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Giacomo Paolini DIZIONARIO DEL VERNACOLO LUCCHESE tutti i diritti sono riservati ³³³³³ NOTE INTRODUTTIVE In
questo dizionario ho riportato i vocaboli usati comunenente dalla gente del contado
lucchese fino verso gli anni trenta-quaranta del Novecento, con qualche
variazione da zona a zona, Capannorese, Oltreserchio, Morianese, ecc.
Dodopodiché il vernacolo divenne sempre più “annacquato” sotto l’influsso
della scolararizzazione di massa, della televisione e dell’urbanesimo. A
parte le persone assai avanti negli anni e che vivono in luoghi decentrati, e
gli emigranti partiti per le Americhe o altri lidi lontani nella prima metà
del secolo scorso – nei quali la parlata di allora s’è conservata come in un
congelatore – oggigiorno molte parole presenti in questo vocabolario non le
usa quasi più nessuno. Ciò non toglie che debbano essere, se non usate,
conosciute e studiate dai giovani come prezioso retaggio delle nostre radici,
espressioni di un’antica civiltà contadina e di una lingua ereditata dal
latino passando attraverso l’italiano antico, come possiamo vedere da alcuni
vocaboli che ho riportato qui sotto a mo’ di esempio. DAL LATINO ito
– andato, da itus. nimo – nessuno, da nemo. profergere – offrire, da proferre. capère
– entrar dentro, da càpere:
“Tutta quella farina in questo sacco non ci cape”. scerpare – svellere, estrarre, strappare, da excerpere. vàgero
– navigato, persona navigata, che porta navi, da naviger. rècere
– rigettare, vomitare, da reicere. recchia
– pecora che non figlia, da reicula. suppidiano –
tavolato, panchetto per posarvi i piedi, da sub, sotto e pedàneus, da pedes, piedi;
ma da noi anche madia, arcile. Ecc. DALL’ITALIANO ANTICO Dalla
Divina Commedia (passim): parea,
sedea, avea, ecc. – pareva, sedeva,
aveva, ecc. sui, tui –
suoi, tuoi. enno – sono. vermo
– verme. sanne
– zanne. delli
– degli. strupo
– stupro. fòra
– fuori. anco
– anche. tremoto
– terremoto. iti – andati. mòviti
– muoviti. sparti –
sparsi. Ecc. Dalle Novelle di Giovanni Sercambi (passim): arai – avrai. ditto
– detto. misso – messo. fusse, fussero
– fosse, fossero. vidde – vide. volse – volle. che tu abbi
– che tu abbia. sète
– siete. entróe
– entrò. caminare
– camminare. potéo
– potevo. tenéa
– teneva. pogo, poghi –
poco, pochi. taula
– tavola. giovana
– giovane. balestrieri
– balestriere. camberieri
– cameriere. cavaliéri –
cavaliere. robba
– roba. quine
– qui, fuora
– fuori. dirieto
– di dietro. fue – fu. ugello
– uccello. innélla, innél –
nella, nel. beuto
– bevuto. Ecc. E
non per nulla anche Giovanni Pascoli, pur lucchese soltanto di adozione, ne
fece uso nei suoi scritti. Riporto qualche esempio tratto dai Nuovi Poemetti (le definizioni sono
del Poeta stesso): appiétto
– tutto, atto compiuto senza scelta o distinzione. brancata
– ciò che può contenere il palmo di una mano. banco
– armadio per la biancheria. cimo
– in cima, su, sopra. macèa
– muro a secco con erbacce e in rovina. rappa
– spiga o pannocchia. recchia
– (dal latino reicula?) pecora che
non figlia. ruspa
(andare alla) – a cercare le
castagne dopo la raccolta. sgaruglio
– viottolo dirupato. stradare
– camminare senza fermarsi e svelti. vincigli
– rami di castagno raccolti in fascetti e conservati per l’inverno per
alimentare le bestie. Ecc. E
anche Lorenzo Viani infiorettava di lucchesismi i suoi romanzi e perfino gli
articoli che inviava al Corriere della
Sera, per la disperazione del direttore che tuttavia li lasciava così
com’erano. Eccone alcuni, tratti dai romanzi Angiò uomo d’acqua e Il Bava (le definizioni sono
dell’Autore medesimo). accularsi
– acconsentire, mettersi a sedere.
agghiadire
– sentirsi stringere il cuore. agugliare
– conciare la rete con la guscella (ago di legno). allullorare
– illudere e lusingare la gente. ambacare
– fantasticare senza costrutto e senza fondamento. aonco
– conato di vomito. arganato
– forte, strepitoso come un argano. attacca pennati –
dicesi dei magri di cui si chiama attacca pennati l’osso sporgente della scapola. ballòccioro
– castagna lessa con la buccia e tutto. bàggioro bàggioro –
lento lento, mogio mogio; il contario di arzillo, svelto, alacre. bèllora
– donnola; si dice così anche in milanese. biscaggine
– vischio. bobbia
– poltiglia. bodda
– rospo. brucio
– bruco. bugnare
– mugghiare cupamente in lontananza; dal bugno delle api. carduffo –
ciocca di capelli arruffata. catrame – cerotto,
persona malaticcia, noiosa, seccante, brontolona. cazzare la funa –
tirare la fune a più non posso [specialmente dei pescatori]. cendorugio
– che sta fra la cenere nel canto del fuoco, come i gatti. ciortone
– pesce con dei riflessi di cobalto sulla schiena. conditoio
– l’osso del prosciutto scarnito; nelle corti della Lucchesia i contadini
sogliono prestarselo per condire la zuppa, fino a che non è dissugato. dimojare
– sciogliere. dindellare
– muovere di qua e di là. dittaggio
– proverbio arcano. erbuccetti
– tutte le altre preghiere dopo il rosario. èrmini
– annientamento, distruzione, annullamento: “Se si sbatte in quella scogliera
là, si va tutti in ermini”. fojonco
– animale che strozza i polli e ne sugge il sangue. grimo
– folto, denso, fitto, gremito. imbrescare
– insudiciare in una qualche poltiglia. impalpo
– impiastro. incugnare – infilare il bastone nella granata o il
manico nel martello, nella vanga e
simili. lampezzi –
fitto lampeggiare. lapa
– ape. lécca
– percossa, botta, bussa. lullorone
– zuzzerellone. mantile
– in vari luoghi della Lucchesia è la salvietta, in altri il grembiale. morca
– l’unto che si dà alle ruote dei carri. pietto (a) –
senza scelta. rigno
– lezzo, odoraccio di stantio. sbilurciare
– scorgere da lontano. scentare
– scerpare. scroi
– scarpe che hanno per suola dei ceppi d’ontano. sprocco
– spino. vàgero
– da navagero, uomo di bordo rotto a tutti i perigli e a tutte le navigazioni. E
infine mi piace ricordare il seravezzino (ma vissuto per diversi anni a Lucca)
Enrico Pea, che seppure in misura minore faceva uso di termini dialettali lucchesi nei suoi scritti. Tutti
questi lo facevano perché gli riconoscevano una forza espressiva, una
coloritura, una schiettezza e una concisione maggiori rispetto alla lingua. A
proposito di concisione, per darne un’idea prendiamo il vocabolo “scaanidio”.
Con esso s’intende “l’ultimo nato del nido degli uccelli, quello più debole e
derelitto, destinato quasi sempre a morire perché i fratelli lo beccano e gli
sottraggono il cibo”. Avete
sentito quante parole d’italiano mi ci sono volute per definirlo? Ebbene, al vernacolo ne basta una sola,
“scaanidio” appunto.
Giacomo Paolini DUE GIUDIZI SUL
DIALETTO Di un lucchese del passato. “Molti credono che per
imitare il parlar del nostro popolo basti troncare gli infiniti... scambiare
l’elle con l’erre... storpiando sconciamente o ridicolmente certe parole... e
specialmente tralasciando del tutto il ‘c’ duro... Ma il fatto è ben altro da
quello che credono, perché l’essenza del linguaggio veramente popolare sta
nella forma della mente, nella costruzione della frase, nella imbastitura del
periodo, nella proprietà delle voci, nella ricchezza dei modi, nella vivacità
delle metafore e in generale nell’italianità del vocabolario, ci sia poi o
non ci sia spesso la precisione della così detta grammatica, l’ortografia e
la retta pronunzia”. Idelfonso Nieri (dai “Cento
racconti popolari lucchesi”) Di un famoso italiano d’oggi. “Se occorreva
liberarsi del dialetto come condanna, si rischia ora di perderlo come scelta
e arricchimento culturale. Il dialetto deve rimanere come elemento di
identità, con tutte le sfumature e le capacità espressive di cui la
tradizione lo ha arricchito nei secoli”. Umberto Eco (da “L’Espresso”
del 20 gennaio 2000) A abbaccare – saltare, fare passi molto lunghi. “Abbaccare ’uesta fossa è dificile”. abbàcchio – agnello morto; tipico piatto pasquale lucchese e anche romanesco.
A proposito di questa parola, in un famoso vocabolario italiano anni fa
apparve questa divertente definizione: “Agnello morto, vive a Lucca”. abbanfare – avvampare, prendere fuoco. “Ieri a Bartolo n’è abbanfato tutto
ir pagliao”. abbanfugliorare – come abbanfare, ma con vampe meno impetuose e di minore
grandezza. abbirintare (o abberintare) – 1) scompigliare, creare confusione; 2)
andarsi a ficcare in un labirinto, sperdersi. “Mi andai a abberintare a
Parigi”. (L.Viani, Parigi). abbracchire – essere giù di corda,
ciondoloni; deriva dal cane bracco che ha le orecchie penzoloni e
l’andatura cascante. acceire – accecare.
“Oggi c’è un sole che acceisce l’occhi”. accenciato – ridotto come un cencio, annichilito, sfinito. acciata – quantità
di filo avvolto su se stesso in più giri; matassa. acciocchito – in stato di sonnolenza, letargico, assopito; deriva da ciocco che è cosa inerte. acciottorare – acciabattare, abborracciare, operare alla rinfusa senza criterio
alcuno. acciuccignare – sgualcire, fare molte grinze in giacche, calzoni e simili per un uso
prolungato e trascurato. accoccare – si dice che è accoccato un oggetto in metallo che presenta delle
cocche, cioè intaccature simili a quelle che hanno le frecce nel punto che
viene a contatto con la corda dell’arco; ma si riferisce in particolare alle
lame degli oggetti da taglio come coltelli pennate falci. accollare – si diceva dei veicoli a trazione animale che avevano un peso
eccessivo sul davanti. “Questo baroccio accolla troppo”. acculare – il
contrario di accollare; si diceva dei veicoli a trazione animale che avevano
un peso eccessivo sul didietro; “Questo carro accula una ’osa esagerata”. afferare – afferrare; l’attaccarsi delle piante al terreno, abbarbicare, attecchire.
