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come eravamo... alcuni
squarci sul tempo che fu |
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PIAZZA SAN MICHELE Piazza San Michele, situata nello stesso luogo del
forum romano, fu sempre il centro della vita pubblica di Lucca, vi prosperarono
banchi di cambisti e di mercanti di seta, vi conveniva il popolo per
assistere alle esecuzioni capitali, come a uno spettacolo. Qui si coglie
ancor oggi, meglio che altrove, l’attività e il colore locale. Non molto grande, quadrata, con il lastrico in
pietra serena, che un tempo era in mattoni rossi disposti a lisca di pesce,
quasi la riempie di sé con la sua mole vasta e insieme snella ed elegante, la
romanica chiesa di San Michele in Foro, costruita in pietra bianca dei monti
Pisani, sulla quale s’è formata nei secoli una patina come d’oro vecchio che
ne attenua il fulgore quando vi splende il sole. L’alta facciata, ricca di
colonnine multiformi e policrome, reca alla sommità una grande statua di San
Michele Arcangelo, dalle ali sfavillanti di metalliche penne, che in origine
dovevano essere tutte ricoperte d’oro zecchino. Al di là delle quattro strade che le scorrono ai
lati, sorgono alcune belle case del Duecento e del Trecento, edificate in
mattoni rossi e dalle gustose polifore nelle quali risaltano
ancora colonnine originali in marmo bianco; e il cinquecentesco palazzo
Pretorio, con l’ampia loggia dei Civitali, dove sul
muro di fondo, alla base di un grande affresco molto sciupato dal tempo, si
legge la frase: «Libertatis
Opes Opibus Defendite Vestris — Luce Ut Sit
Lucida Luca Magis», che ben sintetizza lo spirito e la storia della città. Non toccata dal traffico moderno, che si svolge
convulso all’intorno ma rispetta integralmente la piazza, questa, a chi vi
sbuca improvvisamente, appare come per incanto sgombra e pulita, oasi pigra e
tranquilla nel cuore della città. Ciò è dovuto al fatto che il livello della
piazza è sopraelevato di due gradini rispetto al piano stradale, e inoltre è
cinta tutt’intorno da robuste catene di ferro forgiate a mano, appese a colonnine
perimetrali di marmo corte e tozze, sormontate da grosse palle come teste
posate sui corpi, che suggeriscono l’idea di bambinoni in fasce, da cui il
nomignolo di «bàmbori», bambini, dato loro dal
popolo lucchese (e si dice dei fannulloni: «stan
tutto ’l giorno appoggiati a’ bbàmbori»). Qualche volta le catene fanno incespicare la gente
disattenta o spaventata, specie quando si trova in folla sulla piazza. A tal
proposito Cesare Sardi racconta questo vivace episodio avvenuto nel 1811,
dopo un’esecuzione capitale: «Era già tutto terminato e la pubblica forza che
circondava il patibolo si era ritirata, quando ad alcuni ragazzi venne in
mente di penetrare sotto il palco fino alla cassa dentro la quale il corpo
del paziente era precipitato. Quel corpo senza testa, miserabile mostro, come
avviene nel giustiziati, dette qualche sussulto per la contrazione dei
muscoli e i monelli spaventati uscirono fuori dal palco gridando: è vivo, è
vivo. Quel grido produsse il panico nella moltitudine incosciente che pervasa
da un orrore indefinito si dette a fuggire vuotando la piazza, diversi dei
primi caddero inciampando nelle catene che la circondano, e la moltitudine
che li seguiva si rovesciò sopra di essi ammonticchiandosi sul luogo stesso i
corpi dei fuggenti...» A me, forse a torto, fa un po’ ridere
quell’appellativo di «paziente» dato al morto, perché ormai, se era già
bell’e crepato, non ci aveva più niente né da patire né da sopportare... Il tetto e le sporgenze della chiesa e del
campanile, sono popolate da innumerevoli piccioni torraioli, pronti a
scendere in piazza appena qualcuno sbricioli per terra un po’ di pane o vi
sparga una manciata di grano. Vi sono buone persone ogni giorno puntuali
all’appuntamento con questi volatili, che recano loro gli avanzi dei cibi:
essi le riconoscono di lassù e vedendole arrivare con i cartocci in mano si
calano in rapide picchiate improvvisamente planando a pochi metri di distanza
