come eravamo... alcuni squarci sul tempo che fu

PIAZZA SAN MICHELE

Piazza San Michele, situata nello stesso luogo del forum romano, fu sempre il centro della vita pubblica di Lucca, vi prosperarono banchi di cambisti e di mercanti di seta, vi conveniva il popolo per assistere alle esecuzioni capitali, come a uno spettacolo. Qui si coglie ancor oggi, meglio che altrove, l’attività e il colore locale.

Non molto grande, quadrata, con il lastrico in pietra serena, che un tempo era in mattoni rossi disposti a lisca di pesce, quasi la riempie di sé con la sua mole vasta e insieme snella ed elegante, la romanica chiesa di San Michele in Foro, costruita in pietra bianca dei monti Pisani, sulla quale s’è formata nei secoli una patina come d’oro vecchio che ne attenua il fulgore quando vi splende il sole. L’alta facciata, ricca di colonnine multiformi e policrome, reca alla sommità una grande statua di San Michele Arcangelo, dalle ali sfavillanti di metalliche penne, che in origine dovevano essere tutte ricoperte d’oro zecchino.

Al di là delle quattro strade che le scorrono ai lati, sorgono alcune belle case del Duecento e del Trecento, edificate in mattoni rossi e dalle gustose polifore nelle quali risaltano ancora colonnine originali in marmo bianco; e il cinquecentesco palazzo Pretorio, con l’ampia loggia dei Civitali, dove sul muro di fondo, alla base di un grande affresco molto sciupato dal tempo, si legge la frase: «Libertatis Opes Opibus Defendite Vestris — Luce Ut Sit Lucida Luca Magis», che ben sintetizza lo spirito e la storia della città.

Non toccata dal traffico moderno, che si svolge convulso all’intorno ma rispetta integralmente la piazza, questa, a chi vi sbuca improvvisamente, appare come per incanto sgombra e pulita, oasi pigra e tranquilla nel cuore della città. Ciò è dovuto al fatto che il livello della piazza è sopraelevato di due gradini rispetto al piano stradale, e inoltre è cinta tutt’intorno da robuste catene di ferro forgiate a mano, appese a colonnine perimetrali di marmo corte e tozze, sormontate da grosse palle come teste posate sui corpi, che suggeriscono l’idea di bambinoni in fasce, da cui il nomignolo di «bàmbori», bambini, dato loro dal popolo lucchese (e si dice dei fannulloni: «stan tutto ’l giorno appoggiati a’ bbàmbori»).

Qualche volta le catene fanno incespicare la gente disattenta o spaventata, specie quando si trova in folla sulla piazza. A tal proposito Cesare Sardi racconta questo vivace episodio avvenuto nel 1811, dopo un’esecuzione capitale:

«Era già tutto terminato e la pubblica forza che circondava il patibolo si era ritirata, quando ad alcuni ragazzi venne in mente di penetrare sotto il palco fino alla cassa dentro la quale il corpo del paziente era precipitato. Quel corpo senza testa, miserabile mostro, come avviene nel giustiziati, dette qualche sussulto per la contrazione dei muscoli e i monelli spaventati uscirono fuori dal palco gridando: è vivo, è vivo. Quel grido produsse il panico nella moltitudine incosciente che pervasa da un orrore indefinito si dette a fuggire vuotando la piazza, diversi dei primi caddero inciampando nelle catene che la circondano, e la moltitudine che li seguiva si rovesciò sopra di essi ammonticchiandosi sul luogo stesso i corpi dei fuggenti...»

A me, forse a torto, fa un po’ ridere quell’appellativo di «paziente» dato al morto, perché ormai, se era già bell’e crepato, non ci aveva più niente né da patire né da sopportare...

Il tetto e le sporgenze della chiesa e del campanile, sono popolate da innumerevoli piccioni torraioli, pronti a scendere in piazza appena qualcuno sbricioli per terra un po’ di pane o vi sparga una manciata di grano. Vi sono buone persone ogni giorno puntuali all’appuntamento con questi volatili, che recano loro gli avanzi dei cibi: essi le riconoscono di lassù e vedendole arrivare con i cartocci in mano si calano in rapide picchiate improvvisamente planando a pochi metri di distanza e andandogli incontro sbattendo le ali e tubando festosi. Queste persone lo fanno con l’animo di compiere un’opera buona, un dovere quotidiano, ritraendone intima soddisfazione, come la mamma che osserva mangiare contenta i propri bambini. Altri lo fanno soggiacendo ad una patetica, innocente mania, nata forse da sentimenti frustrati, da delusione della vita o della gente. Altri ancora semplicemente per divertirsi, per provare l’emozione di chi assiste a qualcosa d’insolito, pronti a dimenticare appena si sono annoiati.

Cosi i genitori vi portano i bambini come alla giostra o alle marionette, spettacoli che anche se non più nuovi si rivedono sempre volentieri. I piccoli guardano con candido stupore il fitto grumo di piccioni che si forma intorno al mangime, li disturbano agitando le manine e camminandovi in mezzo. I colombi non si spaventano granché, compiono piccoli voli e salterellano grugando, finché all’improvviso tutto il branco spicca il volo e s’innalza fin sopra la chiesa, volteggia un po’, e pian piano abbassandosi di nuovo prende terra in un altro punto della piazza oppure ritorna a sistemarsi lassù sui posatoi. I bimbi, trotterellando, protendono verso di loro i braccini agitandoli a mo’ di piccole ali, come a volerli seguire.

Specialmente nelle belle giornate invernali i vecchi, avvolti nei cappotti scuri, si godono il sole appoggiati al fianco della chiesa o seduti sugli scalini, nere figure contro le pietre bianche, fumacchiando il «toscano» o la pipa, leggendo il giornale, chiacchierando dei loro affarucci e della magra pensione. E si può dire che il lucchese muove su questa piazza i primi passi incerti, e vi strascica gli ultimi anch’essi malfermi per opposta ragione, godendovi l’estremo solicello della vita, prima di sparire nella tomba.

Nella bella stagione vi portano vivaci note di colore i turisti stranieri che spiccano per le strane fogge degli abiti, gli aggeggi ottici che recano al collo, i libri tenuti aperti in mano e i nasi rivolti all’insù. Con l’occhio appiccicato al mirino della macchina fotografica, gesticolando col braccio libero, si chiamano di qua e di là scambiandosi consigli e impressioni nelle loro barbare favelle.

Il mercoledì e il sabato, che a Lucca sono giorni di mercato, la piazza si trasforma in borsa merci all’aperto, e vi si riversa, specie dal contado, una folla di commercianti, sensali, allevatori, coltivatori a contrattare svariati prodotti: l’olio di Camaiore o del Compitese, il vino di Montecarlo o della Maolina, il cacio garfagnino che è tra i più famosi. Un tempo neanche troppo lontano queste cose e i sacchi dei cereali, facevano bella mostra di sé sul selciato della piazza e gli scambi avvenivano all’istante. Oggi ci si limita a com­binare gli affari sulla parola o sui campioni delle merci, ma anche se queste non vengono più sciorinate al sole, offre lo stesso uno spettacolo singolare e pittoresco questa folla vestita fra il povero e il signore, col suo agitarsi, smanacciare e vociare, le plateali strette di mano equivalenti alla firma di un contratto, le finte fughe per far calare il prezzo, gli inviti a brindare nel bar Casali per suggellare il negozio finalmente concluso.

Il bar Casali è il più signorile, e chi ne ha soggezione preferisce la bottega di Tista, anch’essa coi battenti aperti sulla piazza. È questo un locale un po’ strano e originale, dove si vende da bere alla gente insieme alle matassine dei filati, alla canapa e al cotone, ai gomitoli di spago, alle cordicelle, ai batuffoli di stoppa. E fra le specialità che vi si possono gustare, occupa il primo posto la cosiddetta «biadina», un bicchiere a base di vermut e vini aromatici con dentro una manciata di pinoli.