“O Berto, t’è afferato ir melo che piantasti?”. affuffignare – abbaruffare; in senso figurato, imbrogliare. agganghito – avvilito, depresso al massimo per qualche dispiacere, disgrazia o
brutta parte ricevuta dal prossimo che rende incapaci di reagire. aggeggiare – aggiustare una cosa alla meglio, come viene viene, senza criterio. agghiadire – restare di sasso, diventare di ghiaccio per qualche grosso spavento.
“Quando ho visto ir mi’ marito cascà giù dar melo, mi son sentita agghiadì”. agghindorare – agghindare, rendere più vistoso l’abbigliamento o altro con
ornamenti e fronzoli. “Guarda là come s’è tutta agghindorata la Marianna!”. agghindorato – part. pass. di agghindorare.
aggiaccarsi – stendersi, sdraiarsi. “Con questo cardo, prima di tornà ner
campo m’aggiacco un popò nsul letto”. aghetto –
uncinetto. ahm! – con
questa interiezione le mamme si rivolgono ai bambini molto piccoli per
invitarli a mangiare. “Ahm, cocco mio, sente ’ua com’è bona ’uesta pappina!” albatrello
– corbezzolo. albatro – come
albatrello. alleccurire – lusingare; cercar di sedurre con doni, moine e simili
(come si offrissero leccornie, da cui la derivazione). allicciare – accelerare, correre velocemente. “Alliccia Giovannino, che
sennò fai tardi a scola”. allignare – oltre al significato proprio della lingua, nel dialetto
lucchese vale anche “una cosa che si accorda con un’altra”. “Nelle lunghe
serate invernali alligna fa’ i nnecci”. “D’estate mangià la pulenta ’un
alligna”. allullorare – imbonire, illudere, lusingare la gente. “Hai voglia di discore
bello mio, me ’un m’allùllori!” ambacare –
vagheggiare con la fantasia, progettare senza basi affidabili, in modo
illusorio. “Te a forsa d’ambacà, ’un hai combino nulla e sei resto con un
pugno di mosche”. ammoscarsi (o immoscarsi) – insospettirsi per qualche atto, parola o situazione
che una cosa, la quale si vuol far credere in un modo, si presenti invece in
un altro; come dire “qui gatta ci cova!”. amore, fare
all’ – con la frase “fare all’amore” s’intendeva dire che si era
fidanzati. “Il tale fa all’amore con la tale” significava che era promesso a
lei. E “andare a fa’ all’amore” voleva dire recarsi a veglia dalla fidanzata
le sere consentite, che erano quelle del lunedì mercoledì e venerdì, più la
domenica e le altre feste comandate. anchetta, fare l’ – sgambetto, fare lo sgambetto. “Son casco
perché Pierin m’ha fatto l’anchetta”. ane – ane ane
ane… era il richiamo usato per le anatre. anneghire – allegare; sensazione sgradevole per cui i denti sembrano come legati
fra loro, provocata dalla frutta acerba e dai rumori troppo stridenti. aoncare – avere
eccitamenti al vomito. “O che hai mangio stasera Tonio, che aonchi a quer
mo’!”. àpise – lapis.
“Mi s’è spuntato l’apise”. appicciare – rimediare, raggranellare qualcosa. appiétto – senza scelta. “La frullana nduve passa taglia appietto!”.
(Cioè tutta l’erba che incontra). aradio – apparecchio
radio. araffidarsi – raffidarsi. Nel vernacolo lucchese (come anche nel romanesco) a
diversi verbi che cominciano con una ‘r’
oppure una ‘s’ viene preposta una ‘a’. arallegrarsi – rallegrarsi. arammentarsi – rammentarsi. arca – come
“arcile” (vedi). arbolo
– crivello, staccio per cereali e legumi. arcabodda – grosso uccello che si leva in volo sul far della notte. arcile – madia,
dove s’impastava il pane e si custodiva la farina; deriva da “arca”. areggere – reggere. aricciolato –
ricciuto. aruciolare – ruzzolare, rotolare. arugato – rugoso,
molto ruvido. “Ir pian della tavola è tutto arugato”. arughire – divenire
roco, con la voce fioca. “Con questo freddo son arughito”. asciuttore – siccità, “secchina”.
“Se dura ’uest’asciuttore, ir granturco secca ne’ ccampi”. asserbare – serbare. ate uto – avete
avuto; esempio di estrema sincope di una frase. Una volta i contadini
dovevano parlarsi anche da notevoli distanze, per esempio quando la donna di
casa aveva bisogno di comunicare qualcosa al marito che si trovava in un
campo lontano, e più concisa era la frase più semplice la cosa. attaccapennati – si diceva di persona magrissima, rifinita, con le scapole sporgenti
come i rebbi di un attaccapanni. attorbare – annuvolare; vedi anche “torbato”. augnare – acchiappare,
prendere, ma in modo rapace; deriva da “ugna”, unghia. B babào – una
specie di orco, spauracchio per i bambini ai quali i grandi dicevano: “State
boni bàmbori sennò chiamo ir babào”. baccellaio – in senso figurato, proprietà importante. Si dice che “è rimasto
padrone di tutto il baccellaio” chi, per eredità o altra circostanza, diventa
padrone di un bene o un complesso di beni notevoli. bacchio – specie
di bastone. bacco – passo
molto lungo, salto. “Per andà in quer campo bisogna abbaccà un fossone”. baggiano
– propriamente, scalèo largo alla base e terminante a punta all’apice,
con un’asta posteriore per farlo stare in piedi; in senso traslato significa
persona sempliciotta, poco furba. bàggioro (o bàgioro) – di solito ripetuto, baggioro baggioro, cioè lento,
posapiano, mogio; il contario di vispo, baldanzoso, pimpante. “Ecco Sandro
che ariva baggioro baggioro”. baìnco – un po’
rincoglionito. baiocco – tonto,
poco furbo; propriamente “che vale poco o nulla”, per derivazione
dall’omonima antica monetina di scarso valore. bàlia – oltre
al significato della lingua, nel dialetto lucchese ha anche quello di levatrice, ostetrica. ballòccioro – castagna lessata con la buccia e tutto; in senso figurato è
persona pacioccona, baccellona, presa e messa lì. “Ir figliolo della Nena è
bello ma un popò balloccioro”. bamboretto – diminutivo di “bàmboro”
(vedi). bàmboro – bimbo;
sono dette bàmbori anche
quelle colonnine di marmo corte e tozze con sopra una sfera, che si trovano
in piazza S. Michele a Lucca e servono a sorreggere le catene perimetrali. banco – oltre
ai significati della lingua, nella parlata lucchese vale anche armadio, specialmente quello che si
trova nella camera da letto nel quale si ripongono gli indumenti. bao – molto, ma solo
in frasi esclamative come “ir Barsotti è ricco bao!” (molto ricco). bardella – basto da
somaro; in senso figurato “portare la bardella” significa essere afflitti da
un peso morale, da una situazione familiare o d’altro genere disgraziata.
“Povera Cesira, per una ’osa o per un’artra, è una vita che ni tocca portà la
bardella.” bellèndora – farfalla. “Guarda ’uante bellendore c’enno in quer prato laggiù”.
bellìoro – ombelico. Dei fannulloni si dice che “stan tutto ’r giorno a
grattassi ir bellioro”. bèllora – dònnola,
piccolo animale carnivoro con pelliccia di color
bruno rossiccio sul dorso e bianco sul ventre, molto temuta dai contadini
perché aggredisce gli animali da cortile. bellùria – bellezza, sfoggio, apparisceza, in senso piuttosto
dispregiativo. béo – nome
generico di ogni piccolo verme. Bettina – così
veniva anche chiamata dal popolo la Morte. “Fa’ pure ir prepotente nella
vita, tanto po’ anco per te ha da vienì Bettina!” bia – forma
ancor più sincopata di “bignare” (vedi). bignare – sincope
di bisognare, nel senso del latino oportet. “Bigna andà subbito via, sennò si perde ’r treno”. bigònia – gozzoviglia,
baldoria. “Ir gioveddì grasso bigna fa’ bigonia”. bìlia –
dispiacere, contrarità, disturbo morale per qualche atto o comportamento del
prossimo. “La mi’ socera mi fa morì dalle bilie”. bìllaro – poco
furbo, minchione “O billaro, ma per chi m’hai preso, per un biscaro?”. biòccolo – grumo di
polenta, di zucchero, di lana e simili. “Ner materasso la lana s’è tutta
abbioccolata”. bioccoloso – con molti “biòccoli”
(vedi). La polenta quand’è rimestata male si dice che è venuta
bioccolosa. In senso metaforico indica persona che solleva difficoltà e
pretesti per ogni questione. “Su Bastiano, ’un la fa’ tanto bioccolosa!” biroldo – sanguinaccio
di maiale; mallegato. In senso figurato, balordo, citrullo. biscàggine – vischio, pania, la sostanza vischiosa che spalmata su bastoncini
o fuscelli serviva per la cattura degli uccelli, che vi rimanevano appiccicati. bìscaro – persona
poco furba, che si può gabbare facilmente, simile al milanese pirla. Anche
pène. bìschero – come biscaro; bischero è toscano, biscaro è schiettamente lucchese. bisconti,
novella dei – giocosa presa in giro che consisteva nel dire a un
bambino: “La novella de’ bisconti vòi che te la dica o che te la conti?” Se il
bambino rispondeva: “Che me la conti” l’altro ribatteva: “Non si dice che me
la conti ma che me la dica, allora ricominciamo, la novella de’ bisconti vòi
che te la dica o che te la conti?” E il bambino: “Che me la dica”. E l’altro:
“Non si dice che me la dica ma che me la conti”. E così via, finché il
piccolo capiva la presa in giro e desisteva dal continuare, rimanendoci male. biuta – smalto di sterco di vacca che si spargeva nelle corti in
occasione della trebbiatura del grano, perché i preziosi chicchi non si
disperdessero nel terreno; essa, seccando rapidamente al gran sole di luglio
formava un pavimento sui generis, duro
e adattissimo allo scopo. blendare – cedere in un certo modo; a esempio blenda una rete
metallica che non è stata tesa bene. bòbbia – poltiglia;
si dice anche di pasta troppo cotta. boccalona – chiacchierona. bodda – rospo. bombare – bere,
voce del linguaggio infantile. bómbo – il
bere, nel linguaggio infantile. bottino – il
contenuto del pozzo nero, una volta molto ricercato per concimare i campi.
