LA MORTE DEL CONTE

 

Oggi hanno sepolto un uomo che nel volgere di una vita è riuscito a dilapidare quanto i suoi avi avevano accumulato nel corso di secoli. Che rifiutando di mettere al mondo dei figli ha decretato il suicidio del suo alto lignaggio.

Il funerale è stato dei più semplici, con pochi amici soltanto. Fra questi ero anch’io, suo servitore al tempo del grande scialo e poi, livellati dalla mancanza di quattrini, suo compagno di vecchiaia.

Il mio rapporto di servitù col conte P... cessò parecchi anni fa, quand’egli si accorse di non aver più soldi per pagarmi lo stipendio. Ma in compenso cominciò a instaurarsi fra noi un’altra relazione: l’amicizia. Il passaggio da una condizione all’altra avvenne senza traumi, con naturalezza: io non andavo più da lui la mattina a prestare i miei servizi, ma ci vedevamo il pomeriggio al caffè per giocare a carte e chiacchierare un po’.

Passata la gran bufera, il Conte si gustava la bonaccia che era sopravvenuta, lasciandosi dondolare dall’onda tranquilla di un mare placato. Io continuavo a chiamarlo signor Conte, e sopravviveva in me un residuo dell’antica soggezione, e in lui un certo piglio autoritario, più abitudinario che voluto, nel trattarmi. Ma al di fuori di ciò non rimaneva traccia dell’antico rapporto servo-padrone. Eravamo semplicemente due vecchi soli, con pochi anni di vita davanti, senza altre aspirazioni che trascorrerli in pace.

Noi che avevamo conosciuto il gran mondo delle case da gioco e dell’alta società, ci si contentava ora di una partita a scopone, fumare un toscano, dare una scorsa al giornale del bar, guardare qualche film in TV.

Nel Conte non si coglieva alcun segno di disagio, conservava la stessa signorilità e imperturbabilità con cui aveva attinto alle sue ricchezze spargendole al vento come coriandoli, senza scrupoli né pentimenti. C’era qualcosa che impressionava nella freddezza con la quale aveva lavorato a demolire l’edificio che la lunga teoria dei suoi antenati aveva eretto e accresciuto. Era come la termite che divora la stessa materia da cui è nata. E dentro di sé, come spinto da un impulso irresistibile, aveva decretato l’estinzione delle sua stirpe.

Con oggi infatti il nome famoso e un tempo temuto dei conti P... è cancellato dalla faccia della terra in quanto portato da un essere vivente. Non rimane che nelle scritte lapidarie, nei documenti d’archivio, nelle storie della città, a testimoniare la parte avuta nel­l’economia e nel governo della cosa pubblica. E le belle dimore, le terre i boschi gli uliveti le vigne, ormai smembrati e divisi, oggi appartengono a nomi oscuri di nuovi ricchi, e neppure un bimbetto è rimasto a fregiarsi dell’antico stemma, a portare avanti la vecchia bandiera.

Io faccio parte di una razza di servitori, opposta a quella dei P... una razza che nei secoli ha lustrato i loro stivali, mangiato i loro avanzi e subito i loro soprusi; alla genia di quei lacchè che sputavano i polmoni correndo come cani davanti alle loro carrozze, e dunque dovrei esultare per questa fine ingloriosa. Dovrebbe giungermi dalla marmaglia dei miei antenati e uscirmi dalla gola un grido di gioia e di vendetta. Invece non provo che vuoto e malinconia e mi viene da piangere.

Avverto che è finito qualcosa a cui mi sentivo attaccato. Forse perché mi richiama alla mente l’infan­zia, la giovinezza, la gente e il clima dei miei anni migliori, e mi fa sentire di più la condizione di sopravvissuto di un’altra epoca. Un non so che per cui la mia razza, per incallita abitudine mentale, ha sempre considerato la sua esistenza come una simbiosi con i signori, e venuti a mancare questi è come le mancasse la vita.

