I QUATTRO VECCHI

 

 Il paese era grazioso e antico, aveva la chiesa romanica di pietra serena, serena come la vita dei suoi abitanti, piccoli possidenti con la vigna che forniva il vino del buontempo, l’orto con la scarola e il radicchio, l’aglio per abbassare la pressione alzata dal vino, la cipolla che depurava il sangue dagli effetti della troppa carne di porco, il rosmarino che insaporiva i mangiari preparati dalle anziane, siccome le giovani lavoravano in fabbrica e le ragazzine andavano a scuola. Quanto ai vecchi, riscuotevano la pensione che seppur misera la facevano bastare: vizi ne avevano pochi, non lavorando campavano con una minima quantità di cibo. Per vestirsi spendevano zero, usando gi abiti smessi dai figlioli.

Anche se non sempre era stato così. Infatti si compiacevano di raccontare che una volta erano tempi duri, si stringeva la cinghia intorno alla magra pancia, si sgobbava come asini in cambio di che cosa? Era assai se rimediavano un tozzo di pane nero, un mezzo toscano da fumare ogni tanto (masticando poi la cicca), e un poncino la domenica all’osteria dove si ritrovavano e alzavano un po’ il gomito per sollevarsi lo spirito.

Adesso i quattro Vecchi all’osteria ci venivano tutti  i giorni, e di poncini ne bevevano diversi. A casa lavoricchiavano più che altro per ammazzare il tempo, a potare le viti e le rose delle donne, tagliare un po’ d’erba per i conigli, ripulire dalle gramigne le prode che avevano vangato i figlioli, tutta roba che non si durava fatica. Ma questo soltanto la mattina, perché tutti i pomeriggi che Dio metteva in terra erano fissi al caffè, e precisamente al tavolo d’angolo accanto alla finestra che dava sulla pineta sempreverde.

Le belle giornate, a una cert’ora, la loro pelle incartapecorita veniva illuminata dal sole che entrava attraverso i vetri, proiettando le ombre delle mani e delle carte sul tavolo di noce dalle belle venature e nodi scuri, da cui un tempo lontano uscivano i rami con le noci attaccate.

Una scena, ormai diventata un rito, che si ripeteva da anni, da quando era cominciata la loro vecchiaia insieme a un certo benessere economico recato dall’assegno della Previdenza e dal lavoro in fabbrica dei figlioli. Nessuno ricordava un pomeriggio — piovesse nevicasse o soffiasse la tramontana — che non si trovassero piazzati a quel tavolo d’angolo, intenti a disputare interminabili partite, soppesando col bilancino le mosse, attenti alle smorfie sul viso del compagno o degli avversari (strizzare l’occhio per il sette, corrugare la fronte per il regio, storcere la bocca per l’asso, e così via). Con gli immancabili bicchieri davanti, il sigaro o la pipa in bocca, avvolti in un’aura fumosa, circonfusi, quando entrava il sole, da una nuvola di luce e di polvere d’oro che assumeva le forme più varie come in una metamorfosi magica: di volute, aureole, ghirigori, strascichi vaporosi di chiffon di fanciulle irriverenti che volessero giocare coi nasi virili e le bocche sdentate dei Vecchi. Beati e felici come null’altro avessero da chiedere alla vita. E si poteva ragionevolmente supporre che niente potesse dividerli, se non la morte.

Sicché, quando un giorno di primavera un Vecchio mancò all’appuntamento, gli altri si guardarono increduli e sconcertati dicendosi parole insensate, mentre nei loro cuori prendevano corpo le ombre più cupe.

«Che gli sarà successo?»

«Sara malato?»

«Sara morto?»

Si sentirono come amputati anche fisicamente di qualcosa, talmente era incallita la loro abitudine. Bevevano senza gusto il loro ponce ormai freddatosi nel bicchiere, alzavano dal tavolo il mazzo delle carte, se le rigiravano nervosamente fra le mani passandosele l’un l’altro, prontissimi a darle se fosse arrivato il compagno. Ma nella luce della porta che fissavano di continuo, la figura rinsecchita e gobba del quarto Vecchio non apparve mai.