Per raccoglierne il più possibile, lungo le strade di campagna si costruivano
fogne en plein air, dove i viandanti potevano fare i
loro bisogni. Oltre a usarlo per fertilizzare i loro campi, i lucchesi lo esportavano
anche verso Massa, dov’era molto richiesto e ben pagato. Quando i carri con
sopra le grosse botti attraversavano l’abitato di Montignoso, il primo paese
massese, la gente s’affacciava agli usci e alle finestre celiando: “È
arrivata l’artiglieria lucchese!” brancata – manciata, ciò che può essere contenuto nel palmo di una mano. braschetta – foglia lunga e frastagliata di una varietà di cavolo nero. brenciàglioro – 1) particella di qualcosa; 2) pendaglio sfilacciato
riferito specialmente a indumenti come sottane e simili, ma anche a pezzetti
di carne ecc. brendana – donna di facili costumi; anche donna sciatta e cialtrona. bricino – briciolino;
“fare a bricino di un cibo” vuol dire stare attenti a non divorarlo tutto in
quattro e quattr’otto. brillòcco – gioiello vistoso, ma solitamente di poco valore, dal francese breloque. I francesi in vario modo furono al
potere a Lucca dal 1799 al 1813, e vi “lasciarono” diversi vocaboli poi dialettalizzati
dal popolo. brindèlloro – brindello, brandello. brodo di girella – brodo d’acqua e basta,
insomma scadente. “Girella” era detta quella carrucola che si trovava sul
pozzo, sulla quale scorreva una corda alla cui estremità era attaccato il
secchio per attingere l’acqua. Si equivocava scherzosamente con “girello” che
invece è un ottimo taglio di carne nella coscia del vitello, col quale si fa
un brodo squisito. bronciolare – brontolare, mugugnare. “Ovvia mamma, ’un istà sempre a
bronciolà”. broscia – minestra
o altro cibo brodoso cucinato male. “O moglie, ma che broscia hai fatto oggi
da mangià”. broscione – persona molto disordinata e disattenta che sbroscia. Vedi anche
“sbrosciare”. brucio – bruco; il
vocabolo deriva dal fatto che l’animaletto, quando veniva a contatto con la
pelle, vi lasciava un certo bruciore. brùglioro – pustoletta sulla pelle, bolla. bruglioroso – con molte bolle. “Ir damo di Rosina ’un sarebbe male, se ’un
ci avesse la faccia tutta brugliorosa”. bruo – brucato,
ripulito come un prato brucato dalla pecore; “avere le tasche brue”, vuol
dire essere senza soldi. brusta – brace. bubbara – grande
fuoco acceso all’aperto, specialmente la notte in occasione di feste
religiose; falò. bucchia – buccia;
in senso metaforico la pelle, cioè la vita dell’uomo. “Speriam di riportà a
casa la bucchia”, dicevano i soldati che partivano per la guerra. buetta, gioà a – giocare a buchetta con le palline. Si faceva una buchetta in
terra e chi vi mandava per primo la sua pallina misurava un palmo da quel
punto e tirava a colpire le palline dei compagni, appropriandosi di quelle
che centrava. bùgio
– propriamente buco,
vano vuoto; in senso figurato dicesi “riuscir
bugia” di cosa andata a vuoto, fallita. “Speravi di vince al lotto, ma t’è
ita bùgia!” bugnare – mugugnare,
brontolare; deriva da “bugno”
(vedi). bugno – il nido
dei bofochi e anche delle api, attorno al quale gli insetti bugnano in
continuazione. bugnotto – bugigattolo, piccolo vano; il “bugnotto dell’arcile” era quel
vano profondo all’interno dell’arcile o madia, a destra del ripiano dove
s’impastava la farina per fare il pane, di solito adibito a contenerne una
scorta. bùria – insetto
che vive sotto terra e divora le radici di ortaggi e cereali. buriana
– cattivo tempo,
tempesta; in senso traslato indica disaccordo, litigio burrascoso specialmente
fra coniugi. “In quella ’asa là tutti i ggiorni c’è buriana”. C caccarino – pochino; da “càccoro”,
càccola. “O ma’, dammi un caccarin di succhero”. caffo – il
contario di pari, cioè dispari; si dice “giocare a pari e caffo”. callare – stradina
che si snoda fra i campi a uso dei carri agricoli, simile a “rèdola”. calocchia – palo non troppo spesso che serve da sostegno alle viti ecc. càmbora – camera da letto. canipale – così era chiamato un punto in fiumi o torrenti dove
l’acqua scorreva bassa, e vi veniva messa a macerare la canapa. càntera – cassetto
del canterano; è vocabolo toscano, ma
si trova anche nella lingua. “Nella cantera dei sogni svaniti”. (Nievo, Le confessioni di un italiano). canterale – canterano, comò. càntora – come
cantera, ma più raro. cantorale – come canterale,
ma più raro. capellini, capellini fini
– due specie di pasta. capère – entrare
dentro, dal latino càpere, di uso
raro. “Tutta ’uesta biancheria in questa càntera ’un ci cape”. capocchini (o capocchine) – le piantine di radicchio ancor giovani che accestiscono
e prendono la forma di capocchie, ottime e molto saporite per le insalate. carduffo – ciocca,
ciuffo di capelli. caribicci, a – a cavalcioni sulle spalle, con le gambe una da una
parte e una dall’altra del collo e penzolanti sul petto; detto di bambini
portati dagli adulti. carsetti – il sotto dei calzini; siccome erano i punti che si consumavano
più facilmente, venivano rifatti più volte e ricuciti alla parte superiore.
“La mi’ nonna sta tutto ’r giorno a fa’ i ccarsetti”. cartasuga – carta assorbente. Casoli, Cascio, Casciana – paesi che
derivano il nome dal latino caseus,
cacio, abitati in prevalenza da pastori e vaccai. La produzione del cacio era
l’attività principale che vi si svolgeva. catàna – grande
tasca trasversale, che si trova dietro le giacche cosiddette “alla
cacciatora”. catrame – nel
vernacolo, in senso traslato, vale persona malaticcia, noiosa, rompiscatole. catro – cancello rustico. cecciare – mettersi a ceccia,
cioè a sedere; nel linguaggio infantile o scherzoso. céndora – cenere. “Ma che bella cendora che fa
questa legna!” cendorone – il
lenzuolaccio che veniva messo sopra i panni nella conca del bucato e
conteneva la cenere, sulla quale veniva poi versato il ranno bollente. cendorugio – persona freddolosa o indolente che sta sempre fra la cenere nel
canto del foco. ceppo – il
regalo che i fidanzati facevano alle fidanzate in occasione del Natale, il
quale veniva ricambiato il giorno dell’Epifania, per cui c’era il detto “chi
’un inceppa ’un imbefana” (chi non fa il regalo a Natale, neppure lo riceve a
Befana). Con questo vocabolo s’indicava anche il Natale stesso. ceppo, far –
rimandare una cosa per le lunghe. “Se ’un ti sbrighi, qui si fa ceppo!” ceragia – ciliegia. cermo, in –
essere in cermo è il contrario di essere ubriaco, cioè sobrio. cerotto – persona
malaticcia, debole, noiosa, attaccabottoni. cessona – chiacchierona
insistente e perditempo. checchélloro – persona balbuziente. chiocco – vocabolo onomatopeico che
indica il verso del merlo, che tale uccello alterna al canto vero e proprio
quando chioccola facendo appunto chiò chiò chiò. chiorba – testa,
cervello. “Lullì ha la chiorba più dura der macigno”. chiudèndora – la piastra di lamiera con la quale si chiudeva la
bocca del forno. ci vòr córe
– ci corre!
“Geppe è bello come ir su’ fratello.” “Macché,
ci vòr córe!” (c’è una bella differenza!). ciabattone – persona disordinata e sciatta. ciacciare – chiacchierare, spettegolare in modo da intromettersi negli affari
altrui. ciacciona – persona che “ciaccia” molto. ciaffata – schiaffo. ciampa – zampa;
in senso scherzoso piede. “Tonio cià du’ ciampe che neanco un elefante”. ciampeggiare – pestare ripetutamente con i piedi; da “ciampa”, piede. cicciòttoro – piccolo brandello di carne macellata; deriva da ciccia. cicco – piccolo.
“Marietto è ir più cicco de’ mmi’ figlioli”. ciciurlàia – grande strepito provocato da molti uccelli quali storni e
passeri riuniti sopra un albero, specialmente sul far della sera quando vi si
posano per trascorrervi la notte. cimbràccolo – pendaglio, qualcosa che ciondola (vedi anche “brenciàglioro”); in senso figurato,
cimbraccola si dice di
ragazzina bigheloncella e chiacchierina. cincina – cinciallegra;
uccellino vivacissimo e aggressivo verso gli altri uccellini; di persona eccitabile
e nervosa si dice che “è nìfita come una cincina”. cinquinare – rubare, sgraffignare (facendo uso delle cinque dita); si dice
specialmente del rubacchiare che fanno i ragazzi. “In du’ l’hai cinquinato
quer cortellino lì?”. Anticamente sembra avesse anche il significato di esporre
alla gogna, a culo nudo in piazza S.
Michele, i debitori inadempienti. ciociò – bailamme,
marasma, situazione o convivenza promiscua ed equivoca. “In quella ’asa là è
tutto un ciociò!” ciòrnia – cavallo
o altro equino malandato; anche persona piena di acciacchi, malaticcia “come
il cavallo del Ciornia”. Molto probabilmente deriva dal nome o soprannome
(Ciornia), di un tale che possedeva un cavallo pieno di difetti e malanni. ciortèllora – lucertola. ciospata – lavoro o
cosa fatti male; vedi anche “inciospare”. ciospone – uno che lavora male, sbaglia, impasticcia. ciotta –
escremento, specialmente di vacca, lasciato in terra o in mezzo alla strada.