In tempo d’elezioni viene innalzato nella piazza un palco di legno sul quale si succedono gli esponenti dei vari partiti per tenere i comizi. La voce degli oratori ingigantita dagli altoparlanti spaventa i piccioni che dapprima volteggiano inquieti e agitati sopra le teste degli astanti e si sparpagliano poi, sbandati, sui tetti della città, in attesa che tutto quel frastuono, di cui probabilmente non riescono a captare il significato, finisca. Si sono abituati al suono anch’esso fragoroso delle campane del campanile, che ascoltano tranquilli, ma non ancora a quello degli altoparlanti con dentro la voce di quegli «animali» politici.

Francesco Burlamacchi, alto e ritto sul piedistallo in mezzo alla piazza con la testa e tutto (visto che lo scultore, a dispetto del carnefice che la staccò dal collo, gliel’ha rimessa al suo posto), dall’atteggiamento concentrato e pensoso, sembrerebbe prestare orecchio al dire degli oratori, non riuscendo però, nonostante lo sforzo evidente, ad afferrare i loro contorti ragionamenti.

I preti della chiesa si affacciano un momentino sulla porta, richiamati dallo strepito e non avendo resistito alla curiosità; e si trattengono in attesa di capire, dal senso del discorso del comiziante o dall’atteggiamento della platea, se sia più saggio continuare a tenere il naso in quel punto, ritirarsi in buon ordine in sacrestia, o non sia male invece farsi avanti del tutto e mettersi in bella mostra, per far vedere a qualche probabile vincitore delle elezioni che ci sono anche loro ad ascoltarlo.

Per certi parlatori è motivo di disagio e soggezione la presenza invadente e cosi immediata della basilica, simbolo di una spiritualità che dà fastidio, mentre altri se ne compiacciono come d’un insperato appoggio e protezione, d’una concreta testimonianza di ciò che stanno affermando, quasi che quelle pietre non fossero materia inerte ma parlassero un linguaggio di parte: sensazioni queste provate più che altro da gente forestiera. I lucchesi, oratori e ascoltatori, di qualunque colore siano, non danno a vedere di notare la chiesa, un’entità che passa quasi inosservata, tanto ormai ci sono abituati e tutti l’hanno familiare e cara. E poi è gente tranquilla e piuttosto apatica, più presa dal privato e dall’interesse che dalla politica e che difficilmente si azzuffa a causa di essa, e al massimo si lascia andare a qualche piccolo innocuo schiamazzo.

Ma le sue grandi giornate, di colore, di festa e di chiasso, di allegra confusione e di mercatura, piazza San Michele le vive ogni anno nel mese di settembre per le fiere della Santa Croce. A cominciare dal giorno 13 e fino al 30, la piazza viene invasa da una gran quantità di banchetti che si dispongono in file lungo tutta la superficie, pieni zeppi di merce di ogni genere, dalle scodelle ai reggiseni, dalle coperte ai cavatappi, dai libri alle profumate ciambelle che friggono sotto gli occhi della gente in grosse padelle piene d’olio, e che qui chiamano «frati».

Gli imbonitori più vari e strani, nel loro trito linguaggio che però riesce sempre a convincere qualcuno, offrono per pochi soldi lo sbucciapatate automatico ultimo prodotto dell’indu­stria tedesca, i piatti che anche a buttarli apposta per terra non si rompono e anzi rimbalzano come palle (e lo dimostrano), la radice africana, o panacea, che guarisce quasi per incanto tutti i malanni del mondo. La folla si pigia ad ascoltarli, circola a stento fra i banchetti variopinti, osserva, tocca e compra senza posa: vi predomina la gente di campagna, e si notano specialmente certi montanari che attendono tutto l’anno l’occasione della fiera per scendere al piano e passare un giorno intero in città e, sommo piacere, consumare un luculliano pranzo annaffiato di buon vino in trattoria: sono coloro che i ciarlatani e i borsaioli prendono di mira maggiormente, e non di rado la sera se ne tornano a casa bracchi bracchi, senza più quattrini e con un pugno di mosche; talora sorbendosi, per soprammercato, i rimbrotti della moglie e magari i di lei scapaccioni.

La voce della piazza sono le campane che rintoccano in cima al campanile, e ne è l’occhio il grande orologio incastrato nella facciata del palazzo Pretorio, che i passanti sono avvezzi a guardare anche se al polso hanno un cronometro di marca, per abitudine e simpatia, siccome l’osservavano quand’erano ragazzi, e quando non avevano soldi per comprarsene uno per conto proprio, ed è rimasto come un vecchio amico.

Nella grande loggia sotto il palazzo, spicca di nero bronzo il monumento a Matteo Civitali, che assiso sullo scranno, impugnando gli arnesi della sua arte scultorea, fissa il dirimpettaio San Michele con cipiglio d’intenditore. E dicerto, al riparo dalla pioggia e dai raggi del sole com’è, e comodamente seduto in poltrona, desterà l’invidia dell’altro dirimpettaio Burlamacchi che invece, oltre a doversene stare in piedi giorno e notte, si trova anche esposto a tutte le intemperie che il Padreterno gli manda addosso, senza contare i piccioni che gli si posano irriverentemente sul capo e qualche volta lo gratificano di una «brillantina» non precisamente profumata. Una testa, bisogna dire, irrimediabilmente disgraziata la sua, in vita mozzata dal boia e adesso insultata dai piccioni.

Sotto questi archi ospitali si rifugiano i passanti durante gli acquazzoni improvvisi, e i ragazzi vi trascorrono il tempo scarabocchiando la base del monumento. I pittori locali vi espongono i quadri nell’attesa quasi sempre vana di qualche acquirente. Vi suonano le bande musicali, che molte teste grigie ascoltano con nostalgica compunzione, mentre qualche nipotino insofferente gli sferra calci per andar via, e certi giovanotti di passaggio si fermano un momento solo per ironizzare mentre accennano frenetici motivi di jazz o altri scatenati ritmi americani.

Questa è un’idea di piazza San Michele, dove i lucchesi giocano bambini, governano i piccioni col granturco, ascoltano la musica e i comizi dei politici e dei ciarlatani (oh, pardon, l’accostamento è del tutto casuale); trattano con vocazione gli affari, assaporano con gusto i «frati» e il «buccellato» (già, dimenticavo questo tipico dolce lucchese con gli anici e l’uvetta, a forma di grossa ciambella, che vende l’antica bottega dei Taddeucci aperta sulla piazza); comprano i piatti e le coperte per l’inverno, non comprano i quadri dei loro pittori a conferma del detto che «nessuno è profeta in patria»; guardano lassù, a quel vecchio quadrante, se è vicina l’ora del desinare o della cena, vanno alla messa per abitudine e qualche signora, che male c’è? ne approfitta per mostrar l’abito nuovo e la fresca pettinatura alla moda; s’appoggiano ai «bàmbori» a chiacchierare e a guardar le ragazze sfilare in passeggiata, si godono l’ultimo solicello del giorno, o della vita, leggendo il giornale («tutte bugie! »), o fumando la pipa.

E la notte, abbandonata dai piccioni che ormai dormono anche loro nei buchi della basilica, la piazza viene popolata da altri personaggi un po’ lestofanti e un po’ sornioni: i gatti randagi e i cani senza padrone o insofferenti alla catena, attratti dall’odore lasciato sulle pietre dall’unto di qualche avanzo di maccheroni. Magri e con la fame in corpo vanno e vengono da un punto all’altro ma non trovano nulla: i piccioni satolli e addormentati lassù in piccionaia vi hanno lasciato soltanto l’odore.

                                           Giacomo Paolini  (1962)

(articolo vincitore del premio «Italia Bella» di Napoli)

Piazza San Michele, allorché vi si svolgeva il mercato delle granaglie. Il chiosco sul­l’angolo in primo piano era l’edicola di giornali del Brancoli. Una delle due tende da sole bianche che si notano sullo sfondo, era quella della bottega di Tista.

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Piazza dell’Anfiteatro com’era negli anni Cinquanta del Novecento, quando vi si teneva ancora il mercato della frutta e delle verdure.

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Fino a tutti gli anni Novanta del ‘900 per le popolane di piazza Anfiteatro era consuetudine riunirsi nei pomeriggi dei giorni festivi all’aperto, attorno ai banchetti che negli altri giorni servivano per la vendita della frutta e della verdura, per disputare appassionanti partite al gioco della Tombola. 

