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salvo diversa indicazione, i testi sono di Giacomo Paolini©

L’IMPUTATO

monologo teatrale

(entrando in scena) Eccomi qui signor giudice...

Là fuori i carabinieri mi hanno tolto le manette, anche se io avrei voluto tenerle. Quei ferri sono il simbolo della mia colpa, e voglio sentirne il peso e la vergogna. Un peso leggero a paragone di quello ben più grave che mi opprime la coscienza. Che mi fa soffrire, ma di un dolore che accetto volentieri, come lo strumento del mio riscatto.

Sì sì, lo vedo... Anche lei si meraviglia di questo mio parlare da persona colta, perché anche lei vede in me soltanto il contadino rozzo e ignorante. Come quella povera donna là... ora là nel camposanto.

A voi gente di città, istruita, non passa neppure per l’anticamera del cervello che anche il bifolco possiede una mente che può essere intelligente e desiderosa di conoscenza; e può avere un animo gentile e amore per l’arte.

Anche lei non riesce a concepire che un cristiano con le mani callose come le mie, dopo una giornata di lavoro nei campi, possa passare le mezze nottate a leggere libri per farsi una cultura.

Sì, ha ragione, mi scusi per questi preamboli. Vengo subito al fatto.

Tutto cominciò una sera d’estate. Quella donna... Come? Vuol sapere perché la chiamo “quella donna”?... Perché pronunciare ancora il suo nome mi stringe il cuore... Va bene signor giudice, la chiamerò col suo nome. Stefania si trovava in villeggiatura lassù, e quel sabato sera era venuta a ballare alla “Baita”, un locale più a valle, una specie di tempio per il “liscio”, dove capitavano appassionati anche dalla città.

Anche gli anni precedenti veniva a passare l’estate in campagna con la mamma, ma allora mi pareva ancora una bambina. Vedevo la sua figurina aggraziata in abiti colorati e svolazzanti attraversare i prati leggera come una farfalla, ma non suscitava in me nessun sentimento e desiderio, ma solo un’emozione estetica come fosse un dipinto vivente di Renoir... Sì, signor giudice, mi piace anche la pittura, e in particolare quella all’aria aperta, con tanti campi pieni di fiori e di messi.

Quella sera fatale, invece, la donna ancora in boccio era sbocciata all’improvviso come uno splendido fiore. E ballando con lei, a contatto col suo corpo sudato e caldo, mi sentii avvolgere da un eccitante profumo di femmina, che provocò in me un rimescolamento di pensieri e d’instinti e un’attrazione irresistibile.

Qualcosa di simile successe anche a lei nei miei confronti: la stessa freccia scoccata da Amore trafisse il cuore di tutt’e due. E tutt’e due perdemmo la testa e corremmo fuori nella notte a consumare un amplesso d’una dolcezza infinita.

Come lei sa, da quel fiore nacque un fiorellino... Sorride, signor giudice?... Mi prende in giro per questo mio linguaggio infantile, poetico, lo chiami come vuole. Preferiva che usassi un linguaggio da macellaio? Dopo le sedici coltellate, il poeta è diventato un macellaio. È questo che pensa?... Va bene, mi scusi. Continuerò l’”esposizione dei fatti”, come voi la chiamate, senza più fiorettature.

Dopo poco ci sposammo. Nacque il bambino che chiamammo Giacinto, il nome di un fiore, ed eravamo felici come di più non si può. I giorni passavano uno più bello dell’altro lassù sul monte. Le stagioni si susseguivano e ciascuna ci portava i suoi doni: le rose, le fragole, i pomodori, le mele, il grano, le castagne... Assistevamo in perfetta sintonia alle albe e ai tramonti. Osservavano incantati le notti stellate, e quando la notte di san Lorenzo guardavamo le stelle cadenti, esprimevamo insieme lo stesso desiderio: che il nostro amore non morisse mai. In questa vita e nell’altra durasse per l’eternità.

Sì, signor giudice, mi scusi ma è più forte di me. Torno subito al fatto.

Anche lei, pur essendo nata e vissuta in città, aveva preso ad amare la campagna, la natura. Non in modo passivo, contemplandola come si guardano i quadri nei musei, ma vivendoci dentro, rimboccandosi le maniche e partecipando con gioia alle semine ed ai raccolti, alle sfogliature ed alle vendemmie. Ricavandone un piacere che le rendeva leggere anche le fatiche alle quali non era abituata.

Sotto il solleone dell’estate chiamava le sue grandi sudate “bagni benefici” che le purificavano il corpo e la mente, liberandoli dalle scorie. Le raffiche della tramontana nei gelidi inverni erano sul suo viso “salutari sferzate d’energia”. E le allegre folate degli zèffiri primaverili “massaggi dolci come carezze”.