“Oggi ho pestato una ciotta di vacca”. ciottorini – giocattolini e altre cosette simili per i bambini; ma anche fra gli
adulti si usa dire a un ospite non più gradito: “Chiappa i ttu’ ciottorini e
torna a casa tua!”. ciòttoro – coccio; c’è il detto “chi rompe paga e i cciòttori èn sui”; in senso
figurato significa persona malaticcia o facile ad ammalarsi. ciottorone – persona molto disordinata. ciottoróni, a – fuori posto, in modo disordinato al massimo. “In casa di
Adele è sempre tutto a ciottoroni”. coccorino – cocchino, il bimbo prediletto dalla mamma o dal papà. colìgnoro – coniglio. còmodo –
gabinetto, toeletta molto semplice. Abbreviazione di “luogo comodo”, cosi
detto perché uno vi poteva fare il proprio comodo. compistare – disputare, questionare. conditóio (o conditoglio) – osso del prosciutto che veniva usato e riusato
più volte e anche prestato al vicino per insaporire le zuppe tuffandolo nella
pentola mentre cocevano. cornocchio – 1) pannocchia del granturco; 2) rocchio di salsiccia. còtano – sasso di
fiume rotondeggiante e levigato dalla corrente, piuttosto grosso. cotrione – schiena, groppone, colonna vertebrale. cotròssolo – qualcosa di grosso, grossolano e dai contorni irregolari, come
sasso, macigno e simili. covaccioni, a – a coccoloni, nella posizione di chi sta accovacciato sui
calcagni; deriva da covare, poiché la postura è simile a quella della
chioccia che cova le uova. cuccarella – gioco del rimpiattino. “Vòi giocà a cuccarella con noi?” cuccumìo – parola che richiama il verso della civetta (con cui si gioca dandole
il significato di tuttomio) ripetuta dalla persona avara che non dà mai
niente a nessuno ma tiene tutto per sé.
cugnare – mettere
il cugno, cioè il manico, nell’apposito incavo del martello, vanga, badile e
simili. culìgnoro – coniglio. culo
dal rovescio, il –
i nervi a fior di pelle, la luna storta. “Oggi la mi’ moglie ha ’r culo da’
rovescio” (è indisponente,
intrattabile). D damo –
fidanzato. delìo –
solletico. diàule – diavolo. dimoiare – sciogliersi; detto specialmente del terreno quando indurito dal gelo
poi si scioglie lentamente al sole. dindellare – il muoversi di qua e di là; detto di un dente, di un chiodo, ecc. diolsà – dio-lo-sa; chissà. “Se ’un fusse sempre un ragasso,
ir mi’ Gigino diolsà ’uer che farebbe!” diolsapé – che sarà mai! “T’ho visto le cosce, sposa!” “Ooh, diolsapé!”. diriallà – di-lì-a-là; là, ma per indicare un
posto poco preciso. “Diriallà verso Lammari ha preso foo una ’apanna”. dittaggio – modo di dire, motto, sentenza. divermèrito – sincope delle frase “Dio ve ne renda merito”. Così dicevano i
poveri a coloro che facevano loro l’elemosina. dólco – morbido,
malleabile; deriva da dolce. domandasera – domani sera. dòmo, andare
in – eufemismo per mandare a quel paese. “Ma ci vai ’n domo!” drusiana – come “brendana”
(vedi). du’ hó a i’ – dove ho a ire? dove devo andare? duìno – antica moneta da due centesimi. Si dice “’un ció un duino” per affermare che non
abbiamo soldi. E éllora – edera. erbi – sono
quelle erbe selvatiche, commestibili e molto saporite che si raccolgono nei
prati e nei poggi per farne insalate o per cuocere. erbucci – le
preghiere minori che seguivano il rosario snocciolato tutte le sere nelle
famiglie, guidato di solito dalla donna più anziana o dal capoccia. erbuccio – prezzemolo. èrmini, in – rovina; si dice “andare in ermini”,
per significare che si va in rovina. F far filo – far comodo, essere utile. “La farina che m’hai
datto mi fa propio filo”. farbimbinbòn – fa’ ’r bimbin bon; cioè, fai il bambino buono. farfocchiare – nel parlare significa barbugliare; nell’agire ingarbugliare,
imbrogliare. farfocchione – è chi barbuglia, o chi ingarbuglia, o chi imbroglia. farinata di neccio – primo piatto di sapore dolce, a base di farina
di castagne cotta nell’acqua. fascetta – fede nuziale, e comunque anello d’oro semplicissimo. fiataccina – respiro affannoso; come quello che si ha dopo una corsa o altro
sforzo prolungato. fiero – pieno di
salute e bene in arnese, gagliardo. “Grassie a Dio ir mi’ bimbin è bello
fiero!” fígnoro – foruncolo. filombra – fionda. firugello
– filugello, altro nome
del baco da seta derivato dal lombardo filosèl. fischiotti (o fistiotti) – qualità di pasta per minestre. foiónco
– puzzola, il piccolo e spietato predatore notturno terribile
insidia dei pollai. I
grandi dicevano ai bambini che se durante il giorno facevano i capricci, la
notte sarebbe arrivato in camera il foionco con i suoi occhietti
scintillanti e i denti aguzzi a succhiar loro il sangue, così come faceva con
le galline, cosa di cui i piccoli non dubitavano avendole viste diverse volte
scannate nel pollaio. forcóne, male
del – era quello che si credeva avessero i bambini quando, senza una
ragione apparente, intristivano, dimagrivano, diventavano pelle e ossa. Il
nome deriva dal fatto che l’estremo dimagrire dei piccoli faceva sporgere le
scapole sulla schiena a mo’ di forca. fragolino – vino d’uva fragola, poco alcolico, rosso chiaro e con un particolare
aroma tendente al dolce. freddura – raffreddore. “Con questo tempaccio mi son buscato una bella
freddura!” frullana – grossa falce con lungo manico, che viene usata per tagliar l’erba nei
prati stando in posizione eretta. frustare
– consumare, riferito a
cose ridotte male dal lungo uso, come abiti, scarpe e simili. C’è il detto: “I ccarsoni me l’hai frusti!” eufemismo per dire “m’hai
rotto le scatole.” frustato – part. pass. di frustare. fuffigno – arruffio di fili e altro; in senso figurato, intrigo, sotterfugio, imbroglio. fumacèa – gran
quantità di fumo che sembra ci renda ciechi. furetri, avere
i – avere le furie, l’argento vivo addosso; deriva dal francese fureur
(vedi
alla voce “pruetta”). furicchio – bimbo vivacissimo, sempre in movimento, che non trova mai posa; il
contrario di posapiano. Forse deriva da furia o da furetto, il piccolo animale
carnivoro. furione
– granata dal lungo
manico, di solito fatta con crescioni freschi, che serviva per spazzare il
forno rovente prima di mettervi i pani a cuocere. G gagno, andare
a – andare a spasso, vagabondare di qua e di là senza una meta precisa. gallónsori – le foglie delle rape lessate. gàllore – escrescenze rotondeggianti degli alberi. gambùli – gambi
del granturco seccati, detti anche “granturcali”. gamello – ragazzino
troppo vivace. ganzo – bellino,
bravo, divertente. garèga – vecchia
bicicletta sgangherata. garganella – raganella; si dice “bere a garganella”, cioè direttamente alla
bottiglia o al fiasco. Deriva dal rumore che fa la gola di chi beve, somigliante
al verso delle raganelle. gavorchio – persona brutta. Propriamente è un pesce di padule di aspetto
sgraziato; il significato è simile a “rantacchio”. ghigna – viso
grintoso, grugno, brutto muso; anche persona equivoca. ghiomo – gomitolo;
“un ghiomo di lana”. ghiova – zolla
di terra. giacchettata – cosa da poco, meschina. “A petto der mio, ir tu’ orologio è
una giacchettata”. giglia, terra – argilla. girobacchino – trapano a mano da falegname. giugliarina – erba giugliarina, chiamata in questo modo perché si taglia nel mese di giugno, così come viene
detto maggese il fieno che si taglia in maggio. Il vocabolo è ancora vivo nel
Lammarese e zone limitrofe. goccia – nulla,
niente, punto. “Oggi la mi’ figliola ’un ha filato goccia”. Anche i francesi
usano goutte con lo stesso
significato, come del resto succede nella lingua
latina. In entrambi i casi ciò avviene quando il vocabolo è accompagnato da
una particella negativa, mentre nel vernacolo lucchese può stare anche da
solo, come nell’esempio: “goccia
discorsi”, niente discorsi. goiata – la lunghezza del refe che s’infila ogni volta
nella cruna dell’ago. gottare – cavare l’acqua da un recipiente e renderlo asciutto.
È sinonimo di “sceccare” il quale però si riferisce a un fosso, un rio, una
gora da prosciugare in qualche tratto, di solito per catturare i pesci e in
particolare le anguille. gotto – recipiente piuttosto grande che un tempo era
usato nelle famiglie per tenervi l’acqua; da cui l’espressione “bere l’acqua
a gotti”, cioè berne molta. gràciolo – bioccolo,
grumetto che resta nella polenta, nella crema e simili per non essersi
sciolto bene nell’impasto. gràmbola – propriamente era la macchina per separare le fibre
tessili della canapa dalle fibre legnose, che ha acquistato il significato
traslato di persona male in arnese,
gracile e debolina. gramboletta – diminutivo di “gràmbola”. grandinina, grandinina
forata – due specie di pasta per minestre. granturcali – gambi del granturco seccati, detti anche “gambùli”. graspóllo – grappolo d’uva piccolo, o parte di un grappolo. grassèlloro – come “cicciòttoro”,
ma riferito alle parti grasse degli animali macellati. grimo – gremito,
fitto. “Quest’anno l’ulive c’enno grime”. gronchio – 1) tardo, lento nel muoversi; 2) aggranchito dal freddo. “Ho
le mani gronchie per ir gelo”. Deriva da granchio. grónciolo – pezzetto di pane avanzato che resta sulla tavola dopo il
pasto. gubbio
– stomaco delle
galline e in genere degli uccelli; scherzoso se riferito a quello delle persone. I ierdilà – ieri
l’altro, l’altro ieri. iih – grido per
incitare il cavallo a correre. imbrescare – schizzare addosso a persone o cose acqua o altro liquido o
fanghiglia. “È passa un’atumobile sopra una possanghera e m’ha imbrescato
tutto!” immoscarsi – come “ammoscarsi”. impaccarare – imbrattare di fango. impagliata – era la festa che si faceva quando nasceva un bambino, alla
quale erano invitati i parenti e gli amici, e venivano loro offerti dolci
fatti in casa, frutta secca e vin santo. impainato
– invischiato, intrappolato. La pàina era il rametto cosparso di
vischio, sostanza collosa che serviva agli uccellatori per catturare gli uccelli. impiastro – oltre al significato dell’italiano, nel vernacolo lucchese ha quello
di persona malaticcia, noiosa, seccante. impottita – arrabbiata, incavolata; deriva da “potta”, vulva. in ma mai –
chissà dove. “Beppina è ita a sta’ laggiù in ma mai”. inariarsi – prender male una cosa, innervosirsi e agitarsi molto. inariato – agitato, teso, innervosito. incheccare – tartagliare. incignare – 1) inaugurare, rinnovare, se riferito a un abito e
simili. “Oggi ho incignato ir vestito novo”. 2) “incominciare a consumare” se
riferito a un prosciutto, una bottiglia di vino, ecc. “Ormai ’uesto preciutto
è arivo all’osso e bisogna incignanne un arto”. inciociare – simile a “inciospare”. inciospare – impasticciare, abborracciare,
acciabattare. incugnare – come “cugnare”. inculito – incavolato, arrabbiatissimo; usato più spesso al femminile.