e andandogli incontro sbattendo le ali e tubando festosi. Queste persone lo fanno
con l’animo di compiere un’opera buona, un dovere quotidiano, ritraendone
intima soddisfazione, come la mamma che osserva mangiare contenta i propri
bambini. Altri lo fanno soggiacendo ad una patetica, innocente mania, nata
forse da sentimenti frustrati, da delusione della vita o della gente. Altri
ancora semplicemente per divertirsi, per provare l’emozione di chi assiste a
qualcosa d’insolito, pronti a dimenticare appena si sono annoiati. Cosi i genitori vi portano i bambini come alla
giostra o alle marionette, spettacoli che anche se non più nuovi si rivedono
sempre volentieri. I piccoli guardano con candido stupore il fitto grumo di
piccioni che si forma intorno al mangime, li disturbano agitando le manine e
camminandovi in mezzo. I colombi non si spaventano granché, compiono piccoli
voli e salterellano grugando, finché all’improvviso
tutto il branco spicca il volo e s’innalza fin sopra la chiesa, volteggia un
po’, e pian piano abbassandosi di nuovo prende terra in un altro punto della
piazza oppure ritorna a sistemarsi lassù sui posatoi. I bimbi,
trotterellando, protendono verso di loro i braccini agitandoli a mo’ di
piccole ali, come a volerli seguire. Specialmente nelle belle giornate invernali i
vecchi, avvolti nei cappotti scuri, si godono il sole appoggiati al fianco
della chiesa o seduti sugli scalini, nere figure contro le pietre bianche, fumacchiando il «toscano» o la pipa, leggendo il
giornale, chiacchierando dei loro affarucci e della
magra pensione. E si può dire che il lucchese muove su questa piazza i primi
passi incerti, e vi strascica gli ultimi anch’essi malfermi per opposta
ragione, godendovi l’estremo solicello della vita, prima di sparire nella
tomba. Nella bella stagione vi portano vivaci note di
colore i turisti stranieri che spiccano per le strane fogge degli abiti, gli
aggeggi ottici che recano al collo, i libri tenuti aperti in mano e i nasi
rivolti all’insù. Con l’occhio appiccicato al mirino della macchina
fotografica, gesticolando col braccio libero, si chiamano di qua e di là
scambiandosi consigli e impressioni nelle loro barbare favelle. Il mercoledì e il sabato, che a Lucca sono giorni
di mercato, la piazza si trasforma in borsa merci all’aperto, e vi si
riversa, specie dal contado, una folla di commercianti, sensali, allevatori,
coltivatori a contrattare svariati prodotti: l’olio di Camaiore o del Compitese, il vino di Montecarlo o della Maolina, il cacio garfagnino
che è tra i più famosi. Un tempo neanche troppo lontano queste cose e i
sacchi dei cereali, facevano bella mostra di sé sul selciato della piazza e
gli scambi avvenivano all’istante. Oggi ci si limita a combinare gli affari
sulla parola o sui campioni delle merci, ma anche se queste non vengono più
sciorinate al sole, offre lo stesso uno spettacolo singolare e pittoresco
questa folla vestita fra il povero e il signore, col suo agitarsi,
smanacciare e vociare, le plateali strette di mano equivalenti alla firma di
un contratto, le finte fughe per far calare il prezzo, gli inviti a brindare
nel bar Casali per suggellare il negozio finalmente concluso. Il bar Casali è il più signorile, e chi ne ha
soggezione preferisce la bottega di Tista,
anch’essa coi battenti aperti sulla piazza. È questo un locale un po’ strano
e originale, dove si vende da bere alla gente insieme alle matassine dei filati, alla canapa e al cotone, ai
gomitoli di spago, alle cordicelle, ai batuffoli di stoppa. E fra le
specialità che vi si possono gustare, occupa il primo posto la cosiddetta «biadina», un bicchiere a base di vermut e vini aromatici con
dentro una manciata di pinoli. In tempo d’elezioni viene innalzato nella piazza
un palco di legno sul quale si succedono gli esponenti dei vari partiti per
tenere i comizi. La voce degli oratori ingigantita dagli altoparlanti
spaventa i piccioni che dapprima volteggiano inquieti e agitati sopra le
teste degli astanti e si sparpagliano poi, sbandati, sui tetti della città,