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La mitica pasticceria Federico Salza in via Fillungo, com’era nel !925.

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Resti di un antico lavatoio in uso fino agli anni Settanta del ‘900, dove le massaie di Lucca fin da tempi remoti si recavano a lavare i loro panni. Attorno alla città ve n’erano quattro, ciascuno nei pressi di una porta. Oltre a questo, ne sono rimasti altri due, rispettivamente fuori porta S.Donato e porta Elisa.

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Osteria nei pressi di San Frediano, da una stampa dell’Ottocento.

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Il vetturino Quartuccio, figura popolare della Lucca del Novecento, assorto nella lettura del giornale in attesa dei clienti, il cavallo con la coperta a proteggerlo dal freddo in inverno e dal solleone in estate e l’inseparabile cagnolino anch’esso intento a leggere il giornale.

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RISALENDO IL SERCHIO

 

 

GARFAGNANA

Mentre risalgo con la mia «Cinquecento» il corso del Serchio e mi addentro sempre più nel cuore antico della Garfagnana, di questa terra arcana e affascinante, mi sembra di avere smarrito il senso del tempo e dello spazio, tanto il paesaggio che ho d’intorno mi appare diverso e lontano da quello lasciato da poco alle mie spalle, nella pur vicina pianura: quasi, a momenti, qualcosa d’irreale e lunare, povero eppure aristocratico, d’una aristocrazia montanara e paesana. Ora sorridente, gentile, dolce e morbido, ora tetro, misterioso, aspro e duro. Dominato dalle vette e dai silenzi, lampeggiato qua di rialzi assolati, rabbuiato là di fresche profondità cupe d’ombra, con l’azzurro cielo cosparso di nuvole bianche.

E quasi m’aspetto di vedere apparire sulla strada, sbucati all’improvviso dal bosco, gli oleografici briganti col trombone e il cappello a cono, di cui parlano le cronache della vallata; e spuntare da dietro una curva una traballante diligenza, magari quella stessa dell’Ariosto che ne fu, un tempo, il governatore-poeta.

Effetto del sole che battendo da tre ore sulle lamiere della mia automobile, l’ha trasformata in una specie di forno ambulante? Può darsi, ma mi sembra anche vero che la Garfagnana di oggi non sia gran che diversa da quella di una volta. Qualche strada in più, qualche altra che al posto della polvere o del fango inciso dalle ruote dei barrocci, presenta il lucido piano d’asfalto segnato dalle brusche frenate delle automobili nelle curve frequenti e strette; qualche centrale idroelettrica e laghetto artificiale, poche costruzioni recenti, le antenne televisive su alcuni tetti.

Novità paesaggistiche neanche dappertutto manifeste che riescono appena a scalfire un volto vecchio di secoli, più volte devastato dai terremoti qui particolarmente violenti. Con i suoi torrenti scoscesi, i fiumi dal bianco greto riarso dove serpeggia e lotta col sole l’acqua superstite; le polle scaturenti un po’ ovunque dai fianchi dei monti liquidi e generosi di dentro, come sono duri e avari di fuori; le selve dei castagni (benemerite, che da sempre hanno dato da mangiare alla gente, e d’estate le hanno fatto ombra e d’inverno l’hanno scaldata), colpite anni addietro dal terribile cancro che fece strage di piante, di cui ancora si vedono i tristi segni qua e là: alberi secchi protendenti i loro scheletri contorti verso il cielo; oppure, dove è arrivata la sega e l’accetta, brulli spiazzi deserti invasi dalle erbacce e dalle sterpaglie: ma non sono che macchie, per fortuna, isole brunicce nel verde paesaggio garfagnino, dove le selve, passata la bufera, hanno ripreso a vivere e a rinverdire, sebbene decimate.

Infatti i castagneti produttivi sono ancora parecchi, anche se hanno perso, nell’economia locale, il significato e l’impor­tanza di un tempo. Oggigiorno non c’è quasi più nessuno che mangi le castagne e la loro farina, se non per voglia come si mangia il dolce e la frutta di stagione; mentre si può dire fino all’ultima guerra costituivano, specie d’inverno, l’alimento principale di non poche famiglie di quassù. Le fatiche e le cure che richiede la loro coltivazione, dalla piantagione alla potatura, dalla raccolta dei frutti all’essiccatura nei metati, fino alla battitura, non sono bene accette dai giovani di oggi che le ritengono mal ricompensate, e preferiscono altri lavori magari meno indipendenti ma anche meno faticosi ed aleatori, e più redditizi. E i vecchi rimasti in campo fanno quel che possono, e spesso si limitano a chiedere alle selve ciò che danno spontaneamente, senza troppe sollecitazioni e cure proprie dell’arte contadina.

La diminuzione dell’economia castagnicola è andata, del resto, di pari passo col progressivo contrarsi dell’industria boschiva in genere, determinato dal fatto che sempre minore è stata la richiesta di legname da costruzione nostrano, in buona parte sostituito da quello d’importazione; oltreché dalla plastica e dal metallo largamente usati oggi nell’industria edile e mobiliera. Per non parlare della produzione di carbone di legna, ormai ridotta praticamente a zero in seguito al dilagare dei gas liquidi e dell’elettricità.

È pressoché sparita, in tal modo, la tipica e quasi leggendaria figura del carbonaio; e le carbonaie, dove lentamente cuocevano i rami che sarebbero diventati carbone e lasciavano salire al cielo lunghe colonne di fumo, non fanno più parte del paesaggio di qui, ormai nient’altro che romantici ricordi. Come sono quasi scomparsi dalla scena i pastori dal grande ombrello verde di tela incerata, che numerosi s’incontravano un tempo coi loro branchi di pecore lungo queste strade, e si vedevano pascere i greggi lungo i pendii erbosi dei monti, e migrare al piano ai primi sentori dell’inverno, ispirando poeti e pittori. E fabbricavano la sera, nelle loro fumose bicocche, un cacio squisito che ancora oggi però si può trovare da queste parti, anche se si va man mano sostituendo con quello più sciapito di vacca.

Figure che scompaiono e figure che restano, come quella del cavatore. L’industria marmifera garfagnina, appendice di quella apuana, è l’unica robusta attività rimasta fra quelle tipiche della zona, e che anzi ha avuto incremento dal forte sviluppo dell’edilizia avvenuto dalla fine della guerra a questa parte. Le bianche cave sono infatti oggi più che mai operose e vitali dopo secoli di sfruttamento, e continuano a dare con generosità il prezioso marmo di cui già s’abbellirono le antiche città e dal quale anche Michelangelo trasse le sue opere immortali.

Esse hanno ancora lo stesso aspetto di un tempo, e sebbene vi si veda qualche macchina moderna, sempre preponderante e insostituibile è l’opera dell’uomo nell’estrazione e nello scivolamento a valle lungo le «lizze», del ricercato materiale. Dalle cave molti garfagnini continuano a trarre, come nel passato i loro avi, il necessario per vivere. Una folla che da lontano si vede brulicare, come piccole alacri formiche nere, attorno ai grandi blocchi bianchi che spiccano maestosi e scendono solenni, avviandosi verso la pianura e verso il mare: vanno a splendere al sole delle grandi città, a farsi ammirare da folle cosmopolite, essi che per secoli sono rimasti al buio, oscuri pezzi di natura nelle viscere del monte.

Alle attività tradizionali che sono rimaste, a quelle scomparse o in via d’estinzione non ha fatto riscontro, se non in minima parte, l’apparizione di nuove industrie capaci di attrarre le giovani leve di lavoro: non sono sorti né caseifici, né industrie conserviere, né consistenti attività tessili o cartarie, per cui i giovani, anche per le nuove esigenze di vita prospettate dal confronto con il resto del mondo, reso agevole e immediato dai moderni mezzi di comunicazione, hanno intrapreso un lento e inarrestabile esodo verso la pianura, messo a fuoco specialmente dall’ultimo censimento.

La Garfagnana è una delle zone più naturalmente suggestive d’Italia, per moltissimi turisti terra vergine ancora da scoprire. Alla rude bellezza delle montagne s’accompagna la frescura dei boschi, il verde dei pascoli, la policroma scacchiera dei campi coltivati e dei vigneti, la ricchezza delle acque limpide e leggere, la mitezza del clima estivo dovuta alla vivace ventilazione ed ai frequenti acquazzoni.