Il giorno seguente la scena si ripeté, con la sola variante che alla preoccupazione per la salute dell’as­sente si erano aggiunti la curiosità, il mistero e lo sconcerto di chi non riesce ad afferrare il senso di qualcosa. Torti non gliene avevano fatti. Passarono in rassegna i loro rapporti dei giorni precedenti, e sgarbi non ne trovarono. Come al solito tutto era filato liscio e l’armonia di sempre non era venuta meno. Dunque, perché il compagno non tornava?

In salute stava bene, lo sapevano dalla mattina quando erano andati a casa sua e gli avevano chiesto il motivo della defezione. Era stato vago, enigmatico, e alle loro insistenze anche infastidito, come chi non gradisce che si ficchi il naso nei propri affari, quasi si fosse trattato di estranei e non di amici di una vita.

«Allora non tornerai più?»

«Tornerò, però adesso lasciatemi in pace!»

Ma passavano i giorni e non si faceva vivo, finché anche il secondo Vecchio mancò all’appuntamento.

I due superstiti, più sconcertati che mai, forse per comodità di pensiero sembrarono non aver dubbi che stavolta il loro amico era malato davvero. Sarebbe stata questione di pochi giorni e l’avrebbero rivisto. Nel frattempo si poteva giocare anche in due, seppure a scopa o a briscola soltanto. Infatti disputarono diverse partite ma senza divertirsi come prima, sicché, tormentati da quel tarlo che li rodeva dentro, decisero di andare subito a casa dell’assente.

Lo trovarono che anche lui stava benissimo, anzi non l’avevano mai visto così in salute, arzillo come un cardellino innamorato. Nei suoi occhi c’era un non so che di strano, come dei lampi di giovinezza ritrovata, balenii ambigui e ammiccanti di segreto pensiero. E sulle labbra un sardonico impercettibile sorriso.

Anche qui molte domande, con risposte vaghe e contorte da parte dell’inquisito che infine mostrò insofferenza per le loro pettegole insistenze, dapprima velata e poi così manifesta che i due indagatori pensarono bene di andarsene, per non compromettere ulteriormente la loro amicizia col rischio di rimanere in due per sempre. A giocare in due non c’era soddisfazione e lo consideravano soltanto un momentaneo ripiego, anche perché questo secondo Vecchio, come il primo, aveva promesso che sarebbe tornato.

Promesse da marinaio, passarono i giorni e non si vide. Finché accadde un fatto ancor più straordinario. Tutti gli avventori dell’osteria, il padrone, la commessa, i bambini che compravano il gelato, gli altri abituali giocatori di carte, non credettero ai propri occhi: al tavolo di noce bisunto, nell’angolo inondato dal sole, c’era rimasto un unico Vecchio, un povero desolato vecchietto il quale, se con i compagni costituiva un’entità viva, da solo era come se non esistesse. Il più vecchio, piccino e gobbo che si scorgeva appena, nascosto fin quasi al collo dal tavolo massiccio, e da lì in su dalla nuvola che produceva fumando la pipa.

Nei momenti in cui la nuvola si diradava lo si poteva scorgere intento a nascondere il suo disagio tirando avanti un solitario con le carte ora tutte sue, gli occhietti assenti che fissavano il vuoto.

Finché, improvvisamente, si alzò e uscì.

Tornò l’indomani, ma neppure si sedette al tavolo. Chiese un ponce al banco, anzi un doppio ponce e lo volle corretto con doppia dose di grappa. Lo bevve d’un fiato quasi bollente e con quella bomba in corpo cominciò ad aggirarsi fra gli avventori in modo strano, ascoltando i loro discorsi con insolito interesse e facendo domande investigative come giocasse al commissario Maigret.

Qualcuno osservò che, o era l’effetto della grappa, o doveva essere ammattito, tanto il suo comportamento appariva fuori del normale: la mancanza dei compagni, l’interruzione di un’annosa abitudine radicata in lui dovevano avergli dato alla testa... O forse si trattava di un’arteriosclerosi al cervello... chissà!

A un tratto, come avesse avuto da qualcuno la risposta desiderata, o un’improvvisa illuminazione men­tale, spense la pipa, se la cacciò in tasca e partì di gran carriera. Gli avventori accorsi alla finestra lo videro allontanarsi a passo veloce nel bosco, lungo la strada che conduceva a Villa Chiara.

