi vidi ammazzai chi non vidi mangiai carne creata non nata cotta a fuoco
di parole. (La lepre pregna, cotta con un fuoco di giornali.) Me la tocca. Mi’ madre me l’ha fatta il mi’ damo me la tocca e mi dice quel
che ci ho. (La tasca del vestito.) Ficchella. Ficca ficchella fa quella cosa poi si riposa. (La chiave.) Cosino liscio. Ci ho un cosino liscio liscio che lo piglio
in mano e piscio. (Il fiasco.) (Pascoso.) Cosino lungo. C’è un cosino lungo un palmo che alle donne gli fa festa e gli fa cresce la pancia e gli fa chinà
la testa. (Il cucchiaio.) (Pascoso.) La vecchiaccia. A una finestraccia ci sta una vecchiaccia le dimena un dente chiama tutta la
gente. La campana. Non le vede. Chi le fa, le fa per vendere chi se ne
serve, non le vede. (Le casse da morto.) (Orbicciano.) Le tre conche. In cima al monte ci son tre conche passa il lupo e non le rompe passa la cagna ne rompe due chi è il più
bravo? (Se dici il lupo il narratore risponderà: «Alza la coda e baciagli il
buco.» Se dici la cagna: «Alza la coda e baciale la castagna.») (Massaciuccoli) Dentro e fuori. Indovinello indovinello dentro le palle
e fuori l’uccello. (Il fucile del cacciatore che sta per sparare.) (Massaciuccoli.) |