“Pierina si vortó e andó via tutta inculita”. infunarsi – agire in modo rabbioso e instintivo senza riflettere, come sotto le
sferzate di una fune. ingazzurire – ingalluzzire, eccitarsi per qualcosa; deriva da “gazzurro”; “entrare
in gazzurro, cioè in festa, in brio” (Pianigiani). ingubbiarsi – rimpinzarsi di cibo, riempirsi smodatamente lo stomaco; abbuffarsi;
deriva da “gubbio”, riempirsi il
gubbio. intecchito – duro; chi sta saldo e non si piega. intodescare – parlare in modo incomprensibile, come in tedesco. intrabescare – esprimersi con un linguaggio abbaruffato. intrabescolare – creare confusione e scompiglio nelle cose, rimescolare. introgolare – rimestare nel
sudicio come fanno col muso i
maiali nel trogolo. È molto usato anche in senso traslato. Io bello! Io laìno! Io largone! Io schippettin! –
esclamazioni eufemistiche fra le più comuni. L labbrata – schiaffo. ladra – la ladra;
canna lunga incisa a croce in
cima e divaricata in quattro parti, che serve per raccogliere i fichi (ma
anche altri frutti) senza salire sugli alberi; è detta anche “spicca” perché
serve appunto a spiccare dai rami i frutti. lammamai – nella espressione “a’ ttempi lammamai”, cioè a quei
tempi là... chissà quando. Frase assai comune in quel di Lammari. làmmia – lammione,
piagnone, persona che si lamenta sempre. “Ma che lammia che è la moglie der
Cuturi!” lammiare – piangere e lamentarsi per futili motivi. “Me lo dici Artemia
che ciai da lammià stamattina!” lampezzio, lampezzi – fitto lampeggiare in lontananza, a volte accompagnato
da un sordo brontolio di tuoni. lapa – ape;
è ancora assai comune la frase “esser nìfiti
come una lapa”. làppore – ciglia
degli occhi. Si dice: “A làppore serate”, cioè a occhi chiusi. lécca – percossa,
bòtta. lée – grido per fermare il cavallo; il contrario di iih!,
per incitarlo a correre. léllora – come
“éllora”, edera. léssora – ragnatela.
“La cantina è piena di lessore”. liccosì – come lì ma più rimarcato. “In du’ l’hai misso
i’ ramaiolo?” “È liccosì, ’un lo
vedi?” lillorare – 1) mandarla per le
lunghe, gingillarsi; 2) adescare,
attrarre con discorsi e moine. linchetto – specie di folletto burlone e dispettoso che sposta gli
oggetti, scopre i dormienti nei letti, ecc. lograre – (transitivo) logorare, importunare il
prossimo con domande, lamenti, richieste. lograrsi – (riflessivo) logorarsi, struggersi
dal desiderio vedendo qualcosa che hanno gli altri e noi non possiamo
avere. “Quando vedo un bell’anello in una vetrina mi logro da morì”. lòpporo
– arnese in ferro attaccato a una corda, con tre o quattro
bracci a forma di uncino, con il quale si ripescavano gli oggetti caduti nel
pozzo. Deriva da luppolo, una pianta che si attacca molto tenacemente a ciò
che trova da avvitacchiare, come fa il lòpporo con i suoi ganci nei confronti
degli oggetti da ripescare. luccioloni – grosse lacrime. lùcciora – ulcera. lullorone – zuzzerellone, persona che nonostante sia
cresciuta fisicamente denota un’infantile e spensierata leggerezza. lume, fare
il – sorvegliare il comportamento dei fidanzati perché non trascendano
nelle effusioni amorose; reggere il moccolo. lungagnone – persona lenta, tarda nell’agire. lustrente
– luccicante,
splendente, brillante. M macacco – simile
a “biscaro”, “sciabigotto”, ma meno
forte. mae – mamma. malaccio – tumore. La gente ne ha così tanta paura che per scaramanzia non osa
evocarlo col suo nome, e lo chiama genericamente malaccio. mammalucco – grullo, citrullo, melenso. mànfano – apertura superiore della botte di forma rettangolare
o quadrata. maolare –
strapazzare, spappolare, usato specialmente per la frutta non più tanto
fresca, ma può riferirsi anche a persone come nell’espressione “maolassi a
morte”, cioè sgobbare molto, strapazzarsi da
morire. maòne – stomaco
dei polli, dei piccioni e in genere degli uccelli. maraccio –
marrancio, quel grosso coltello usato anche con due mani per squartare i
maiali macellati appesi ai ganci. maremmana – raffreddore, bronchite e in genere tutte le malattie
da raffreddamento. “Con questo tempaccio mi son buscato una bella maremmana!”
marmocchiaia – raffreddore. marmotto – tonto, babbeo, bietolone; deriva da marmotta, bestiola tarda
nel muoversi e nell’agire. marsagrare – ridurre in pessimo stato, massacrare. marùola – ginestra
spinosa. marzuccaia – altro nome del raffreddore. marzucco – come “marzuccaia”. massàcchera – canna da
pesca per le anguille, consistente
in una canna d’India con un filo legato in cima, all’altro capo del
quale si appendeva un mazzetto di lombrichi freschi come esca. mattia – pazzia. mattie, fare
le – giocare, divertirsi, specialmente dei ragazzi. mattucciata – sciocchezza, stupidaggine, cretinata. meglio ’osa –
nell’espressione “’un c’è la meglio ’osa”( non c’è cosa migliore). “’Un c’è la meglio
’osa che mangià la pulenta cór colignoro in umido”. merizzo – ruzzo, eccitazione. “Bisogna ’he porti la mi’ vacca
ar toro perché cià ir merizzo” (è in calore). In senso scherzoso si può
riferire anche a persone. mestone – bastone
che serviva per rimestare la polenta nel paiolo mentre coceva lentamente sul
fuoco. miàre, mìa – forti alterazione di bisognare, nel senso del latino oportet.
“Mìa piglià l’ombrello perché presto piove”. miccio – asino. mignàgnora – cosa da nulla, bazzecola. “Queste faccende son mignàgnore!” mirólla – mollica. mocche – smorfie,
moine esagerate. mocchine – diminutivo di “mocche”. moccolo – 1)
bestemmia; 2) moccio pendente dal naso. “Ir bimbino d’Artemia cià sempre ir
moccolo ar naso”. mondina – caldarrosta.
“Allegra gente, stasera si fan le mondine”.
Monsanquilici – Monte San Quirico, paese in riva al Serchio a pochi passi da
Lucca.
moreccio – fungo porcino. mortellino – la pianta del bosso. N neccio – castagnaccio
cotto sulla brace fra due testi. In senso figurato si dice che “ha ir neccio
ar culo” il bimbo che se l’è fatta addosso e non viene subito pulito.
Scherzoso se riferito a un adulto. nìfito – nervoso,
stizzoso, incollerito. nifitume – si dice di persona sempre “nìfita”. “Ma che nifitune che è ir marito della Paola!” nimmo – nessuno.
“Qui ’un c’è nimmo!” nimo – come
nimmo, in Versilia. niscire – uscire. “Nìscimi da’ ccarsoni!” (eufemismo per coglioni). nocchino – colpetto dato sulla testa con le nocche delle dita. Una volta
si davano ai bimbi capricciosi: “Se ’un istai bono ti do un nocchino!” Noè, la vigna di – è il luogo
immaginario dove si trovano i bambini prima del concepimento nel ventre della
madre. Quando si dice a qualcuno “trent’anni fa eri sempre nella vigna di
Noè”, si vuol significare che non era stato ancora concepito. O odori – sono le
varie piante aromatiche, come prezzemolo basilico salvia rosmarino ecc. “O Tonio, l’hai anco seminati l’odori
’uest’anno?” oimmèna – ohimè. omo morto – attaccapanni spostabile formato da un lungo gambo con tre piedi da
poggiare sul pavimento, e in alto quattro pioli dove appendere indumenti e
cappelli. onésco – crusca
fina che veniva usata per preparare il beverone agli animali. opre, andare a – andare a prestare la propria opera a ore o a giornata presso terzi;
riferito specialmente ai lavori agricoli. “Domani vado a opre dar Consani per
vanganni la vigna”. orbào – orbaco,
alloro; usato per insaporire zuppe, pietanze e anche i “ballòcciori”. ordinotte – il rintocco della campana che suona l’Avemaria delle sera. orellanno
– l’anno scorso
(ora-è-l’anno). P paciaro – paciere. pallòccora – come “pallùccora”. pallòccoro – come “biòccolo”. palloccoróso – come “bioccoloso”. pallùccora – qualsiasi cosa a forma di pallina. “Oggi vado a coglie le pallùccore
d’arbatrello” (cioè i frutti di quell’albero). pàmpina – il
fogliame delle viti. “Di pampine ’uest’anno le mi’ vitie n’han tante, ma
d’uva una miseria”. C’è il detto “M’hai rotto le pampine!” pàparo – papero; “giocare ar paparo”, altro gioco con le palline. Se ne mettevano in fila
molte, strette le une alle altre. Solo il “paparo”, posto all’inizio, si
discostava di qualche centimetro dalle restanti, e chi lo incocciava per
primo si prendeva tutte le palline. Se invece colpiva un punto della fila si
prendeva soltantro quelle di lì in giù. pappà – papà.
“Ir mi’ pappà m’ha regalato un trenino”. pappasucco – persona sciocca, grulla, melensa. parata –
sbarramento provvisorio, fatto con zolle erbose dai contadini in una gora o
rio per deviarne l’acqua verso i loro campi in periodi di siccità; deriva da
parare, sbarrare. paravento – nella parlata lucchese sono detti paraventi le porte interne della
casa, non perché parino il vento, che è fuori, ma gli spifferi, le correnti
d’aria, i riscontri. parte, la
– la “parte” era il compito assegnato dalla maestra agli scolari, da farsi a
casa. “O Giovannin, l’hai anco fatta la parte per domattina?”. pasimata – pane con zafferano e anici che veniva benedetto in chiesa insieme
alle uova la mattina di Pasqua, e distribuito ai fedeli che lo portavano a
casa e lo assaggiavano prima di iniziare il pranzo pasquale. patito – si dice
di individuo magro, macilento, svigorito. pattume – letame;
il “mucchio der pattume” è quello formato dal letame tolto dalle stalle, che
poi fermenta e serve per concimare i campi e far crescere rigogliosi i
raccolti. pentolaccia, domenica della – è la
prima domenica di quaresima, quando il carnevale emette gli ultimi vagiti
prima di morire. In diversi paesi c’era l’usanza che l’ultima domenica di
carnevale la figliola sposata andava a desinare a casa della madre, e la
prima domenica di quaresima la madre andava a casa della figliola. peraggiù – in
giù, verso il basso. perallà – da quelle
parti là. peraqquà – da queste parti qua. perassù – in
su, verso l’alto. perchia – pertica. perugino – come “bottino”. pescio – pesce
(più comune nel Massarosese). pian di cima – scherzoso per indicare il cervello. Si dice che al tale gli manca il
pian di cima, per significare che ha poco o punto giudizio. picchiante – il polmone delle vacche macellate, che di solito veniva cucinato
in umido e mangiato insieme alla polenta. picchiére – pettirosso; anche un puntino di un certo colore, che si nota sopra
un colore diverso (per esempio un puntino nero su una camicia bianca). picchiottorare – picchiettare sulla pietra, il marmo e simili, in modo da produrvi
piccoli punti incisi. “È un’ora che son qui a picchiottorà sulle pietre delle
scale!”. picchiòttoro – 1) rompizolle in legno, a forma di grosso martello
con un lungo manico. 2) il battente
della porta in metallo, che si usa per “picchiare” cioè bussare. picciòlo – vinello ottenuto aggiungendo acqua alle vinacce già spremute,
e torchiandole una seconda volta. picco – piccone.