in attesa che tutto quel frastuono, di cui probabilmente non riescono a
captare il significato, finisca. Si sono abituati al suono anch’esso
fragoroso delle campane del campanile, che ascoltano tranquilli, ma non
ancora a quello degli altoparlanti con dentro la voce di quegli «animali»
politici. Francesco Burlamacchi,
alto e ritto sul piedistallo in mezzo alla piazza con la testa e tutto (visto
che lo scultore, a dispetto del carnefice che la staccò dal collo, gliel’ha
rimessa al suo posto), dall’atteggiamento concentrato e pensoso, sembrerebbe
prestare orecchio al dire degli oratori, non riuscendo però, nonostante lo
sforzo evidente, ad afferrare i loro contorti ragionamenti. I preti della chiesa si affacciano un momentino
sulla porta, richiamati dallo strepito e non avendo resistito alla curiosità;
e si trattengono in attesa di capire, dal senso del discorso del comiziante o
dall’atteggiamento della platea, se sia più saggio continuare a tenere il
naso in quel punto, ritirarsi in buon ordine in sacrestia, o non sia male
invece farsi avanti del tutto e mettersi in bella mostra, per far vedere a
qualche probabile vincitore delle elezioni che ci sono anche loro ad ascoltarlo. Per certi parlatori è motivo di disagio e
soggezione la presenza invadente e cosi immediata della basilica, simbolo di
una spiritualità che dà fastidio, mentre altri se ne compiacciono come d’un
insperato appoggio e protezione, d’una concreta testimonianza di ciò che
stanno affermando, quasi che quelle pietre non fossero materia inerte ma
parlassero un linguaggio di parte: sensazioni queste provate più che altro da
gente forestiera. I lucchesi, oratori e ascoltatori, di qualunque colore
siano, non danno a vedere di notare la chiesa, un’entità che passa quasi
inosservata, tanto ormai ci sono abituati e tutti l’hanno familiare e cara. E
poi è gente tranquilla e piuttosto apatica, più presa dal privato e
dall’interesse che dalla politica e che difficilmente si azzuffa a causa di
essa, e al massimo si lascia andare a qualche piccolo innocuo schiamazzo. Ma le sue grandi giornate, di colore, di festa e
di chiasso, di allegra confusione e di mercatura, piazza San Michele le vive
ogni anno nel mese di settembre per le fiere della Santa Croce. A cominciare
dal giorno 13 e fino al 30, la piazza viene invasa da una gran quantità di banchetti
che si dispongono in file lungo tutta la superficie, pieni zeppi di merce di
ogni genere, dalle scodelle ai reggiseni, dalle
coperte ai cavatappi, dai libri alle profumate ciambelle che friggono sotto
gli occhi della gente in grosse padelle piene d’olio, e che qui chiamano
«frati». Gli imbonitori più vari e strani, nel loro trito
linguaggio che però riesce sempre a convincere qualcuno, offrono per pochi
soldi lo sbucciapatate automatico ultimo prodotto dell’industria tedesca, i
piatti che anche a buttarli apposta per terra non si rompono e anzi
rimbalzano come palle (e lo dimostrano), la radice africana, o panacea, che
guarisce quasi per incanto tutti i malanni del mondo. La folla si pigia ad
ascoltarli, circola a stento fra i banchetti variopinti, osserva, tocca e
compra senza posa: vi predomina la gente di campagna, e si notano specialmente
certi montanari che attendono tutto l’anno l’occasione della fiera per
scendere al piano e passare un giorno intero in città e, sommo piacere,
consumare un luculliano pranzo annaffiato di buon vino in trattoria: sono
coloro che i ciarlatani e i borsaioli prendono di mira maggiormente, e non di
rado la sera se ne tornano a casa bracchi bracchi,
senza più quattrini e con un pugno di mosche; talora sorbendosi, per soprammercato,
i rimbrotti della moglie e magari i di lei scapaccioni. La voce della piazza sono le campane che
rintoccano in cima al campanile, e ne è l’occhio il grande orologio
incastrato nella facciata del palazzo Pretorio, che i passanti sono avvezzi a
guardare anche se al polso hanno un cronometro di marca, per abitudine e
simpatia, siccome l’osservavano quand’erano ragazzi, e quando non avevano
soldi per comprarsene uno per conto proprio, ed è rimasto come un vecchio amico. Nella grande loggia sotto il palazzo, spicca di