Nei dintorni del paese, tra vigne, uliveti e campicelli sorgevano alcune antiche dimore dove nobili e mercanti del Sei e Settecento venivano a villeggiare. Una si trovava in uno stato di completo abbandono, lasciata al suo destino di erbacce, di rovi e di topi dall’ultimo rampollo di un’illustre famiglia ridottosi in miseria. Due erano finite nelle mani di facoltosi commendatori milanesi con interessi nel campo della gomma e della plastica. E la più splendida di tutte, appunto villa Chiara, fatta restaurare di recente da un’agenzia immobiliare, da maggio a ottobre veniva data in affitto a un ricco barone tedesco.

Il sole era alto, faceva molto caldo e il Vecchio, camminando come partecipasse a una maratona di marcia, avvertiva un affanno il quale aumentava man mano che si avvicinava alla villa. Le acacie che fiancheggiavano la strada erano tutte in fiore e il loro profumo forte e dolciastro lo prendeva alla gola, gli scendeva nel petto ansimante contribuendo a quel senso di soffocamento.

Finalmente giunse alla villa, circondata da un’alta siepe di alloro che s’interrompeva soltanto in corrispondenza di un maestoso cancello in ferro battuto, da dove si poteva vedere in mezzo al parco la facciata barocca della nobile dimora, con ampie scalinate dall’andamento «mosso» come un concerto mozartiano, e finestre incorniciate da figure grottesche ma nel contempo eleganti.

Oltre il cancello si stendeva un lungo viale cosparso di ghiaino bianco che conduceva all’ingresso dell’edificio. Nel parco spiccavano due grandi fon­tane di marmo con molti zampilli che sgorgavano da bocche di Satiri e seni di Naiadi e Ninfe, in grandezza naturale. Le acque ricadevano limpide e leggiadre nelle vasche, con riflessi argentei che a tratti, sotto il sole, diventavano bagliori accecanti.

Tutto attorno, grossi cedri del Libano proiettavano le loro ombre cupe sul prato di smeraldo.

Il Vecchio si fermò davanti al cancello e finalmente prese fiato. Era stanco e per sostenersi afferrò le sbarre di ferro con le mani rinsecchite, sbalzate di vene e nervature, e vi appoggiò la fronte sudata. A contatto del metallo, che stringeva con forza quasi volesse dimostrare a sé stesso che ne aveva ancora, sentiva l’affanno placarsi e il respiro che tornava a farsi normale, così come il battito del cuore che aveva smesso di galoppare e ora trotterellava più tranquillo.

Si mosse in cerca di frescura e la trovò dietro l’immensa siepe. Vi si addossò il più possibile strisciandovi accanto come un ladro. Era vestito di scuro e l’ombra profonda di quel muro vegetale quasi lo nascondeva alla vista, lo mimetizzava alla maniera di certi animali che si celano ai predatori.

Arrivò dove il recinto formava un angolo con l’altro lato, mettendosi a occhieggiare fra le foglie: ad di là non scorse anima viva e riprese a camminare decisamente, quasi a correre, tantoché gli ritornò il batticuore. Anche dopo l’angolo, la siepe lunga e fitta continuava la sua fuga.

A un tratto il Vecchio si fermò di scatto. Lì nella siepe, poco discosti da lui, osservò tre strani pertugi chiusi da altrettanti tappi. E quale fu la sorpresa quando si accorse che i tappi si muovevano! Credendo di aver le traveggole si stropicciò  gli occhi, spostò alcune frasche e aguzzò meglio lo sguardo: Gesù! I tappi avevano teste sostenute da colli, da cui scendevano, come da tutti i colli del mondo, le spalle le braccia i busti le pance e le gambe.

Lentamente e in silenzio scivolò vicino a loro, introdusse le mani nella siepe per crearsi anche lui il proprio buco e spaziare con lo guardo al­l’interno del parco. La forte luce lo rese cieco per qualche istante, dopodiché il fiato gli si mozzò in gola davanti a uno spettacolo che aveva del surreale.

«Ma sogno o son desto?» si chiese sbigottito.

Una gran piscina scintillava azzurra in mezzo a un parco fiorito di tutti i fiori che maggio fa sbocciare alla loro effimera esistenza. Era tutta orlata di marmo bianco e un alto trampolino si proiettava sull’acqua davanti a un ombrellone rosso con frange dorate. Alcuni superbi pavoni facevano la ruota lì vicino, con le penne che balenavano di colori iridescenti, e due candidi cigni scivolavano impettiti sull’acqua increspata da uno zeffiro leggero.