Quando un terreno è molto duro e il contadino con la vanga non ce la fa a
rivoltare le zolle, dice: “Qui ci vòle ir picco!” piedon piedoni – lemme lemme, passo passo, piano piano; modo di
camminare. pietto, a –
come “appietto”. pigia (o pigia
pigia) – grande calca di gente. “Staman alla fiera c’era un gran pigia
pigia”. pigione – palo di legno più grosso in basso, che
serviva per pigiare l’uva nelle bigonce. pigna – grappolo d’uva (per indicare il cono del pino
si dice “pina”). “Me la dai una pigna d’uva?” pillàccora – ciondolo o legaccio o brandello di
vestito strappato, che ciondola da un abito. pillaccorone – 1) persona trasandata; 2) bietolone, pacioccone. pina – cono del pino, pigna. pinella – 1)
pinola, seme del pino contenuto nella pigna; 2) dente incisivo di una persona
sporgente in fuori. Pinella –
soprannome che spesso la gente affibbiava a chi aveva i denti incisivi
sporgenti in fuori. pinzo – pizzo;
barba di forma appuntita lasciata crescere solo sul mento. “Ir
mi’ marito s’è fatto cresce ir pinzo”. piónso – lento,
lumacone, posapiano. pipìta – malattia
degli uccelli e dei polli che colpisce la lingua e la gola, impedendo loro di
cantare. pipiùme – gran
confusione di cose in cui non ci si rinviene e non si sa da dove cominciare
per venirne a capo, finendo per esclamare: “Ma quiccosì è tutto un pipiume!” pìpporo – chicco
d’uva, di grano, granturco, ecc. pira pira pira (o pirina pirina pirina) – voce con cui si chiamavano a raccolta le
galline per governarle. pisani – avere i
pisani, o arrivano i pisani, si dice dei bambini quando la sera cominciano ad
aver sonno. piscialletto – pianticella selvatica che fa un fiore giallo. pisigno – pignolo,
meticoloso all’eccesso; anche puntiglioso, dispettoso. pissìo, in –
all’etremità, proprio in cima. “M’è cascato ir vaso dar davansale perché
l’avevo misso troppo in pissìo”. pitìggine – lentiggine. “La figliola der Ghingaro ha la faccia tutta pitigginosa”. pìtoro – pulcino;
è comune la frase “bagnato come un pitorino”, detta a proposito di qualcuno rimasto
sotto un acquazzone, alludento al momento in cui il pulcino esce dall’uovo. Pitta – non
si sa bene chi fosse costui (forse il Diavolo) ma da noi era comune il
giuramento: “Se ’un è vero quer che dìo, Pitta m’ingolli”. poghino – in frasi
esclamative come “Geppe mangia poghino!”
“Pietro è poghino tirchio!” vuol dire il contrario, cioè che Geppe
mangia molto, e Pietro e assai tirchio. popò,
un – un poco, un pochino. “Dammi
un popò di pane”. porca – piccola
striscia di terreno agricolo, proda. portar via le gambe – portarle all’altro mondo, cioè morire. potta – vulva.
pottino – uomo
che si dà arie da gran signore senza esserlo, borioso, spaccone, tutta
eleganza e moine ma in realtà meschino. Il prototipo si può individuare nel
cosidetto “conte Potta”, una figura dell’immaginario collettivo lucchese, in
certo senso omologo nostrano di una maschera della commedia dell’arte. presa – piccola
quantita di tabacco da annusare. “Me la daresti una presa di tabacco?” Questa
pratica di annusare il tabacco un tempo era molto comune, specialmente fra le
persone anziane (uomini e donne) che
portavano in tasca una tabacchiera sempre pronta. presempio – per esempio. prestarsi – aiutare il prossimo facendogli servigi gratuitamente. “Grassie
Matteo, per essiti prestato a vangammi la vigna”. prete – come
“trabìccolo” (vedi). pretolio – metàtesi assai comune per petrolio. prillare – girare su se stesso con rapidità. “Far prillare il prillo”, cioè, in italiano,
la trottola. prillo – trottola. profergere – offrire, dal latino proferre. pruétta – carriola,
dal francese bruette. I francesi in vario modo furono al potere a
Lucca dal 1799 al 1813, e vi “lasciarono” diversi vocaboli poi dialettalizzati
dal popolo. pùcia – pulce.
“Stanotte ’un ho mai dormito perché nel letto ciavevo le puce”. puntale – parte
della calza che veste il piede. Si dice “camminare in puntali”, cioè con le
calze e senza le scarpe. pùppora – poppa,
mammella. pussùria – bruscoletta, pagliuzza, cosa da poco. Se riferita all’occhio
può essere un granellino o un moscerino. “Me la levi una pussuria
dall’occhio?” si chiede a qualcuno porgendogli una punta del fazzoletto. puttànghera
– eufemismo per
puttana. Q quadro, che – si
esclama “che quadro!” per esempio vedendo una persona ridicola nel vestire; o
male assortita, lui bassissimo e grasso, lei altissima e magra; e simili. qualo – quale.
“Qualo vestito ti garba di più, e quala camicia ti metti?”. quiccosì – come qui, ma più marcato,
deciso. quiderno – quaderno. R ralla – presa
in giro. “Far la ralla” significa prendere in giro, coglionare. ramina – ramaiolo
un po’ più grande del normale e col manico più lungo. rancio, di
– di rancido, in espressioni come “questa carne ha preso di rancio e va
buttata via!” rantacchio – persona brutta e magra (dal nome di uno sterpo sgraziato e
contorto); il significato è simile a “gavorchio”. rappattumarsi – rappacificarsi, ma senza troppa convinzione, rappo – ramo.
“Questo melo ha tante di ’uelle mele che ni si pieghin i rappi”. rasaio – punto
del fiume nel quale, a causa di un dislivello, l’acqua scorre molto veloce
per breve tratto, quasi a “rasare” come
una lama, levigandoli, i ciottoli sottostanti. raschiore – sgradevole irritazione della gola che sembra sia raschiata da
qualcosa. récchia – in alcun
aree del Lucchese, come nel Barghigiano, è detta così la pecora giovane che
non figlia ancora. (G. Pascoli. Nuovi
Poemetti). rècere – vomitare;
si trova anche nei dizionari italiani, indicato come poco comune, e deriva
dal latino reicere. rèdo – vitellino
appena nato. rèdola – stradetta
campestre percorsa dai carri agricoli. regretto – rimorso, ma anche rimpianto, rammarico, rincrescimento. È ancora
usata la frase: “’Un voglio avé
regretti di ’oscensa”. retròpio – 1) decrepito; si dice “vecchio retròpio”; 2) arcaico, antidiluviano. riffe e raffe – solo in frasi come “Fra riffe e raffe s’arivó a meszanotte”. rifinito – in frasi
come “Il tale è magro rifinito”, cioè moltissimo, al massimo. rigno, odore di –
odore simile e quello che emana un coniglio appena spellato che a volte permane
anche dopo cotto; e per evitare ciò prima viene messo in purga per una notte.
rilèprica – replica. Quando la campana della Tor dell’Ore
replicava i rintocchi dopo alcuni minuti dalla prima sonata, i lucchesi
dicevano: “Questa è la rilèprica”. rimbamborire – rimbambire. rimbossolire – intorpidirsi, rattrappirsi assumendo quasi l’aspetto del bozzolo
del baco da seta (da cui il nome), senza voglia di muoversi e agire per
depressione, dispiaceri o altro. rimbossolito – part. pass. di rimbossolire. rimpellicciarsi – rimettersi in forma, riaversi; si dice di
persona che è stata malata o ha sofferto. rimpensionito – estraniato e chiuso in sé stesso, come andato in pensione
dalla vita vissuta. rincroccato – rattrappito, contratto, “gronchio” (vedi). rinfrusta – solenne rabbuffo. rintostare – aggravare, peggiorare, come dire che piove sul bagnato. “Avevo già
un be’ raffreddore e andando fòra l’ho rintostato”. rinvecchignito – si dice di persona contro la quale il tempo ha infierito in modo
particolmente forte e rapido, riempiendola di rughe e acciacchi, ingobbendola
e rimpiccinendola. riprillorato – riprillato, rigirato come un prillo. riségolo – pezzetto di legno risegato da una tavola per fare incastri e
commettiture; anche risegolo di carta, pezzetto di ciccia, ecc. rispiarmo – risparmio. ritrécino – rete per pescare, giacchio; anche persona brutta. Si
dice “brutto come u’ ritrécino”. rittagno – il contrario di mancino, cioè destrimano; deriva
da dritta, mano dritta, poi diventata “drittagna” e infine perdendo la ‘d’,
rittagna. ròccia –
spazzatura, pacciame, sudiciume. rogassioni – rogazioni; da rogare, cioè richiedere, domandare. Processioni
campestri che si facevano pregando il Signore per rendere propizi i raccolti,
evitare i danni che provoca la grandine, invocare la pioggia in tempo di
siccità e il sereno in situazioni di maltempo prolungato. ronfare – russare.