nero bronzo il monumento a Matteo Civitali, che
assiso sullo scranno, impugnando gli arnesi della sua arte scultorea, fissa
il dirimpettaio San Michele con cipiglio d’intenditore. E dicerto,
al riparo dalla pioggia e dai raggi del sole com’è, e comodamente seduto in
poltrona, desterà l’invidia dell’altro dirimpettaio Burlamacchi
che invece, oltre a doversene stare in piedi giorno e notte, si trova anche
esposto a tutte le intemperie che il Padreterno gli manda addosso, senza
contare i piccioni che gli si posano irriverentemente sul capo e qualche
volta lo gratificano di una «brillantina» non precisamente profumata. Una
testa, bisogna dire, irrimediabilmente disgraziata la sua, in vita mozzata
dal boia e adesso insultata dai piccioni. Sotto questi archi ospitali si rifugiano i
passanti durante gli acquazzoni improvvisi, e i ragazzi vi trascorrono il
tempo scarabocchiando la base del monumento. I pittori locali vi espongono i
quadri nell’attesa quasi sempre vana di qualche acquirente. Vi suonano le
bande musicali, che molte teste grigie ascoltano con nostalgica compunzione,
mentre qualche nipotino insofferente gli sferra calci per andar via, e certi
giovanotti di passaggio si fermano un momento solo per ironizzare mentre
accennano frenetici motivi di jazz o altri scatenati ritmi americani. Questa è un’idea di piazza San Michele, dove i
lucchesi giocano bambini, governano i piccioni col granturco, ascoltano la
musica e i comizi dei politici e dei ciarlatani (oh, pardon,
l’accostamento è del tutto casuale); trattano con vocazione gli affari,
assaporano con gusto i «frati» e il «buccellato» (già, dimenticavo questo
tipico dolce lucchese con gli anici e l’uvetta, a forma di grossa ciambella,
che vende l’antica bottega dei Taddeucci aperta
sulla piazza); comprano i piatti e le coperte per l’inverno, non comprano i
quadri dei loro pittori a conferma del detto che «nessuno è profeta in
patria»; guardano lassù, a quel vecchio quadrante, se è vicina l’ora del
desinare o della cena, vanno alla messa per abitudine e qualche signora, che
male c’è? ne approfitta per mostrar l’abito nuovo e la fresca pettinatura
alla moda; s’appoggiano ai «bàmbori» a
chiacchierare e a guardar le ragazze sfilare in passeggiata, si godono
l’ultimo solicello del giorno, o della vita, leggendo il giornale («tutte
bugie! »), o fumando la pipa. E la notte, abbandonata dai piccioni che ormai
dormono anche loro nei buchi della basilica, la piazza viene popolata da
altri personaggi un po’ lestofanti e un po’ sornioni: i gatti randagi e i
cani senza padrone o insofferenti alla catena, attratti dall’odore lasciato
sulle pietre dall’unto di qualche avanzo di maccheroni. Magri e con la fame
in corpo vanno e vengono da un punto all’altro ma non trovano nulla: i
piccioni satolli e addormentati lassù in piccionaia vi hanno lasciato
soltanto l’odore. Giacomo
Paolini (1962) (articolo
vincitore del premio «Italia Bella» di
Napoli) |

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Piazza San Michele, allorché vi si
svolgeva il mercato delle granaglie. Il chiosco sull’angolo
in primo piano era l’edicola di giornali del Brancoli. Una delle due tende da
sole bianche che si notano sullo sfondo, era quella della bottega di Tista. |

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Piazza
dell’Anfiteatro com’era negli anni Cinquanta del Novecento, quando vi si teneva
ancora il mercato della frutta e delle verdure. |

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Fino a tutti gli anni
Novanta del ‘900 per le popolane di piazza Anfiteatro era consuetudine
riunirsi nei pomeriggi dei giorni festivi all’aperto, attorno ai banchetti
che negli altri giorni servivano per la vendita della frutta e della verdura,
per disputare appassionanti partite al gioco della Tombola. |

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La
mitica pasticceria Federico Salza in via Fillungo, com’era nel !925. |

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Resti di un antico lavatoio in uso fino