E rimpiangeva di avere sprecato l’adolescenza nel dedalo delle strade buie della città, senza i grandi orizzonti e i buoni profumi del rosmarino, della salvia e delle mille altre essenze sprigionantisi dai campi e dai boschi; ma col sentore dei cattivi odori che esalavano dai tombini; e senz’altra visione se non quella dei muri e delle finestre dei dirimpettai.

Perfino il caldo fermentare della paglia, che faceva da letto agli animali nelle stalle, per lei era un gradevole profumo, la mattina presto quando andava a mungere le vacche. E tirando allegra i capezzoli, le chiamava per nome e parlava con loro come fossero persone.

Ma il demonio dovette essere geloso di questa magnifica intesa, l’eco del nostro grande amore dovette arrivare fin laggiù nei recessi dell’inferno. E per mandarlo a male, invece di prendere le sembianze di un viscido serpente come aveva fatto nel paradiso terrestre, si travestì da giovane e seducente libertino, biondo e profumato, dai modi e dalla lingua efficaci ed eloquenti, ancor più di quelli usati nei panni di Don Giovanni.

Come?... Devo uscire dalle metafore e stringere?... Sì, signor giudice, mi perdoni, “esporrò i fatti” e basta.

Stefania aveva conservato la passione per il ballo, e il sabato sera continuavamo ad andare alla “Baita”. E ogni volta che ne varcavamo la soglia, provavamo una certa emozione al pensiero che lì era nato il nostro amore. Ma se quella balera ne era stata la culla, ora doveva diventarne la bara.

Perché fu appunto lì, che Stefania incontrò il demonio travestito da quel giovanotto di città... La scintilla che scoccò al loro primo contatto era di quelle che non perdonano, perché alimentata direttamente da un tizzone dell’inferno.

No, signor giudice, non vaneggio: solo la potenza malvagia del Maligno poteva incenerire un sentimento forte come quello che legava i nostri cuori. Ma visto che vuole concretezza e non fantasie, si tratta proprio di lui, “del Giovanni Bardelli”, come lo chiamate voi. (alzando il tono) E se vuole ancor più concretezza, lo contento subito signor giudice. Era proprio quello che mi ha fatto cornuto e assassino... come lo chiamo io!

Sì, scusi, mi calmo, mi calmo...

Dopo quell’incontro Stefania non era più la stessa. Il suo atteggiamento nei miei confronti, ma anche nei confronti dei lavori nel podere e in casa, della natura che prima amava tanto, cambiò radicalmente. Non era più il profumo del rosmarino che l’attirava, ma quello del Bardelli. La terra non era più la gran madre che ci permette di seminarla e ci dà il cibo e la vita. Non era più la nobile argilla da cui Dio aveva tratto il primo uomo, ma era diventata la vile materia che a toccarla le sporcava le manine con le quali doveva accarezzare il suo amore.

Non mi resi subito conto del suo tradimento. Anzi, questo pensiero non mi sfiorava neppure la mente, tanto mi pareva impossibile e assurdo. Ingenuamente attribuivo il suo cambiamento al volubile umore che in certi momenti hanno le donne. Oppure ad una debolezza passeggera dovuta alla vita faticosa che aveva condotto, che ora il suo fisico delicato non sopportava più. Ed aumentavo le mie attenzioni nei suoi confronti, invitandola a riposarsi.

Ma più le mie premure erano affettuose e più lei reagiva con insofferenza... specialmente quando queste riguardavano la nostra sfera amorosa e sessuale, allorché diventava proprio aspra e sgarbata.

Ma continuai paziente a sopportare ogni sua repulsione, nell’illusione che si trattasse di cosa passeggera, dovuta alla luna storta che alla fine si sarebbe raddrizzata.

Sorride signor giudice?... Sa, noi contadini siamo un po’ astrologhi e a queste cose ci crediamo ancora.

Ma altro che luna storta! Alla fine il suo tradimento venne alla luce del sole e diventò la novella che si raccontava in tutto il paese, nella quale naturalmente io ero il personaggio dello zimbello.

Se in un primo tempo gli amanti si preoccupavano d’incontrarsi di nascosto, pian piano diventarono così sfrontati che si esibivamo in pubblico senza nessun pudore per se stessi, né rispetto per me.

Da quel momento le liti fra me e “quella donna” non si contarono più. Io non sopportavo l’idea di perderla, subivo le angherie, le umiliazioni, le perdonavo tutto purché la cosa finisse, e Stefania tornasse fra le mie braccia.

Sentivo che non avrei potuto vivere senza di lei, che ormai ora diventata parte di me stesso, la parte più vera e più nobile come l’anima, e senza di lei sarei rimasto come senz’anima e diventato un bruto animale che pascola l’erba nei prati e attinge al trogolo dei maiali.

Quel giorno... sì signor giudice, il giorno del “fattaccio”...

Quel giorno, in preda alla disperazione più nera tentai di giocare l’ultima carta. Mi sprofondai come un verme nell’umiliazione più spropositata pur di convincerla. Forse avrò esagerato, non ricordo più bene cosa dissi, forse l’avrò offesa, involontariamente offesa, non so, tutto nella mia mente è avvolto in una nebbia indefinita... Il fatto è, che a un certo momento lei si ribellò come una iena.