rovella,
rovellina – striscina di vitella impanata e cotta in umido o in padella. rùciolo – come
“truciolo”. rufolare – frugare furtivamente in qualche posto, una càntera,
un armadio, un ripostiglio ecc. ruga – via,
strada. rugare – alzare
la voce con arroganza, risentirsi in modo forte. “Me lo dici che ciai da
rugà!” rumare – (regionale
toscano) rimestare, rimescolare, agitare; si dice rumare la polenta nel
paiolo, lo zucchero nella tazzina, in un cassetto alla ricerca di qualcosa
ecc. ruspa – vedi
“ruspare”. ruspare – si dice della cerca delle castagne da parte
degli estranei dopo la raccolta fatta dai padroni. “Oggi son ito alla ruspa e
n’ho trovo un sacchetto”. S sacca – tasca. saccone – materasso
riempito con foglie di granturco scelte durante la sfogliatura e seccate al sole. saette – punte per il trapano a mano, non a spirale. sàguma – persona
furba, originale, che la sa lunga. “Te Giorgino sei una bella saguma!” salacca – colpo di
bacchetta, simile a quello che una volta le maestre davano sul palmo degli scolari
indisciplinati. salamanna – varietà di uva bianca dagli acini grossi e ovoidali, dal sapore
leggermente moscato, ottima sia per servire a tavola che per fare il vino. salcio – salice. salléssora – erba dolce di collina che solitamente viene mangiata
da sola. Si suol dire: “’Un ció neanco la salléssora”, per significare che non
abbiamo proprio nulla (Porcari). sannotto – morso. “Ir can di Meo m’ha datto un sannotto in un
porpaccio.” santampalo (o santampaolo) – uccellino piccolissimo che ama posarsi sui rami più
alti degli alberi. saravéro – forse, probabilmente. “Saravero domani piove”. sarcigno – si dice di persona dall’aspetto sano e asciutto, tutta muscoli
e nervi e ancora vigorosa anche se non più giovane. sbarocciare – trascendere, eccedere, uscir dai gangheri. sbiaccare – spiaccicare. “Quella lumaca sbiaccata sul muro mi faceva schifo” (I. Nieri). sbiacciuàre – spiaccicare, e anche biascicare. “Io ’un lo vo’ davero
quer coso tutto sbiacciuato!” sbilercio – cosa sbilenca; anche taglio mal fatto, per esempio dal macellaio nel
tagliare un pezzo di carne. sbilurciare – guardare in lontananza per individuare qualcuno o qualcosa. sbollorare – emettere delle bolle. sbrenciagliorare – esibire, perdere, seminare i “brenciagliori”
(vedi). sbrendanare – 1) dare della “brendana”, insultare usando questa parola; 2) andare
continuamente in giro spettegolando e proferendo maldicense. sbréscio –
abbondante schizzo d’acqua, scroscio. Nell’espressione “in isbrescio”
riferita a un manufatto significa in tralice, di sbieco, inclinato. sbrosciare – 1) agitare energicamente un liquido facendo uscire degli “sbrosci”
dal contenitore; 2) versare inopportunamente minestre o altri cibi brodosi
sulla tovaglia, vino e caffè sulla camicia, ecc. sbruare – sbrucare,
portar via le foglie dai rami facendovi scorrere il palmo della mano
socchiusa; anche ripulire le foglie dei cavoli o delle “braschette” dal
picciolo, prima di cuocerle. scalamare – rompere, spaccare; vocabolo del linguaggio marinaro
(Versilia). scampanata – usanza popolare praticata fino agli anni trenta-quaranta del
’900, che consisteva nel coglionare la gente in modo piuttosto clamoroso. Un
gruppo di persone si sparpagliavano la notte nelle vicinanze della casa della
“vittima” con campanacci, tamburi, pentole sfondate, facendo un gran chiasso
e proferendo frasi, filastrocche, epiteti non certo riguardosi, amplificando
la voce con grossi imbuti da svinatura perché sentisse tutto il paese.
Venivano bersagliati vedovi che si risposavano in età matura, mariti
incornati e insomma gente che dava luogo a chiacchiere. Era una specie di
grande, corale, pubblico e irriverente pettegolezzo anonimo e collettivo inscenato
in maniera teatrale, di origine antica. In un ducumento del 1796 si legge:
“Fu fatto un grandissimo chiasso per tutto il paese, che si chiama
scampanata. A forza di gridi, fischiate, improvvisi delle maggiori sudicerie
del mondo, interrotti dal suono del flauto, di campanelli, di vanghe e maroni
[grosse marre] e batter di barilacci”. scampucciare – inciampare con le dita dei piedi scalzi in un sasso o altro
ostacolo del terreno. scancìo, di – di sbieco, di striscio, di sfuggita. “Quella tegola mi prese
di scancìo, sennò m’ammassava”. scandella – cereale simile all’orzo ma di qualità inferiore, in genere destinato
agli animali. scapellare – non essere precisi nel funzionamento di un meccanismo o nel fare qualcosa. “Quest’orilogio ’un iscapella neanche d’un segondo!” scapellotto – colpo dato con le nocche della mano sulla testa di qualcuno, di
solito un ragazzo; simile a “nocchino”. scapigliato – oltre al significato dell’italiano, cioè persona con
i capelli spettinati, arruffati, nella parlata lucchese ha anche quello di privo di cappello o altro
copricapo. “O pappà, ’un sortì fòra
scapigliato che chiappi i’ raffreddore”. scarabisso – schiribizzo. scarduffare – scompigliare i capelli, ma anche i ciuffi e i nodi della lana che si
formano nei materassi, ecc. sceccare – prosciugare un fosso, uno stagno, una pozzanghera, spesso a
scopo di pesca; in senso scherzoso si dice “sceccare una bottiglia di vino”,
cioè tracannarla tutta. scentare –
svellere, sradicare. scepe – siepe. scepre – come
“scepe”. schiappare – spaccare la legna da
ardere con l’accetta, e se i pezzi sono grossi anche con le zeppe. schiavare – nell’espressione “non
schiavare dente”, cioè non mangiare. “En du’ giorni che ’un ischiavo dente”. sciabigotto – stupido, gonzo; ma anche sempliciotto, bonaccione che si fa gabbare facilmente dal
prossimo. Forse deriva da sciapito e bigotto. sciacquina – ragazzina bighelloncella e chiacchierina. sciagattare – sgualcire malamente abiti e stoffe. sciagattone – persona che sciagatta, disordinata a trasandona. scialbare – intonacare con la calce. scialbo –
intonaco. sciambrottare – agitare con una certa violenza un liquido in una
bottiglia. sciaminéa – cappa del camino, dal francese cheminée,
vocabolo che i lucchesi “ereditarono” dai napoleonici al tempo del
principato di Elisa Bonaparte. sciapito – scarso
di sale, scipito. sciapitura – bazzecola, inezia, cosa da nulla. scimpìgnora – ragazzina chiacchierina, scipitina, saputella. sciograre – scegliere. sciscì – la
piscia, nel linguaggio infantile. “Ti scappa la siscì tesoruccio mio?” sciungia – sugna. sciupafeste – guastafeste. scompartita – la riga con cui nel pettinarsi si
spartiscono i capelli, scriminatura.
“Gino la scompartita la porta a sinistra, ma a me mi garba di più a destra.”
sconsumare – consumare, con la ‘s’
iniziale molto marcata. “In questa ’asa si sconsuma troppo olio”. sconsumio – il consumare la roba in modo eccessivo. sconvogliato – chi non richiede più certi cibi, per averne mangiati così tanti
che gliene hanno levato la voglia e quasi gli danno la nausea al solo vederli. scosciare – staccare un ramo dall’albero. scossonato – che ha subito tanti scossoni; si dice di abito molto logoro e
in senso figurato di persona provata duramente dalle avversità della vita. scriccare –
sfregare, strofinare. Si dice “scriccare un fiammifero” per farlo accendere. scrimbolo – sinonimo di “scompartita”; ma può riferirsi anche a
tutto ciò che separa in due parti. Un commensale di Porcari cui a un pranzo
nuziale era toccato un posto proprio nell’angolo del tavolo esclamò: “Porca
vacca! mi tocca sta’ proprio nsullo scrìmbolo!” scrimolo – come “scrimbolo”. scugnare – il contario di “cugnare”
(vedi); “Mi s’è scugnato ir martello”. sculèrsola – ragazzina petulante e sculettante; dal nome dialettale di un
insetto con la coda appuntita e mobilissima. sdrenito – è chi ha subito una sorta di “drenaggio” fisico che lo ha
rinsecchito e prosciugato; mal ridotto, magrissimo, secco, patito, rifinito.
sdrìcio – così
si chiamava la grande abbuffata che facevano i contadini quando ammazzavano
il porco. sdrucio – come
“strucio”. sdruolare – sdrucciolare, scivolare su una superficie liscia o
viscida di un pendio. I ragazzini lo
facevano per gioco posando a terra il sedere. sdutto – si
dice di persona snella, asciutta. sduzzinella – luogo scivoloso. “Ti piglio e ti butto giù da ’na
sduzzinella” (Fondagno). secchina – siccità, “asciuttore”.
“Quest’anno c’è una gran secchina e se ’un piove en guai”. sélvo – fungo
porcino, “moretto”. sembola – semola.
Vocabolo eufemistico usato anche nel
vernacolo livornese e in altre parlate. In senso figurato significa cosa da
poco. “Quest’anello ’un vale una
sembola”. seminoni – ciondoloni. “Guarda quello là come camina seminoni!” sergossóne – colpo forte sotto il mento dato col pugno chiuso; in
inglese uppercut, in italiano
montante. “Sta’ sitto sennò ti dó un sergosson!” sfigurire – sfigurare in modo accentuato. “Hai visto che faccia sfigurita che
cià la Nena doppo la disgrassia der marito”. sfogo – oltre i
significati della lingua, nella parlata lucchese indica anche piacere,
soddisfazione, godimento. “Che sfogo m’ha fatto vince ’uella partita a
briscola con Berto!”. sfondone – grossa
fandonia, frottola, fanfaluca. sfregacciato – part. pass. di “sfregacciare”; si dice di abito o stoffa in generale,
con tante piccole pieghe per non essere stata stirata; o ridotta in quello
stato da un uso lungo e trasandato. sfriggere – soffriggere. sfritto –
soffritto. sfuggiare – scivolare su qualcosa di molto liscio. sgamellare – non stare mai fermi, saltare, correre di qua e di là, riferito
a ragazzi “gamelli”. sgancìo, di –
come “scancìo” . sgarugliare – sgranocchiare. “Sgaruglia certi troccoli di pan!” (I. Nieri)! sghèi – denari. sgrendinato – con i capelli arruffati. sgroi – 1)
grossi scarponi; 2) zoccoloni con i ceppi d’ontano che i contadini si
facevano da soli usando le tomaie di vecchie scarpe dismesse. sgronciolare – ridurre del pane in “gróncioli” (vedi). sguainare – lo sguainare era il grido lancinante che emetteva il maiale
quando gli veniva infilato un punteruolo
nel cuore, prima che sopravvenisse la morte. sigutèra, andare
al – andare alla morte, dal latino sicut erat, così come
era (e quindi ora non è più). slessorare – togliere le ragnatele, le “léssore” (vedi). smanaccare – gesticolare vivacemente agitando le mani. smontarsi – perdere la presenza di spirito, scoraggiarsi, deprimersi. spanciarsi – come sbelliscarsi. “Spanciarsi dalle risate”. sparaciato – con la camicia sbottonata in modo da mostrare il petto nudo. spassionirsi – spassionarsi, cioè raccontare con passione le proprie pene a
qualcuno. sperverso – perverso, con la ‘s’ iniziale
assai marcata; relativamente a un bimbo significa “molto capriccioso”. spicca – la
spicca; altro nome della “ladra” usato soprattutto in Versilia (vedi alla
voce “ladra”). spicinare – distruggere qualcosa mandandola in mille pezzetti. Da spiccinire,
cioè rendere più piccino. spietato – oltre al significato proprio della lingua, nel dialetto
lucchese ha anche quello di moltissimo, esagerato. “Quella donna è bella
spietata”, cioè bellissima. spillaccorarsi – deteriorarsi, per esempio di una gonna quando comincia ad avere le
“pillàccore” (vedi). spiòmbola – fionda. spipitare – chiacchierare fitto fitto spettegolando, anche snocciolare
giaculatorie, avemmarie e paternostri. spipitina – ragazzina chiacchierina, petulante, ficcanaso. spipporare – snocciolare; togliere i chicchi dalle pannocchie; anche scorrere
la corona del rosario. spisciorare – zampillare, sgorgare. spìscioro – zampillo. spollinarsi – detto delle galline quando si scuotono di dosso i
pidocchi pollini. spolvero – la
quantità approssimativa di farina che veniva dispersa durante la macinatura
del grano, la quale veniva poi detratta dal mugnaio a suo favore al momento
della pesatura finale. spraccare – allargare, divaricare, riferito specialmente alle gambe.