A questo aggiungiamo il pittoresco aspetto dei villaggi ricchi di storia, leggenda, poesia, superstizione e folclore, con i  vecchi muri e le strade evocanti brigantaggio, diligenze, greggi migranti, bufere e veglie attorno alle castagne che cuocevano nei focolari mentre si narravano storie di linchetti e di streghe.

I gentilizi portali di pietra dei palazzetti signorili sorgenti accanto ai tuguri, i balconi e i davanzali in ferro battuto dai fabbri locali (nelle loro nere fucine che parevano antri di Vulcano) fantasticamente decorati da miriadi di fiori che intonano un’accesa dolce sinfonia di colori, spiccando ora sul rosa stantio, ora sul grigio patinato d’oro antico, ora sullo sbiadito cilestrino dei muri incipriati dal sole e lavati dalla pioggia, segnati da vecchie meridiane.

Meta ambita, fino a qualche anno fa, di famelici antiquari che saccheggiavano elegantemente le case dei semplici montanari, portandosi via per pochi soldi squisiti gustosi pezzi d’arte campagnola.

Paradiso dell’alpinista e del pescatore, le sue montagne sono spesso popolate di «ragni» umani che s’arrampicano verso le cime sospinti da una passione fra le più nobili e pure. Mentre da molte parti della Toscana e anche da altre regioni gli appassionati della lenza vengono a insidiare i pesci dei chiari laghetti, dei corsi d’acqua che serpeggiano tra grossi macigni tondeggianti e levigati, ricchi di fondali dai riflessi verdi-cerulei dove la preziosa trota vaga sorniona e il pescatore vi perde gli occhi goloso di preda.

Nei boschi abbondano i funghi delle varietà più pregiate come il porcino e l’ovolo, e non c’è passatempo più piacevole e distensivo che cimentarsi nella paziente ricerca dei profumati frutti delle selve, che quando li scopri all’improvviso lucidi e umidi fra le foglie marce ti danno un tuffo di gioia al cuore, e ti chini avido e soddisfatto a raccoglierli con mano attenta e gentile per non sciuparli e adagiarli delicatamente nel canestro.

Alle molte attrattive di cui la natura ha dotato questa terra, non corrispondono ancora adeguate attrezzature turistiche, alberghiere, di spettacolo e di sport. E ciò scoraggia l’afflusso di quella numerosa categoria di turisti che partiti dalle città più o meno inquinate per venirsi a godere i benefici di un’aria più pura, nel contempo non sanno rinunciare a certe comodità domestiche e abitudini mondane.

Essi perciò limitano la visita a brevi puntate in automobile dalla vicina Versilia o dalle altrettanto vicine e attrezzatissime località climatiche e termali dell’Appennino e della Valdinievole, dove hanno a disposizione locali alla moda, sale da ballo, grandi alberghi, piscine, funivie di cui qui non c’è traccia. Il trovarsi proprio in mezzo a queste zone climatiche, balneari, termali, sviluppate al massimo e talora rese quasi esasperanti dall’eccessiva intensità di vita, accentua per contrasto il carattere primitivo ed elegiaco della Garfagnana. Per tale motivo, da Viareggio, dall’Abetone e da Montecatini vengono in molti a cercarvi un’evasione distensiva e romantica, a godervi i silenzi e le solitudini, anche se per la breve durata di qualche ora o di un giorno.

Ma chi va in villeggiatura esclusivamente per curarsi il corpo e lo spirito, cercare quella distensione fisica e mentale compromessa da un anno di vita cittadina, e ritemprarsi i muscoli e l’anima al contatto discreto di una rustica natura; e magari non aborre l’idea di tornare a fare il bagno nella vecchia tinozza, e di rinunciare all’aristocratico cocktail per un più modesto e popolare bicchier di vino, questi non c’è dubbio che troverà qui il suo ambiente ideale.

Di ritormo a casa e facendo il consuntivo, si accorgerà che con una spesa assai minore che altrove, avrà in definitiva goduto di più, perché di più si sarà riposato e rimesso in sesto per affrontare al meglio un altro lungo anno di stressante vita cittadina.

                                                 Giacomo Paolini (1964)

(articolo pubblicato su «Il Telegrafo» del 4 agosto 1964)

 

Una veduta della vecchia Garfagnana.

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ALCUNE NOTIZIOLE SPICCIOLE

SU LUCCA E I LUCCHESI, ESPOSTE IN MODO DISORDINATO COSÌ COME LE HO RITROVATE IN UN MIO VECCHIO QUADERNO Di APPUNTI

 

Piazza XX Settembre: qui anticamente esistevano due chiese poste su piani diversi: sopra si trovava quella di Sant’Alò, e  sotto c’era un portico con un’immagine sacra dove la gente andava a pregare come in una chiesa vera e propria, chiamata la chiesa di Santa Maria.

 

Dove un tempo si trovavano delle chiese che ora non ci sono più perché distrutte, hanno messo a ricordo nel muro più prossimo delle «immaginette».

Alcuni esempi:

— in piazza XX Settembre (ex chiese ricordate sopra);

— presso la ex chiesa di Santa Lucia, dietro il coro di San Michele dove oggi si trova una pizzeria;

— in corte San Lorenzo, vicino a piazza Cittadella  (ex chiesa di San Lorenzo in Poggio, appartenente alla nobile famiglia Poggi).

 

Ex chiesa di Santa Lucia (vedi sopra): c’è rimasta la scala a chiocciola del campanile, alla quale si può accedere, inquilini permettendo, da una porticina.

 

La Compagnia della Croce aveva la propria sede in via Busdraghi, nel cortile-giardino dove adesso c’è il fotografo Benetti. Ha tuttora una sua insegna in chiasso Barletti.

 

La torre dei Fondora, casata alla quale sarebbe appartenuta la Gentucca dantesca (canto XXIV del Purgatorio) si trovava, e se ne vedono anche oggi i resti, nei pressi del caffè ex «Pult», adesso «Loggia dei Mercanti».

Alla famiglia Fondora è legato anche l’oratorio di San Franceschetto, in piazza San Francesco (fino a poco tempo fa adibito a cinema) da essa costruito nel 1309 come risulta da un’iscrizione sull’architrave.

 

Giovanni da Civitale viene a Lucca (appunto da Civitale del Friuli) nel 1410. Ha tre figli: Iacopo, Matteo, Bartolomeo.

Matteo e Bartolomeo daranno vita alla prima tipografia lucchese. Matteo diventerà il famoso scultore. Bartolomeo ha tre figli: Vincenzo, scultore anche lui; Masseo, scultore in legno; e Giuseppe, storico (ha scritto le importanti «Historie di Lucca»).

 

Il nome di Lucca sarebbe stato dato alla città nel 702 a.C., da Lucio Lucumone, re di Toscana (Etruria), che avrebbe dato il nome anche a Lucchio (di Bagni di Lucca). Lo asserisce Giuseppe Civitali, nell’opera sopra citata.

 

La Tor dell’Ore, in via Fillungo, apparteneva alla famiglia Diversi, discesa dai Quartigiani. Era detta anche Torre della Lite, essendo contesa tra più famiglie.

 

Le case dei Guinigi prima appartenevano ai Benettoni, casato poi estinto.

 

La Torre di Palazzo, così chiamata perché unita da un cavalcavia al palazzo Pubblico nell’attuale piazza Grande, apparteneva ai Pinelli.

 

C’erano acquedotti che portavano l’acqua in città provenienti dal Morianese, poi disfatti dai Goti durante le invasioni del sec d.C.

 

Alla Quoiaria (attuale Pelleria) si trovava la fortezza dell’Imperiale.

 

Provenendo dal lago di Sesto, fino alle mura della città (lato dell’attuale San Concordio) scorreva il fosso della Formica, importante via d’acqua che metteva in comunicazione il territorio lucchese col pisano, assai più agevolmente di quel che potessero fare le  accidentate vie di terra.