Ecco, da questo punto la visione mi torna chiara... Cominciò a provocarmi con una specie di schiaffeggiamento... no no... non mi percosse signor giudice, parlo di schiaffeggiamento morale, eseguito con una lingua velenosa come quella di una vipera. A tanto era arrivato il Re delle Tenebre, a trasformarla in vipera, in serpente come quello che tentò Eva. Lui di queste cose è pratico.

Cosa mi disse?... Che era stufa di stare con un sudicio bifolco come me. Di farsi carezzare la pelle delicata da mani ruvide come le mie. Stufa di giacere nel letto insieme ad un corpo come il mio, che certe notti puzzava ancora di letame. Stufa dei miei baci al sapore dell’aglio, e dei miei modi rozzi da troglodita. Di una vita miserabile a mungere vacche e governare porci come quella che le offrivo io, povero citrullo.

Quando invece aveva a disposizione le mani lisce e senza calli di “quell’altro”, per riceverne carezze ben più eccitanti. Il suo corpo sempre fresco di bagni profumati, per farci l’amore. I suoi ineffabili baci dal bouquet di fragola o petalo di rosa. E la vita da signora con frequentazioni nella buona società, che lui le offriva... E insomma roba di questo genere, e anche peggio.

Poi ricordo qualcosa di terribile... ma non so dire le parole precise, perché a questo punto riappare la nebbia, e tutto nel mio cervello si fa vago e indistinto... Come in una sequenza di rapidi flash, rivedo il vecchio tavolo di noce che era stato dei bisnonni, con sopra lo sfavillio di un coltellaccio... La luce abbagliante della finestra, con il sole che mi dava negli occhi, e contro quel bagliore una figura scura come un’ombra... E quell’ombra che ad un certo punto si agitava disperata, finché sparì e cadde giù... Mentre un tonfo sordo sul pavimento spense la luce della finestra e i miei occhi rividero chiaro... Il corpo di lei colpito a morte giaceva sui mattoni, col sangue che zampillava da mille fontanelle...

Dice che erano sedici, signor giudice? A me parevano infinite.

Vuol sapere cosa feci dopo?

La cosa più naturale. Rivolsi il coltello verso di me. Lo rivedo chiaramente perché ora la nebbia è tornata via. Era quello che serviva alla nostra famiglia quando si macellavano i maiali. Con gli occhi fissi sulla morta, mi resi conto che quello che avevo fatto non avrebbe avuto senso se non completavo l’opera. Se io stesso non andavo a raggiungerla, come dal desiderio espresso insieme ai tempi felici, nelle notti di san Lorenzo.

Stavo per inferirmi un colpo al cuore con tutta la mia forza di contadino, preciso e secco per non soffrire, quando...

Quando un pianto acutissimo squarciò il silenzio della casa. Si apri la porta della stanza e apparve Giacinto, il nostro bambino di tre anni che si era svegliato impaurito forse per un brutto sogno, gridando fra un singhiozzo e l’altro: “mamma, mamma!”

Allora gettai lontano quel coltellaccio maledetto e mi precipitai verso di lui facendo schermo col mio corpo per impedirgli di vedere la terribile scena di sangue. Lo ghermì come un falco, me lo strinsi forte al petto e lo portai lontano... Vagai a lungo nei campi e nei boschi con lui in braccio.

Ora si era calmato, e guardava incuriosito e allegro gli scoiattoli che saltavano da un pino all’altro del bosco... Ma ogni tanto aveva un sussulto e continuava a invocare la mamma... “Perché non c’è la mamma? dov’è la mamma?”

Lo portai al sicuro da una zia che abitava vicino, eppoi raggiunsi la caserma dei carabinieri. Strada facendo, mentre camminavo vacillando, nella confusione e nell’oscuro turbinio della mia mente un solo pensiero emergeva chiaro: quello che grazie a lui, e per lui, la mia vita stava ritrovando un senso.

È tutto... (offrendo i polsi incrociati al giudice) Ecco i miei polsi signor giudice. Mi presenti pure il conto, che sono pronto a pagarlo.

Fine

Pillole per la mente

Un giorno, un compagno di lavoro per un’osservazione che gli rivolsi mi fece:

«Ma vai a cagare!»

«Grazie» io risposi «per avermi invitato a compiere una nobile funzione che ci rende liberi e puliti dentro, e che solo la stupidità umana le ha dato un significato spregiativo».

«Ah,» lui si risentì «dunque io sarei stupito!»

«Io questo non l’ho detto. Dopo che hai ascoltato le mie parole e riflettuto, tocca a te dare una risposta alla tua stessa domanda». 

Io pensavo che mi rispondesse con un altro vai a cagare, invece rimase in silenzio e se ne andò.

 

 

 

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