agli anni Settanta del ‘900, dove le massaie di Lucca fin da tempi remoti si
recavano a lavare i loro panni. Attorno alla città ve n’erano quattro,
ciascuno nei pressi di una porta. Oltre a questo, ne sono rimasti altri due,
rispettivamente fuori porta S.Donato e porta Elisa. |

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Osteria
nei pressi di San Frediano, da una stampa dell’Ottocento. |

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Il
vetturino Quartuccio, figura popolare della Lucca del Novecento, assorto
nella lettura del giornale in attesa dei clienti, il cavallo con la coperta a
proteggerlo dal freddo in inverno e dal solleone in estate e l’inseparabile cagnolino
anch’esso intento a leggere il giornale. |
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RISALENDO IL
SERCHIO
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GARFAGNANA Mentre risalgo con la mia «Cinquecento» il corso
del Serchio e mi addentro sempre più nel cuore
antico della Garfagnana, di questa terra arcana e
affascinante, mi sembra di avere smarrito il senso del tempo e dello spazio,
tanto il paesaggio che ho d’intorno mi appare diverso e lontano da quello
lasciato da poco alle mie spalle, nella pur vicina pianura: quasi, a momenti,
qualcosa d’irreale e lunare, povero eppure aristocratico, d’una aristocrazia
montanara e paesana. Ora sorridente, gentile, dolce e morbido, ora tetro,
misterioso, aspro e duro. Dominato dalle vette e dai silenzi, lampeggiato qua
di rialzi assolati, rabbuiato là di fresche profondità cupe d’ombra, con
l’azzurro cielo cosparso di nuvole bianche. E quasi m’aspetto di vedere apparire sulla strada,
sbucati all’improvviso dal bosco, gli oleografici briganti col trombone e il
cappello a cono, di cui parlano le cronache della vallata; e spuntare da
dietro una curva una traballante diligenza, magari quella stessa dell’Ariosto
che ne fu, un tempo, il governatore-poeta. Effetto del sole che battendo da tre ore sulle
lamiere della mia automobile, l’ha trasformata in una specie di forno
ambulante? Può darsi, ma mi sembra anche vero che la Garfagnana
di oggi non sia gran che diversa da quella di una volta. Qualche strada in
più, qualche altra che al posto della polvere o del fango inciso dalle ruote
dei barrocci, presenta il lucido piano d’asfalto segnato dalle brusche
frenate delle automobili nelle curve frequenti e strette; qualche centrale
idroelettrica e laghetto artificiale, poche costruzioni recenti, le antenne
televisive su alcuni tetti. Novità paesaggistiche neanche dappertutto
manifeste che riescono appena a scalfire un volto vecchio di secoli, più
volte devastato dai terremoti qui particolarmente violenti. Con i suoi
torrenti scoscesi, i fiumi dal bianco greto riarso dove serpeggia e lotta col
sole l’acqua superstite; le polle scaturenti un po’ ovunque dai fianchi dei
monti liquidi e generosi di dentro, come sono duri e avari di fuori; le selve
dei castagni (benemerite, che da sempre hanno dato da mangiare alla gente, e
d’estate le hanno fatto ombra e d’inverno l’hanno scaldata), colpite anni
addietro dal terribile cancro che fece strage di piante, di cui ancora si
vedono i tristi segni qua e là: alberi secchi protendenti i loro scheletri
contorti verso il cielo; oppure, dove è arrivata la sega e l’accetta, brulli
spiazzi deserti invasi dalle erbacce e dalle sterpaglie: ma non sono che
macchie, per fortuna, isole brunicce nel verde paesaggio garfagnino,
dove le selve, passata la bufera, hanno ripreso a vivere e a rinverdire,
sebbene decimate. Infatti i castagneti produttivi sono ancora
parecchi, anche se hanno perso, nell’economia locale, il significato e
l’importanza di un tempo. Oggigiorno non c’è quasi più nessuno che mangi le
castagne e la loro farina, se non per voglia come si mangia il dolce e la
frutta di stagione; mentre si può dire fino all’ultima guerra costituivano,
specie d’inverno, l’alimento principale di non poche famiglie di quassù. Le fatiche
e le cure che richiede la loro coltivazione, dalla piantagione alla potatura,