 

La Colonna Mozza, in piazza Santa Maria Forisportam, era chiamata la Colonna del Palio, perché attorno vi si svolgeva un palio.

 

La testina in pietra che si può vedere in via Fillungo sulla facciata del palazzo medievale attiguo alla torre del Travaglio (di fronte alla chiesa di San Cristoforo) è il ritratto di Dante? Ne richiama il profilo, e la tradizione vuole che lo sia.

 

Montecatino (attuale Montecatini Alto) «si dice esser stato fondato da Cathilina, nobile romano, et da lui chiamato Cathilino» (G. Civitali).

 

Altopascio, situato presso la grande foresta della Cerbaia, aveva un alto campanile sul quale suonava una campana per fare da guida ai pellegrini che percorrevano la via Romea, i quali altrimenti potevano perdersi nella notte o nella tempesta.

 

Il Valdarno inferiore (Fucecchio, Santa Croce, Castelfranco, Santa Maria a Monte, San Miniato al Tedesco): era detto il granaio della città di Lucca.

 

La libbra lucchese corrispondeva a circa un terzo di chilogrammo (precisamente kg 0,3345). Questa misura era ancora in uso negli anni trenta del Novecento e la mia nonna Enrichetta la nominava abitualmente.

 

Trallecosce di Poggio, in via Di Poggio, era un chiassetto a cul di sacco dove molti andavano a orinare. «Vado un momento a pisciare tra le cosce di Poggio», solevano dire gli uomini quando si trovavamo nei pressi, ai quali in quel momento «scappava».

 

La Ségola di mezza quaresima: tradizione scherzosa simile al primo aprile. I ragazzi preparavano strice di carta colorata (ségole) e nel giorno di metà quaresima le attaccavano furtivamente dietro alla gente.

 

Il Capraio di via del Gallo, o corte del Gallo: teneva le capre in corte, o sull’omonima via, e vendeva il latte munto lì per lì. Insomma, dal produttore al consumatore!

 

Il Cicciaeossi del giovedì grasso. Altra usanza popolare. Una piccola orchestrina e cantanti, nel giorno del giovedì grasso andavano mascherati a esibirsi davanti ai negozi, botteghe ecc., ai quali si dava un compenso in natura (come del resto usava con le befanate). C’era chi il compenso lo dava grosso, e chi piccolo, appunto chi ciccia e chi ossi.

 

In piazza del Carmine c’erano quattro chiese. San Pier Cigoli (o San Piercigoli), detta anche Santa Maria del Carmine, annessa al relativo convento. Il suo campanile era una torre dei Lombardi, ovvero dei Porcarensi di Lucca. L’ingresso del convento, visibile ancor oggi, era dove si trova il grande portone in legno nella facciata del mercato. Il convento apparteneva all’ordine dei Carmelitani, per questo la piazza si chiama tuttora «del Carmine».

Di fronte alla chiesa di san Pier Cigoli, dove adesso c’è una pasticceria era situato il Carminino, un’altra piccola chiesa.

Lungo il fianco del mercato, andando verso la torre Guinigi, sorgeva la chiesa di San Rocco, edificata per ringraziare il santo di aver fatto cessare la peste nel 1633.

Più avanti, dove oggi si vede una tipografia, si trovava il fianco di un’altra chiesa, San Gregorio, della quale si notano alcuni resti. Invece la facciata guardava verso il lato ora occupato dalla cabina elettrica.

Alcuni vegliardi fino a poco tempo fa ricordavano di aver visto tre di queste quattro chiese. Invece quella dove’è situata la tipografia fu abbattuta dai napoleonici ai tempi del principato di Elisa Baciocchi.

 

Vicino a quest’ultima, sul davanti, c’era una fontana con diversi zampilli d’acqua dove fino ai primi anni del Novecento  andavano gli acquaioli ad attingere l’acqua.

Gli acquaioli, una specie di facchini dell’acqua, riempivano i loro barilotti e quindi li caricavano sui barrocci portandoli nelle case dei lucchesi. Allora non esisteva il sistema di tubature che conduceva l’acqua direttamente nelle abitazioni, ma solo alcune fontane situate in diversi punti della città alimentate, tramite l’acquedotto del Nottolini, dalle sorgenti di Guamo.

Chi non voleva spendere, o aveva uomini validi in famiglia, ad attingere l’acqua vi andava da solo. Gli altri si servivano appunto degli acquaioli. Essi portavano il prezioso liquido ai diversi piani, naturalmente dietro adeguato compenso, pro­teggendosi le spalle con grosse balle imbottite.

I lucchesi tenevano l’acqua in capaci coppi di terracotta, mettendovi in fondo grossi cotani (ciottoli di fiume rotondeggianti) perché credevano si conservasse meglio e non vi nascessero i béi (vermi).

 

Un acquaiolo famoso era il Concioni, uomo grosso, anarchico, sempre o pressoché sempre ubriaco, perché lui portava sì l’acqua nelle case, ma personalmente si guardava bene dal berla.

Essendo come ho detto un anarchico convinto, un giorno non potette esimersi dal recarsi a Viareggio con un amico per ascoltare un comizio tenuto nel locale teatro Politeama dal capo libertario Pietro Gori, che aveva fama di grande oratore.

Dunque andarono e si misero ad ascoltare il discorso del Gori. Sul più bello, quando tutto il pubblico che gremiva la sala pendeva più che mai dalle sue labbra, il Concioni si rivolse al compagno di fede sussurrandogli in un orecchio:

«Caro amico, io queste cose che dice il Gori le conosco già e per me son fritte e rifritte, e allora sai che ti dico?»

«Che mi dici?»

«Che faccio una scappatina a bermi un bicchierotto perché m’è venuta una gran sete!»

E detto fatto piantò in asso tutta la congrega e se ne andò a cercare un’osteria.

 

In piazza della Magione (o dei Cavalieri d’Altopascio) c’era, dove ora si trova il bar Milano, la chiesa di Santa Maria Filicorbi, abbattuta anche questa al tempo del principato di Elisa Baciocchi (che in questo campo, sembra ci sapesse proprio fare!).

 

Il casalino... cos’era? Frugando nei documenti d’archivio il professor Gino Arrighi ha scoperto trattarsi di una specie di base in muratura di una casa, che arrivava a circa la metà del pian terreno, poi su su la costruzione proseguiva con il legno, ma era raro che le case del popolo si innalzassero per più di due piani.

Questi consistevano in un unico stanzone, senza divisione in vani. Le case che avevano il solaio si chiamavano solariate. Poi magari succedeva (e a quei tempi molto di frequente) che il tavolame prendesse fuoco o marcisse o si sbriciolasse  sotto l’azione dei tarli, salvandosi soltanto il casalino. Spesso i mastri muratori vendevano solo questo, poi, chi lo comprava, il resto in legno se lo faceva da solo.

 

Le torri erano tutte solariate, e venivano costruite in muratura fino in cima, ma i solai dei vari piani erano di legno. Infatti in tanti muri delle torri si possono ancora vedere i buchi per sorreggere le travature.

 

La Repubblica di Lucca, nel periodo di maggior fulgore e grandezza, era una repubblica che guardava molto ai costumi della Roma classica, coltivava insomma il culto della romanità. Infatti era l’unico Stato italiano che aveva sotto il suo stemma, nei documenti ufficiali, la scritta S.P.Q.L., cioè Senatus PopulusQue Lucensis, appunto ad imitazione di: Senatus PopulusQue Romanum (S.P.Q.R.).

 

La via Aurelia al tempo dei Romani terminava a Pisa. Proseguiva poi come via Emilia Scaura, non seguendo come oggi il litorale, che allora era acquitrinoso e malarico, ma un itinerario più all’interno che passava da Massaciuccoli e Bozzano, proseguendo quindi verso nord-ovest.

I viandanti provenienti da Firenze dopo aver lasciato la via Cassia, cosa dovevano fare per raggiungere la via Emilia Scaura? Strade dirette che attraversavano la piana di Lucca non ce n’erano perché paludosa. Allora costeggiavano i monti di Marlia e delle Pizzorne, arrivavano a Lucca e prendevano la via per Balbano, da dove, superato il valico per Massaciuccoli si immettevano nella via Emilia Scaura.