Sulla sponda presso l’ombrellone, completamente nuda come Dio l’aveva fatta (e dovette esser fiero di quel capolavoro), una bionda valchiria faceva tranquillamente ginnastica con una naturalezza e una grazia che incantavano. Con misurati e ampi movimenti, che parevano abbracciare tutto il parco, alzava e abbassava le braccia come fossero ali d’arcangelo e volesse spiccare il volo verso quel cielo splendente di maggio da dove certo era discesa. Sollevava una gamba dopo l’altra, finché ciascuna formava col tronco un perfetto angolo retto. Si piegava in avanti, si chinava armoniosa verso l’acqua nell’atto di tuffarvisi dentro, ma non lo faceva, e continuava a protendersi in un movimento di danza, quasi a voler creare un clima di suspense per qualche immaginario spettatore, o giocare con se stessa. Il seno si portava sempre più in avanti e in basso, mentre il suo sederone si innalzava verso il cielo come un monumento.

Finalmente s’immerse quant’era lunga nel turchino della vasca, e sotto l’acqua il suo corpo pareva un fantastico e guizzante pesce bianco. Con disinvoltura eseguiva evoluzioni elegantissime che avrebbero suscitato l’invidia di un delfino, le quali strappavano soffocate esclamazioni ai vecchi appostati nella siepe, le cui maschere facciali si corrugavano via via in tutte le possibili variazioni della meraviglia e del vano desiderio.

La maliosa sirena riemerse abbandonando le forme marine e riprendendosi quelle terrestri, o celesti che fossero, appoggiò le mani sull’orlo e saltò su con un balzo felino. Gocciolante di perline d’argento ricominciò più regale che mai a eseguire i suoi esercizi fra ginnici e danzanti sull’erba del prato, circondata da tutti quei fiori di cui certamente essa era il più bello. Fletteva all’indietro come un arco il corpo agile e splendido, e lanciando invisibili dardi verso i Vecchi lo faceva ritornare di scatto nella posizione iniziale.

Finché non ne ebbe più voglia, e si lasciò andar giù abbandonandosi languidamente sull’asciugamano disteso al sole. E pur così ferma, immobile, con le poppe che finalmente dopo tanti sobbalzi avevano trovato riposo sul petto, i Vecchi non si stancavano di guardarla emettendo miagolii soffocati di gatti in amore.

Anche l’ultimo arrivato si era ben sistemato al suo posto d’osservazione, e lì era rimasto rigido come uno di quei Satiri di pietra sparsi nel parco. Pur ingoiando una gran quantità di saliva, la sua gola diventava sempre più secca, e una gamba gli vibrava a tratti in un tic nervoso, come del resto succedeva al compagno vicino.

Già, il compagno... i compagni... Completamente preso dallo spettacolo aveva dimenticato la loro presenza. Ma erano tutti lì, più vivi e vegeti che mai, e sentivano rifluire nei nervi e nel sangue gli antichi bollori della giovinezza. Finalmente i Vecchi si erano ritrovati, tutti e quattro di nuovo insieme, ancora uniti da un comune interesse, ammaliati dallo stesso incantesimo, bellamente allineati ad ammirare quella magica visione.

L’ultimo si staccò dalla siepe. Ancora trasognato ma con i lineamenti distesi e sereni si portò alle spalle dei compagni e vi diede sopra delle pacche: 

«Suvvia babbei!» li apostrofò allegramente, «andiamo via! Non vedete che s’è addormentata?»

«Già... la dea dorme!»

«Poverina, era stanca.»

«Dopo tanti contorcimenti...»

«Sogni d’oro!»

S’incamminarono senza più parlare lungo la strada, seguendo la linea d’ombra del bosco. Alcuni scoiattoli squittivano sui grossi pini, felici forse per qualche scorpacciata di pinoli, o per questioni d’amore. Ogni tanto un merlo, volando basso e chioccolando, attraversava la via.

Poi un Vecchio ruppe il silenzio:

«Ma dove andiamo?»

«E lo domandi?» un compagno rispose, «a farci una bella scopata!»

«Ben detto,» gli altri approvarono, «ne avevamo proprio voglia. Una bella scopata... a carte!» 

 

                                                         Giacomo Paolini

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