dalla raccolta dei frutti all’essiccatura nei metati,
fino alla battitura, non sono bene accette dai giovani di oggi che le
ritengono mal ricompensate, e preferiscono altri lavori magari meno
indipendenti ma anche meno faticosi ed aleatori, e più redditizi. E i vecchi
rimasti in campo fanno quel che possono, e spesso si limitano a chiedere alle
selve ciò che danno spontaneamente, senza troppe sollecitazioni e cure
proprie dell’arte contadina. La diminuzione dell’economia castagnicola
è andata, del resto, di pari passo col progressivo contrarsi dell’industria
boschiva in genere, determinato dal fatto che sempre minore è stata la
richiesta di legname da costruzione nostrano, in buona parte sostituito da
quello d’importazione; oltreché dalla plastica e dal metallo largamente usati
oggi nell’industria edile e mobiliera. Per non parlare della produzione di
carbone di legna, ormai ridotta praticamente a zero in seguito al dilagare
dei gas liquidi e dell’elettricità. È pressoché sparita, in tal modo, la tipica e
quasi leggendaria figura del carbonaio; e le carbonaie, dove lentamente
cuocevano i rami che sarebbero diventati carbone e lasciavano salire al cielo
lunghe colonne di fumo, non fanno più parte del paesaggio di qui, ormai
nient’altro che romantici ricordi. Come sono quasi scomparsi dalla scena i
pastori dal grande ombrello verde di tela incerata, che numerosi
s’incontravano un tempo coi loro branchi di pecore lungo queste strade, e si
vedevano pascere i greggi lungo i pendii erbosi dei monti, e migrare al piano
ai primi sentori dell’inverno, ispirando poeti e pittori. E fabbricavano la
sera, nelle loro fumose bicocche, un cacio squisito che ancora oggi però si
può trovare da queste parti, anche se si va man mano sostituendo con quello
più sciapito di vacca. Figure che scompaiono e figure che restano, come
quella del cavatore. L’industria marmifera garfagnina,
appendice di quella apuana, è l’unica robusta attività rimasta fra quelle
tipiche della zona, e che anzi ha avuto incremento dal forte sviluppo
dell’edilizia avvenuto dalla fine della guerra a questa parte. Le bianche
cave sono infatti oggi più che mai operose e vitali dopo secoli di
sfruttamento, e continuano a dare con generosità il prezioso marmo di cui già
s’abbellirono le antiche città e dal quale anche Michelangelo trasse le sue
opere immortali. Esse hanno ancora lo stesso aspetto di un tempo, e
sebbene vi si veda qualche macchina moderna, sempre preponderante e insostituibile
è l’opera dell’uomo nell’estrazione e nello scivolamento a valle lungo le
«lizze», del ricercato materiale. Dalle cave molti garfagnini
continuano a trarre, come nel passato i loro avi, il necessario per vivere.
Una folla che da lontano si vede brulicare, come piccole alacri formiche
nere, attorno ai grandi blocchi bianchi che spiccano maestosi e scendono solenni,
avviandosi verso la pianura e verso il mare: vanno a splendere al sole delle
grandi città, a farsi ammirare da folle cosmopolite, essi che per secoli sono
rimasti al buio, oscuri pezzi di natura nelle viscere del monte. Alle attività tradizionali che sono rimaste, a
quelle scomparse o in via d’estinzione non ha fatto riscontro, se non in
minima parte, l’apparizione di nuove industrie capaci di attrarre le giovani
leve di lavoro: non sono sorti né caseifici, né industrie conserviere, né
consistenti attività tessili o cartarie, per cui i giovani, anche per le
nuove esigenze di vita prospettate dal confronto con il resto del mondo, reso
agevole e immediato dai moderni mezzi di comunicazione, hanno intrapreso un
lento e inarrestabile esodo verso la pianura, messo a fuoco specialmente
dall’ultimo censimento. La Garfagnana è una
delle zone più naturalmente suggestive d’Italia, per moltissimi turisti terra
vergine ancora da scoprire. Alla rude bellezza delle montagne s’accompagna la
frescura dei boschi, il verde dei pascoli, la policroma scacchiera dei campi
coltivati e dei vigneti, la ricchezza delle acque limpide e leggere, la
mitezza del clima estivo dovuta alla vivace ventilazione ed ai frequenti