L’odierna via Romana nel tratto che passa da Antraccoli e Capannori e raggiunge Altopascio, non è quella che percorrevano i primi pellegrini, la quale deviava verso Marlia e Segromigno seguendo la base delle colline.

 

In piazza san Michele, dietro l’abside della basilica, si possono ancora ammirare, ottimamente conservate, delle belle case del Duecento e Trecento. Lì, e precisamente in quelle un po’ spostate verso l’attuale caffè Casali, al tempo della Repubblica di Lucca, nel Cinquecento, Seicento e Settecento c’erano i Casini e le relative puttane. Esse erano ben viste e addirittura protette dalla Repubblica per una, diciamo cosi, ragion di Stato.

Allora vigevano le leggi suntuarie, che imponevano alle donne la massima sobrietà nel vestire, ma le signore puttane erano dispensate dall’osservarle. Esse al contrario potevano indossare impunemente vestiti lussuosi e sgargianti, esibire fiocchi, fronzoli, anelli e collane preziose perchè erano un po’ i loro «ferri del mestiere» che servivano ad attirare i clienti.

Avevano tali particolari riguardi perché a Lucca era molto praticata la pederastia, e la Repubblica voleva estirparla come una vergogna che infangava la sua immagine. Insomma meglio metterlo davanti che prenderlo di dietro!

 

La chiesa di San Pietro Maggiore sorgeva dove ora si trova la chiesina detta Oratorio della Madonnina, accanto a Porta a Vapore (o porta San Pietro appunto). Dentro questa chiesina c’è rimasto un pilastro della vecchia chiesa, e anche un affresco della Madonna. Essa fu abbattuta per far posto alla costruenda cerchia muraria.

Invece in piazza Grande (che allora non era una piazza perché in mezzo vi sorgevano diverse costruzioni e botteghe medievali con la caratteristica porta a T), si trovava la chiesa di San Pietro in Cortina, detta anche della Madonna del Sasso, in ordine dorico a tre navate e con cupola. Ad essa erano passati il nome e i privilegi della chiesa di San Pietro Maggiore.

 

Il professor Gino Arrighi era amico di Carlo Ludovico Ragghianti, così come del pittore Alfredo Meschi, suo vicino di banco in terza elementare.

L’Arrighi e il Meschi andavano spesso in montagna, stando fuori due o tre giorni, vagando da un monte all’altro e dormendo nelle capanne. Il Meschi si portava dietro la cassetta dei colori fissando su delle tavolette i panorami più belli. Nella cassetta c’erano degli scomparti dove poteva mettere i diversi dipinti distanziati da listelli di legno, affinché i colori freschi non si attaccassero fra loro.

Fu l’Arrighi che accompagnò il Ragghianti nello studio del Meschi, all’ultimo piano nella torre di porta San Gervasio, per presentarglielo.

La sua pittura dev’essere molto piaciuta a quello che poi sarebbe diventato un famoso critico d’arte, tanto è vero che l’unica volta che il Ragghianti fece parte della giuria della Quadriennale di Venezia, coincise con l’unica volta che il Meschi vi venne invitato. E fu anche il solo momento in cui il Meschi e le sue opere ebbero una risonanza nazionale. Anzi ciò avvenne in un’altra circostanza, allorché il Nostro partecipò a una grande mostra a Lerici, sempre su interessamento del Ragghianti. 

Alfredo Meschi, personaggio umile e schivo, ma di grande talento e squisita sensibilità, avrebbe meritato molto di più (non gli giovò l’operare in una piccola città di provincia, isolato e al di fuori delle congreghe) perché la sua pittura era di alto livello, e i suoi paesaggi ricordavano quelli di Corot.

 

Il pittore Daniele aveva lo studio sulle mura, «laggiù ai bagnetti in via Buiamonti», come annota in un suo scritto. Perciò in quella zona, a quel tempo (primi anni del ’900), ci dovevano essere i bagni pubblici.

 

I Pompieri avevano la caserma davanti al palazzo Santini, nel cortile dove ora si può vedere il bar Municipio. Essi a quel tempo dipendevano dal Comune e andavano a spegnere gli incendi con un carro tirato da cavalli, al quale era attaccata una campana che suonava perché la gente si scansasse.

Non tutti i pompieri venivano pagati dal Comune a tempo pieno. Una parte erano volontari che svolgevano un altro lavoro e venivano chiamati al momento dell’incendio.

Naturalmente, in questo caso, la cosa non doveva essere molto tempestiva: fra andarli a cercare, trovarli, prepararsi, partire, quando giungevano sul posto il fuoco aveva già bruciato tutto! 

 

L’Ozzeri una volta era un corso d’acqua molto più grande dell’attuale canale. L’Arrighi da ragazzo sentì dire da un uomo di 92 anni (nato dunque all’incirca nel 1838, al tempo di Maria Luisa di Borbone), che un suo parente da Lucca era andato a Livorno in barca. Partito dal porto della Formica a San Concordio, era arrivato fino a Pisa, proseguendo poi lungo un altro canale che raggiungeva Livorno.

 

Il Caffè del Buongusto, apriva i battenti in via Fillungo (ingresso principale) e nel retrostante vicoletto del Buongusto (entrata secondaria). Fra i suoi clienti c’erano tipi molto originali, mai però come quel nobile che entrava nel locale in sella al suo cavallo e senza degnarsi di scendere un momento, si poneva davanti al banco, ordinava da bere e se ne usciva tranquillo per continuare la sua cavalcata.

 

Il signor Pfanner, o meglio Herr Pfanner, era un austriaco che venne a Lucca agli inizi del Novecento per aprirvi una birreria, nel senso che la bionda bevanda, oltre a servirla alla gente, la fabbricava in proprio. A tale scopo comprò il palazzo Controni vicino al Liceo Classico con relativo bellissimo giardino.

Il locale, una novità assoluta per i lucchesi, si affermò prestissimo, e il signor Pfanner faceva affari d’oro. Nella bella stagione i tavoli erano sistemati nel giardino, all’ombra degli alberi e la gente faceva a gara per sedersi ai posti migliori e sorbirsi la fresca bibita che «fa campare cent’anni».

Anche il bambino Arrighi vi andava, condotto dai nonni o dai genitori, naturalmente non bevendo birra, ma gustandosi un gelato o qualche cioccolatino.

Non c’era dubbio che il Pfanner fosse austriaco, ma lui amava far credere alla gente d’essere svizzero, e infatti l’opinione generale dei lucchesi era questa. Tale «impostura» del signor Pfanner non era un capriccio ma una necessità, un calcolo commerciale suggerito da ragioni legate  all’irreden­ti­smo del Trentino: infatti gli austriaci non erano ben visti in Italia, mentre gli svizzeri, gente neutrale che non s’immischia nelle faccende degli altri popoli, riscuotevano maggior simpatia. Insomma, a essere austriaci c’era il caso che la birreria fallisse, dunque meglio la Svizzera!

 

La guardia di città Battista girava per le strade facendo contravvenzioni a destra e a manca, inflessibile pubblico ufficiale. Anche di fronte alle lamentele e alle suppliche più accorate delle «vittime», che dovevano sborsare un bella sommetta, continuava a fare il duro... finché tossicchiando e lisciandosi i baffi tirava fuori una frase sibillina:

«Io bevo vino... »

A questo punto il reo, dopo un attimo di perplessità, se non era proprio cretino mangiava la foglia e lo invitava in un bar...

Andava a finire che la sera, quando la guarda Battista traballando sbandava da una cantone all’altro della via, qualche amico che aveva a cuore la sua salute si avvicinava e battendogli una mano sulle spalle gli diceva: 

«Se continui così finirai male amico. Tu in capo al giorno fai troppe contravvenzioni!»

 

1913. Il maggiore dell’aeronautica Raffaelli, un garfagnino (i Raffaelli erano una nobile famiglia della Garfagnana), parte dall’aeroporto di Firenze e per stupire i suoi conterranei decide di venire ad atterrare al «Campaccio» di Lucca (zona dell’attuale ospedale di Campo di Marte). Allora il Campaccio era un terreno deserto e incolto, attraversato dal fosso del molino San Iacopo, adesso coperto. A quel tempo si trattava di un uno spettacolo eccezionale, del quale un giorno poter dire ai nipoti: «C’ero anch’io!»