“Stavin a sedé a gambe spraccate”. spraccato – part. pass. di spraccare. “Si buttó spraccato sur una
portrona”. sprendèula
– altalena. sprillente – brillante. sprocco – spino,
pruno. spurghente – si dice specialmente di acqua di fonte chiara spurgata limpida. stallino – stabbiolo del maiale. stambugio – vano in un mobile o in un muro nel quale si riponevano
degli oggetti; deriva da “bùgio”, buco.
stambugiotto – come “stambugio”. steccurito – stecchito. stintignare – smuovere, dimenare qualcosa in modo deciso: un cavicchio, un
chiodo, un arbusto allo scopo di estrarlo. stintignorare – come “stintignare”,
ma più marcato. stipito – stipato.
“Stamattina alla messa la chiesa era piena stipita”. stìtio – stitico;
ma con significato di noioso, pignolo, suscettibile. stoccofisso – stoccafisso. storgere – girare, voltare. “Che fai, storgi a manca? devi
storge a destra!” storta –
slogatura. Si dice “ho una storta ar
piede” quando si è messo male un piede nel camminare. straccàli – tutti quei rifiuti che il mare porta sulla spiaggia. stracciume – una quantità di stracci,
cenci e simili di pessimo aspetto. In senso traslato si dice anche di abiti,
biancheria e panni in genere molto malandati, rotti, stracciati. stradare – allungare il passo, camminare più svelto; come “allicciare”. “Strada Bernardo che
sennò s’ariva tardi!” stranomare – appioppare un soprannome, o chiamare col soprannome anziché
col nome qualcuno. straportare – trasportare. straporto – trasporto (specialmente funebre). stravaccato – sdraiato o semisdraiato in modo molto scomposto. stripicci – guai; si dice “essere nelli stripicci”. stripparsi – urtarsi, pigiarsi l’un l’altro in un luogo affollato. “Ieri
sur tramme si steva strippati come salacchini!” striscino – si dice di un vino quand’è leggero e gradevole e va giù che è
un piacere. stròlago – astrologo, indovino. strozza – la
strozza è quella specie di mezzaluna che dal giogo
dei buoi passava loro sotto il collo (si trova disegnata nello stemma della
famiglia fiorentina degli Strozzi). strucio – struscio;
la passeggiata affollata nella via principale di una città. A Lucca avviene
in via Fillungo. stuffáccioro – batuffolo di stoppa, cotone o altro che serve per turare
qualcosa. sturma – gruppo folto, torma. subbissìo – dal verbo “subbissare”, che indica un
cumulo di trambusti e d’affanni. “È morto doppo novant’anni di subbissi e di
pene”. Si dice anche di bimbo
vivacissino, irrequieto al massimo, che mette tutto sottosopra. succhio, essere
in – si dice delle piante
quando a primavera sono ricche di linfa sotto la corteccia. “Questo melo è in
succhio!”. In senso figurato, quando qualcuno è in forte voglia di qualcosa. sui – suoi. suppidiano – dal tardo latino suppedàneum
(tavolato, panchetto per posarvi i piedi, da sub sotto e pedàneus da
pedes piedi); specie di cassa bassa
che anticamente si teneva intorno ai letti e serviva a riporvi la roba;
quindi, per somiglianza di forma, una specie di madia o arcile per tenervi la
farina di castagne o di frumento. svelgere –
svellere. svina – si chiamava così la festa che si faceva quando s’imbottava il vino. T taliduni – taluni,
alcuni. “Taliduni voglin avé sempre ragion loro”. talla – talea,
pollone di pianta. tamburlano – pertugio, vano, contenitore anche incassato all’interno
di un mobile come una madia, o in un muro. Deriva da tamburo, che all’interno
è vuoto. tarchiano – grossolano di modi e di forme, zoticone. tarmire – tarmare.
“Questa tavola è tutta tarmita”. tassello – piccola
apertura quadrata che si fa nel cocomero con un coltello, per vedere se è maturo. tegame – in
senso figurato, donna di facili costumi. tegghio – sodo, tenace, duro. telar via – filar via, fuggire rapidamente. terra giglia – argilla. testacchione – zuccone, testa dura, testa di rapa. tirar di sorco – scappar via, filar diritto
(come dover tracciare un solco). togo – goffo nell’aspetto, impacciato, ridicolo. tombolo – così si
chiamava l’insieme rotodeggiante della polenta che veniva versata bollente dal
paiolo sulla tovaglia. torbato – nuvola.
Si dice “oggi è torbato” per significare che il cielo è nuvoloso. torbo – torbido. torcia – moccio,
muco nasale che pende dalle narici per incuria della persona. Si dice “aver
ancora la torcia al naso” col significato di essere rimasti bambini,
comportarsi come bambini, poiché nel passato ai bimbi, meno coccolati e
sorvegliati di oggi, la “torcia”
non sempre veniva tolta subito. tordelli – tortelli. Era usanza farli in casa specialmente in
tempo di carnevale. Di solito erano molto grossi e ripieni di ogni ben di
Dio. Durante il pranzo avveniva una specie di gara fra i commensali a chi ne
mangiava di più. Di questa tradizione faceva parte uno scherzo consistente
nel riempire un tortello di stoppa, e chi
aveva la sfortuna di trovarselo in bocca era oggetto degli sberleffi
degli altri. torsolone – ignorantone buono a nulla come un grosso torsolo. tótto – “non
toccare!”, ordine dato ai bimbi, e in modo scherzoso anche agli adulti. trabìccolo – intelaiatura in legno all’interno della quale veniva appeso lo
scaldino per riscaldare il letto. In senso figurato, un oggetto sgangherato e
mal funzionante. Come “prete” (vedi). tràccola – strumento per fare fracasso, usato nelle chiese dal giovedì al
sabato santo in sostituzione delle campane, che venivano fatte tacere per il
lutto della morte di Gesù. È chiamata così
dal verso della tàccola. traditora – nell’espressione “piantare un chiodo alla traditora” cioè obliquamente,
storto, non per errore ma con uno scopo. tralìce –
nell’espressione “in tralice” cioè obliquo, inclinato. tràmici – tralci
delle viti. trascinoni, camminare – modo di camminare come trascinando le gambe.
“Guarda come camina trascinoni Bernardo.” travaglio – svenimento. “Ieri la Mariuccia s’è travagliata in chiesa”. trebestio – gran fracasso, confusione, disordine. trebèsto – in senso figurato è detto di bimbo vivace al massimo che tocca,
sposta, rovescia ciò che ha intorno. trennarsi – muoversi, sbrigarsi a fare qualcosa. “Quello lì ’un si trenna
goccia”. treppiare – pestare, calpestare un campo seminato, ecc. tricciòlo – nastro di cotone di solito bianco, fettuccia. troccolo – pezzo piuttosto grosso di qualcosa, per esempio legna
da ardere; da tocco con l’intrusione di una ‘r’. troiaio – come “troiume” (vedi). trogolone – persona sporca; da trògolo, la pila dove si dà da
mangiare ai maiali. troiume – gran sudiciume. La parola è usata anche dagli
scrittori Fruttero e Lucentini, piemontesi, col significato di convegno,
raduno, raccolta di troie, cioè puttane. troncolato – individuo pieno di dolori muscolari od ossei provocati
da una fatica eccessiva per la quale non era allenato. tróncolo – sincope di “troncolato”.
“Oggi mi sento tutto troncolo che mi par d’avè l’ossi rotti”. trottola – piccola
ruota di legno che si fa rotolare per gioco su una strada, a mano o con
l'aiuto di una cordicella avvolta lungo il bordo. C’è la filastrocca:
“Trottolin che trottolava, sensa gambe caminava, sensa culo si sedeva,
poverin come faceva…” trucio – trasandato
nei vestiti, lacero, sporco, soprattutto per negligenza. trùciolo – i
trucioli sono quei sottili riccioli di legno che fa il falegname quando
pialla una tavola. truciolóne – come “trucio”. trucione – come “trucio”. tufa – afa.
Si dice “che tufa fa oggi!” per indicare una condizione climatica molto umida
e calda. tui – tuoi.
“Che te n’occupi te di ’uesta faccenda, fatti l’affari tui”. tùllora
– castagnasecca
lessata. U ugello – uccello. ugna – unghia. ugna, pagare
sull’ – pagare subito e in contanti. “Io ’un son come quelli che dicin
sempre ‘pagherò’, io pago sull’ugna!” ugnare – come “augnare” (vedi). unni – ogni; “unni persona”, ogni persona. unsoquanto
– non so quanto,
ma nel senso di molto. “Quella ragazza lì è unsoquanto bella!”, cioè molto
bella. V vapore – anche con
questo nome veniva chiamato il treno. veccia – pianta
in vaso legata alla tradizione dei “sepolcri” che erano allestiti nelle
chiese in occasione del giovedì santo. Veniva fatta crescere al buio nelle
cantine dove diventava di un colore bianco come il volto del Cristo morto
dissanguato. vegliumata – tutto quello che il fiume porta con sé quando è in piena, come
tronchi d’albero, stecchi, foglie, erbacce, stracci, ecc. vegliume – 1)
spoglie del grano e degli altri cereali; 2) vecchiume, accumulo di roba
vecchia che nn serve più. vèrmini – vermi. vernacchio – pollone già molto sviluppato di castagno, di quercia, ecc. viensuto – venuto. vinata – primo
piatto fatto con farina di castagne cotta nel vino. vista dell’occhi, la
– pleonasmo che si trova anche nel detto “Santa Lucia ci salvi la vista
dell’occhi”. Z zighizaghi – zig zag. “Quello là camina a zighizaghi come un briaco”. zìzzola – sberla e
simili. “Doppo quer che m’ha fatto, se
mi ’apita a tiro lo gonfio di zizzole”. zuccare – battere
la testa contro qualcosa, un muro o simili. zuccotto, frate – si chiama frate zuccotto il
monaco che non è stato ordinato sacerdote ma si dedica soltanto alla
preghiera e ai lavori del convento |
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