Un’altra volta, un giorno di parecchi anni fa, avvertii come oggi questa specie di legame biologico. Anche allora c’era di mezzo un funerale, o qualcosa di simile: la traslazione dei resti mortali dei P... dalla cappella della villa sulla collina al cimitero comune. Dinanzi a quelle nobili spoglie, io provavo assai più di una generica umana pietà per l’amara sorte loro toccata. Avvertivo un sentimento del tutto particolare, come provocato da un’affinità del sangue, che me lo faceva rimescolare. Come se qualcosa di mio padre e di mia madre, e di tutti i miei avi loro servitori, fosse materialmente presente a quel rito, evocato dalla lunga dimestichezza che da vivi ebbero con i padroni.

Il trasloco di quelle salme fu assai doloroso per il Conte e per me, così come il fatto che l’aveva provocato. Furono forse gli unici episodi che facessero rimordere la coscienza al conte P...

 

Il primo fatto accadde in una fredda notte invernale. Come al solito avevo accompagnato con l’auto­mobile il Conte in città, in un circolo privato e molto esclusivo. Vi si facevano micidiali giochi d’azzardo con in palio forti somme di denaro, purosangue, ville e poderi e perfino — dicevano — fornicazioni con femmine! Il mio padrone in pochi anni aveva lasciato sopra quel maledetto tavolo buona parte della sua fortuna, quella che ancora non gli avevano sottratto le donne e i cavalli da corsa.

La villa sulla collina di San G... era l’unica proprietà di una certa consistenza che gli fosse rimasta, e fu appunto quella notte che la perse giocando a poker. Costruita senza risparmio nel Seicento da valenti architetti venuti da Roma, sorgeva in mezzo a un grande parco con fontane, statue e grandi alberi secolari. Da allora era sempre stata la casa madre, il quartier generale della famiglia, e non per nulla la chiamavano «L’Ammiraglia».

Nella cappella al suo interno erano sepolti il padre e una sorella del Conte morta giovane, che riposava in un’artistica tomba scolpita a imitazione del sarcofago di Ilaria del Carretto, e molti altri loro antenati.

Quella notte disgraziata il Conte non faceva che perdere, e più perdeva più si sentiva legato al tavolo e si accaniva nel gioco. Le ore trascorrevano veloci, anche se a me e al Conte sembrava che il tempo si fosse fermato. Quando a un tratto il vincitore ci richiamò bruscamente alla realtà, guardò prima la finestra e poi l’orologio e disse:

«È tardi conte, sta facendo giorno e devo tornare a casa.»

«Come, non mi dà neppure un’altra possibilità?»

«Glie ne ho già date anche troppe.»

«Ha forse paura che non abbia di che pagarla?»

«Non ho detto questo, so benissimo che lei è un uomo d’onore... anche se la cifra mi sembra enorme.»

«Che c’entra la cifra con l’onore! Uomini d’onore o si è o non si è.»

«Le ripeto che si è fatto troppo tardi.»

«Ma ora faremo molto presto... questione di una manche. Metto sul piatto l’Ammiraglia... Vuol giocarsi tutta la sua vin­cita contro l’Ammiraglia?» sbottò il Conte fra lo stupore dei pochi rimasti.

Il vincitore si passò una mano sulla fronte che poi scivolò sugli occhi fermandosi sulla punta del naso.

«Ho capito proprio bene?» chiese. «Perché sa, ho molto sonno e non vorrei... Da una parte la villa, e dall’altra il mio credito, in un’unica manche

«In un sola botta!»

Una smorfia come un tic nervoso attraversò il viso del­l’altro mentre rifletté un istante:

«E sia!» poi disse determinato, «ce la sbrighiamo in pochi minuti.»

Mi feci avanti e mi azzardai a dissuadere il mio padrone, posandogli leggermente una mano sulla spalla:

«Ma signor Conte... cosa fa...»

Volevo continuare... «è una pazzia, venga via per l’amor d’Iddio che la Fortuna le ha voltato le spalle, e poi la villa vale molto di più, solo per questo il suo avversario accetta la sfida», ma mi troncò la frase in bocca freddandomi con un secco: «Tu fai silenzio, lacchè!»