Una fiumana di gente viene ad assistere all’atterraggio, la curiosità è tanta perché, specialmente per Lucca, si tratta dei primi aerei (a proposito debbo dire che l’Italia ha il triste record di aver usato per prima gli aeroplani in operazioni belliche, precisamente nella guerra di Libia del 1911/’12).

L’attesa della gran folla è spasmodica, tutti hanno gli occhi fissati lassù al cielo, quando finalmente la sagoma dell’aereo appare all’orizzonte lontano, si avvicina, ondeggia, ce la fa ad atterrare ... ma non riesce a fermarsi in tempo prima del fosso e sta per finirvi dentro.

Se questo accadesse forse non succederebbe nulla di tragico ma di comico senza dubbio, e l’avvenimento tanto decantato finirebbe col piombare nel ridicolo.

Quand’ecco là un baldo soldato che sgomita facendosi largo fra la gente, con un balzo felino si piazza davanti al velivolo e afferrandolo per un ala lo fa deviare sul prato.

 

 

Come si parlava a Lucca intorno al 1840?

In un vecchio libro, stampato appunto in quel periodo (del quale potete vedere qui sotto il frontespizio) ho trovato un «dialogo» fra un Padrone e un Servitore, dove si parla un dialetto diciamo così alquanto polito.

E di seguito, due brani estratti da due Almanacchi lucchesi allora molto in voga nel contado, e cioè «Brogio lo Sventra» e «Il Goga», rispettivamente degli anni 1835 e 1840, nei quali invece si ha l’esempio di un vernacolo esasperato al massimo, parlato dalla gente di campagna.

Corografia

DIALOGO FRA UN PADRONE E UN SERVITORE

Padr. — Ebbene Tista, hai fatto tutto quello che t’ho detto?

Serv.Gni posso dì Sig. Padrone che ho fatto meglio ch’ho potuto. Istamani alle sei e un qualto ero già fuora di casa, alle sette e meszo ero a mesza via, e alle otto e tre qualti ero alle porte, ma doppo ha incomincio a piove tanto.

Padr. — Che sei stato secondo il solito a gingillarti (o a lillorarti) in una osteria per aspettar che restasse! E perché non hai preso il paracqua?

Serv. — Per un’avé quell’ompiccio, e gliarsera quando itti a letto non pioveva più goccia, o se pioveva, pioveva pianì pianì. Istamani quando ho sarto il letto era ber tempo, e solamente ha comincio a annuvolassi a levata di sole. Un più taldi si è levato una burasca di vento, che in cambio di spassare ha fatto una grandinata, ch’ha duro mezz’ora, e doppo acqua a brocche.

Padr. — Così vuoi farmi capire che non hai fatto quasi niente di tutto quello che ti avevo ordinato, un è vero?

Serv.Gniornò; senta un il giro ch’ho fatto in du’ore.

Padr. — Sentiamo le tue bravure.

Serv. — Quando pioveva mi son misso in bottega del salto, e ho visto mi occhi il soprabbito racconciato, col collino e frode nuove: la giubba e i carsoni tiranti erin foniti, e tagliava ir panciotto.

Padr. — Benissimo; ma perché non siei istato dal Cappellaro, e dal Calsolaro che era lì accanto?

Serv. Ci son ito. Ir cappellaro conciava ir su cappello vecchio, e a quer nuovo mancava di ollallo; il calzolaro aveva fonito gli stivali, gli scalponi per la caccia e gli scalpini da ballo.

Padr. — Ma a casa di mi padre ci siei andato, che era quel che più mi premeva?

Serv. Subbito ch’ha smisso di piove, ma un c’ho trovo ne ne , né ir sio, perché glierlatro andorno in campagna, e ci son rimasti anco a albergà.

Padr. — Il mio fratello però, o la sua moglie almeno saranno stati in casa?

Serv. Gniornò; avevin fatto una gita invelso Monsanquilici, e ci avevin menato tutti i bambori.

Padr. — Ma la servitù era tutta fuori?

Serv. Il cuoo era ito in campagna cor padron; la cambariera e duselvitori erin iti colla cugnata, e il cucchieri ch’avea uto ordine di attaccà i cavalli pemuovelli, era ito colla carossa su per la via di Lunata.

Padr. — Dunque in casa non c’era nessuno?

Serv. Un c’era propio che lo staglieri, e gni ho date tutte le lettere perché le portalse induve andavino.

Padr. — Meno male, e la spesa per domani?

Serv. L’ho fatta: per minestra ho preso der pastume, e intanto ho compro del cacio e del butiro. Per accrescere il lesso di vitella ho preso un pelso di castrato, e ir fritto lo farò di celvello, di fegato e di calcioffi. Per pietanza ho compro della carne da comodassi cauli, e perché un c’erinstolnistalne, né occeggie, la remedierò con una tocchina cotta in nel forno.

Padr. — E del pesce non ne hai comprato?

Serv. — Anzi morto, perché gostava poghissimo. Ho preso delle sogliore, delle triglie, una rasza, un nasello, e delle loguste.

Padr. — Benissimo: ma il perrucchiere l’hai visto?

Serv.Gnorsì l’ho visto, e c’ho parlato perché ha la bottega lì accanto a quella del Droghieri, che c’ho compro der succaro, der pepe, delle bullette di garofoni, della cannella, e della cioccolata.

Padr. — Che nuove ti ha dato?

Serv. Mi ha itto che la ommedia ha fatto furore, ma che il ballo l’han fischià; che quel Signor suo amio l’altra sera ha pelso ar gioco tutte le scommisse, e che ora aspettava d’andassene con la diligenza a Fiorenza. Mi ha itto anco che la Sig. Lucietta ha dato ir baro ar damo e ch’ha giurato d’un volello più vedé.

Padr. — Gelosie... questa sì che mi fa ridere; ma pensiamo ora a noi.

Serv. — Se si contenta mangio una boccata, e beo un bicchier di vino, e torno subbito a comandi.

Padr.; ho frettra e devo andar fuori: senti prima gli ordini, eppoi magerai e ti riposerai quanto vuoi.

Serv.Gnorsì.

Padr. — Apparecchia per il pranzo nel salotto buono. Piglia la tovaglia e i salvietti più fini; mette fuori il servito di porcellana, e bada che non ci manchi né scudellecabarette, né nulla. Prepara la dispensa co’ frutti, coll’uva, colle noci, le mandorle, i dolci e le bottiglie.

Serv. — E che posate c’ho a mette?

Padr. — I cucchiai di argento, le forchette e coltelli col manico d’avorio: bada bene che le bocce, i bicchieri e bicchierini sian quelli arrotati. Torno torno alla tavola mettici le sedie bone.

Serv.Gnorsì, sarà servito.

Padr. — Ricordati che stasera vien la Nonna. Già lo sai come è pisigna quella vecchia! Prepara la cammera buona; riempire il saccone e rifare le matrazze; rifà il letto con la biancheria più fina, e metteci la zenzaliera. Mette l’acqua nella brocca, e sulla catinella un tovagliolo ordinario e uno fino. le cose a modo, e avrai la mancia.

Serv. — Per esse mi ha ordinato tante ose, ma farò l’ompossbile.

 

***

I due brani tratti dagli Almanacchi sono preceduti da queste

AVVERTENZE SUL VERNACOLO LUCCHESE

Da alcuni anni pubblicansi in Lucca certi Almanacchi, intitolati il Goga, il Meremeo, Brogio lo Sventra con erratissimo scopo destinati ad uso del popolo. Anziché valersi di quel mezzo per diffondere tra le classi meno istruite utili cognizioni, sull’esempio laudevolissimo dell’altro Lucchese Lunario Il fa per tutti, piacque agli autori dei precitati Almanacchi in quei loro meschini e insipidi libricciuoli un certo tal linguaggio, che i mariuoli delle strade cambiano con altri plebei d’infima lega, e consistente in un accozzo quasi convenzionale di vilissime voci. Di quel fraseggiamento strano e bizzarro addurremo qui alcuni esempi; perché se alcuno di quei pessimi almanacchi anderà in mano di colti italiani, questi non suppongano di trovare in essi il linguaggio popolare dei Lucchesi, e meravigliarsi a torto della differenza che passa tra il vernacolo usato con tutta accuratezza nel nostro Dialogo, e i seguenti bisticci dei Goga e dei Meremeo.

 

BROGIO DE’ TOCCAFONDI ALLE SIGNORE LEGGIARUOLE

Buon dì, er buon anno Ragasse. Arallegrativi sposzette, e fanciulle catrettaglie (1), e anche voartre che un sete né fanciulle, né sposze, e che... ma ora lascian istà i môlti a taula. Arallegrativi donca, che se nimmo perunfino a qui un ha penso a chienivvi (2) un po un bricin diveltite con favvi una dediha d’un Armenacco, ci ha penso Brogio de Toccafondi, ci ha penso. Dice er provelbio: Un restó mai calnaccia in beccarìa, che nun venisse un can a poltalla via.

Ma pelcheije un siate stuprefatte a vedemmi Strogolo, vi faró apace dell’affare come glie è.

Mi e mi , che si volevin beno, un facevin artro e che un velso, e anche er mi siprete (3), a dimmi che avessi giudisio, pelchei e er mondo gira; girin i pianetti, girin gli omini, i celvelli, e l’uzzanse, e catto dicevin ben! Dice anche el provelbio: Doppo tant’anni e tanti mesi, l’acqua tolna a paeszi. In somma la Strogolarìa; a volella vedé funo i primi a tiralla fuora i peorari di Gitto (4); ma po per esse tanto buoni si lascion mette la avessa da ciottadini, che a suon da abole si rivestittin delle loro iragion, sensa nemmanco pagalli ir gaudemio (5).

Donca bigna sapé che i ciottadini s’abbuzzon tanto di uesta scensia, ne fettin tante, e di tanti olori, che pijon per un fin buono con esso ir diaule (sarvo ci sia) e doventòn stregoni, doventòno.

Ma ir mondo, (e decchici alla ragion der siprete) ir mondo gira; fettin tanti imbrogli e bilbonate, che gli antìi padroni gli han mando la alucità (6), e ora tolnino ar pozzezzo i contadini.

Elgo, un si potrà, mi giudio scandoliszà nimmo, se io ho lascio il saltoglio, e ’l colbello e la vanga; e se mi son butto alla Strogolarìa; popoe un ho fattartro che racquistà quer che ci aveo prelassion, e che mi s’appelvieniva di gliure (7).

(BROGIO DE’ TOCCAFONDI DETTO LO SVENTRA, ANTAGONISTA DI MEREMEO – Almanacco per le Signore suburbane per l’anno 1835.)

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(1) — ragazze dei Borghi, volgarmente detti Catri.

(2) — a tenervi.

(3) — zio prete.

(4) — d’Egitto.

(5) — onorario dovuto per il sopralluogo che si faceva in occasione del rinnovo del contratto enfiteutico.

(6) — caducità, invalidità di testamenti, legati, ecc.

(7) — m’apparteneva de iure, di diritto.

 

PRENOSTIO DELL’ANNO MILLE OTTOCENTO UARANTA

Oimmeglia!... uesta vorta ho sfadigato uanto un cane, perché m’è sulcesso una disgrasia rediola. Addivinate un po (addivinate); uand’ebbi fatto il Lunario segondo ir solito, lo mesurai ( come si suol fare) e veddi che m’era riiscito corto e un m’araccapessavo che diantin fussi stato; e lì dalli, mesura che ti mesuro, mesurai tutto il mondo. – Volsi provare perunfino anco nella stusia (1) che aveva trovato Meremeo uando faceva i lunari: presi un botticino di uelli delle lacciue (2), che me l’ero fatto dare anni sono da un caciagliolo per fa cicceossi (3); ci levai i cerchi e con quelli feci anch’io uel coso tondo che pare un trabìccolo, e che noaltri Strolai lo chiamamo ir Grobo, per tenello liccosì in sulla taula, come tenghino i libbri su per i taulini taliduni. – Presi l’arcipendolo, il braccetto le tanaglie e lì tira, ma un c’era velso che arivassi. – L’anno irimaneva più longo del lunario e un mi potevo pelsuadere di uest’affare; un mi c’andava. – Di già semmai un equivoho si può pià tutti; l’erore un pagamento; tanto più ch’è la prima vorta che mi c’imbatto. – Pensa e ripensa mi vense a mente che il Sig. Meremeo mi diceva che gni tanto capita un anno più longo che lo chiamin Bisestiale, perché bisesta a motivo di febbraglio che gni tanti anni cresce d’un giorno, per via che gn’anno il sole è a peso di calbone e coll’avanzi si mette assieme un giolno di più. – Allora irifrettendo a questa osa, dedi un’altra sborniata col Vapore e veddi ch’era propio il Sig. Febbraglio che mi spostava gni osa; e dissi addirittura, un occor artro, ci siamo; il quaranta è Bisestiale. Dedi un giolno di giunta a febbraglio, e feci bisestiale anco il lunario e sta ben perappunto.

C’enno di uelli che voglin propiare che il bisesto dà cattivo gurio per il frusso de’ pianetti eccetora: ma un date retta alle stregarie, ch’en tutte suprescrissione; istate pure al vostro posto; perché io ho già mangiato ir tempo, e dal finestrin der cesso ho sborniato in un batter d’occhio la tera e ir Celo, e ho visto tutto uel che pol’esse. – Però e vi dio in sulla mi parola, che le ose indarono sempre per i su piedi segondo il su solito. A me un c’è da dammi addintendere lucciore per lanterne; me un m’incabolano!... Sono un certo fero, che un ve lo vorei dì s’un fussi vero!... Per inquantosa ricolti (4) è guasi unutile che vi stia a dir nulla; tanto o pogo o purassai che ce ne sia è lo stesso, perché voglin vendere gni osa uanto gni pare. Nunistante, per aggravio di oscensa, vi dirroe che il grano sarà bello e buono, e ce ne sarà purassai incrusibilmente (5) per chi un ha in duve mettelo, perché ce n’han sempre di vecchio, e nun pogo; ma un v’arallegrate , perché i granaglioli e i fornari voglin sempre a modo loro. – Buon prò gni facci come la polenta a gatti (salvando). Il vino poi un lo saprebbi recidere; ma mi pare che ce n’abbi a esse tantetto anco di uello, s’un sulcede disgrasie. A sentire i ontadini uand’è un certo tempo, l’uva è bella e tanta; ma poi tutt’in d’un tratto isparisce, e ign’anno diceno che del vino ce n’è stato manco dell’anno avanti, e poi ce lo rinvecchiano, e bisognando bigna che alla fine lo vendino allo stillo (6) dell’acquevitie. Uando poi è in delle mane delle Antine, buon per chi ci casca. – Mi sa male che ci casco anch’io!...

Anco in dell’oglio un s’arebb’a stà tanto malaccio; salvando sempre uel che si deve salvare. Gli ulivi imprometten bene; e per tutto i resto da un po più a un po meno un mancherà nulla di tutto uel che ci bisogna.

(GOGA SULCESSORE DEL FAMOSO STROLAO E MATTEMATHIO MEREMEO DI LUCCA – Armanacco a vapore per l’Anno Bisestiale 1840.)

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(1) — astuzia.

(2) — acciughe

(3) — cioè «ciccia e ossi» come dire: di tutto. Era un’usanza carnevalesca oggi del tutto scomparsa. Consisteva nell’andare in giro in gruppo per la città, il giovedì grasso, mascherati ma a viso scoperto, con tamburi e altri oggetti per far chiasso, fermandosi ad ogni porta a ricevere di tutto, tozzi di pane, avanzi di cucina, soldi, cenci, che venivano messi in sacchi, sporte e altri recipienti come appunto anche la botticina delle lacciue. Questo modo folcloristico e collettivo di elemosinare era detto appunto: fare cicceossi.

(4) — Per quanto riguarda i raccolti.

(5) — anche; cioè inclusi quei contadini che non hanno dove metterlo.

(6) — distillazione.

 

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