E fu così che la perse.

La madre del Conte era rimasta alzata fino all’alba. Lo aspettava seduta su una grande poltrona rossa, le gambe avvolte in una coperta davanti al caminetto acceso. Era una piccola vecchia dai capelli completamente bianchi, rattrappita a causa di una grave forma di artrosi, e quasi non si notava la sua presenza nel nell’ampio salone avvolto nell’oscurità, rotta soltanto dal guizzare sanguigno della fiamma nel caminetto. Fu per questo che quando io e il Conte entrammo, la voce della Contessa madre, del tutto inattesa, ci fece sussultare. Si era alzata laggiù in fondo, era balzata in piedi senza nemmeno aiutarsi col bastone come sempre faceva, e la sua esile figura scura si stagliava contro la luce del focolare come un fantasma nero.

«Cosa hai fatto, figlio mio!» gridò sgomenta e con una sicurezza che mi fece trasecolare.

«Mamma! Sei ancora alzata!» fece il Conte impallidendo ancor più di quel che era.

«Parla, in nome di Dio!» ella implorò con una voce rauca e profonda, che non sembrava appartenere a quella figurina minuta lì davanti, ma pareva provenire da sottoterra come quella di una Sibilla.

Il Conte si sentì scoperto e disarmato, esitò qualche istante, abbasso la testa e disse con un filo di voce: «L’Ammiraglia, mamma.»

La vecchia signora non aprì bocca, non un rammarico le apparve suo viso, non un rimprovero le uscì dalle labbra. Soltanto si portò le mani al volto tappandosi e premendosi gli occhi con le dita devastate dall’artrosi, poi le accostò come si fa nella preghiera e disse:

«Povero figlio mio... ti sei giocato anche il nostro cimitero!»

E in quel «nostro» della Contessa mi sentii compreso an­ch’io, e oltraggiato nei miei poveri morti.

 

L’altro fatto che turbò profondamente la coscienza del Conte, avvenne alcuni mesi dopo.

Il nuovo proprietario della villa era venuto nella determinazione di ristrutturarla per adeguarla alle esigenze della vita moderna, e non sapendo di che farsene della cappella, penso di disfarla e adibirla ad altro uso. Si recò dal Conte, e con le dovute maniere, ma anche senza troppi complimenti, gli disse di andarsi a prendere i suoi morti.

Io e il Conte salimmo sulla collina tutta fiorita, in quella primavera splendida e precoce, mentre noi avevamo tanta tristezza nell’anima. Ci accompagnava anche la vecchia Contessa che non c’era stato verso di farla rimanere a casa. Sicché quel giorno, riuniti nella cappella non più appartenente a loro, ormai estranei che venivano cacciati, c’era tutta la stirpe dei P... quelli vivi e quelli morti. E la loro umiliazione, l’affronto che subivano, non mi lasciavano indifferente, ferivano anche la mia anima di loro servitore.

Lavorammo tutto il giorno a riesumare le spoglie finché a sera i resti furono pronti per esser trasferiti al camposanto dei comuni mortali. Per i morti come per i vivi, era finito l’antico privilegio. Non più nella torre d’avorio, splendidamente isolati sulla collina riposavano, ma in mezzo ai loro sudditi e servi di una volta. Pochi mesi dopo li raggiunse anche la vecchia Contessa madre, dopo una rapida malattia causata proprio da quel gran dolore.

 

Da oggi riposa con loro anche il Conte. I pochi lontani parenti in linea femminile sono arrabbiati con lui che dilapidando una grossissima fortuna non gli ha lasciato neppure una briciola. Per dispetto non si sono fatti vedere al funerale e non andranno mai a fargli visita al cimitero. I soli che porteranno fiori sulla sua tomba e reciteranno qualche preghiera, saremo noi quattro servitori e amici, ma vecchi come siamo non dureremo molto.

                                                                       Giacomo Paolini

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