acquazzoni. A questo aggiungiamo il pittoresco aspetto dei
villaggi ricchi di storia, leggenda, poesia, superstizione e folclore, con
i vecchi muri e le strade evocanti
brigantaggio, diligenze, greggi migranti, bufere e veglie attorno alle
castagne che cuocevano nei focolari mentre si narravano storie di linchetti e di streghe. I gentilizi portali di pietra dei palazzetti
signorili sorgenti accanto ai tuguri, i balconi e i davanzali in ferro
battuto dai fabbri locali (nelle loro nere fucine che parevano antri di
Vulcano) fantasticamente decorati da miriadi di fiori che intonano un’accesa
dolce sinfonia di colori, spiccando ora sul rosa stantio, ora sul grigio
patinato d’oro antico, ora sullo sbiadito cilestrino dei muri incipriati dal
sole e lavati dalla pioggia, segnati da vecchie meridiane. Meta ambita, fino a qualche anno fa, di famelici
antiquari che saccheggiavano elegantemente le case dei semplici montanari,
portandosi via per pochi soldi squisiti gustosi pezzi d’arte campagnola. Paradiso dell’alpinista e del pescatore, le sue
montagne sono spesso popolate di «ragni» umani che s’arrampicano verso le
cime sospinti da una passione fra le più nobili e pure. Mentre da molte parti
della Toscana e anche da altre regioni gli appassionati della lenza vengono a
insidiare i pesci dei chiari laghetti, dei corsi d’acqua che serpeggiano tra
grossi macigni tondeggianti e levigati, ricchi di fondali dai riflessi
verdi-cerulei dove la preziosa trota vaga sorniona e il pescatore vi perde
gli occhi goloso di preda. Nei boschi abbondano i funghi delle varietà più
pregiate come il porcino e l’ovolo, e non c’è passatempo più piacevole e
distensivo che cimentarsi nella paziente ricerca dei profumati frutti delle
selve, che quando li scopri all’improvviso lucidi e umidi fra le foglie marce
ti danno un tuffo di gioia al cuore, e ti chini avido e soddisfatto a
raccoglierli con mano attenta e gentile per non sciuparli e adagiarli
delicatamente nel canestro. Alle molte attrattive di cui la natura ha dotato
questa terra, non corrispondono ancora adeguate attrezzature turistiche,
alberghiere, di spettacolo e di sport. E ciò scoraggia l’afflusso di quella
numerosa categoria di turisti che partiti dalle città più o meno inquinate per
venirsi a godere i benefici di un’aria più pura, nel contempo non sanno
rinunciare a certe comodità domestiche e abitudini mondane. Essi perciò limitano la visita a brevi puntate in
automobile dalla vicina Versilia o dalle altrettanto vicine e attrezzatissime
località climatiche e termali dell’Appennino e della Valdinievole,
dove hanno a disposizione locali alla moda, sale da ballo, grandi alberghi,
piscine, funivie di cui qui non c’è traccia. Il trovarsi proprio in mezzo a
queste zone climatiche, balneari, termali, sviluppate al massimo e talora
rese quasi esasperanti dall’eccessiva intensità di vita, accentua per
contrasto il carattere primitivo ed elegiaco della Garfagnana.
Per tale motivo, da Viareggio, dall’Abetone e da Montecatini vengono in molti
a cercarvi un’evasione distensiva e romantica, a godervi i silenzi e le
solitudini, anche se per la breve durata di qualche ora o di un giorno. Ma chi va in villeggiatura esclusivamente per
curarsi il corpo e lo spirito, cercare quella distensione fisica e mentale
compromessa da un anno di vita cittadina, e ritemprarsi i muscoli e l’anima
al contatto discreto di una rustica natura; e magari non aborre l’idea di
tornare a fare il bagno nella vecchia tinozza, e di rinunciare
all’aristocratico cocktail per un più modesto e popolare bicchier di vino,
questi non c’è dubbio che troverà qui il suo ambiente ideale. Di ritormo a casa e
facendo il consuntivo, si accorgerà che con una spesa assai minore che
altrove, avrà in definitiva goduto di più, perché di più si sarà riposato e
rimesso in sesto per affrontare al meglio un altro lungo anno di stressante
vita cittadina.
Giacomo Paolini (1964) (articolo pubblicato su «Il
Telegrafo» del 4 agosto 1964) |

Una veduta della vecchia Garfagnana.
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ALCUNE NOTIZIOLE SPICCIOLE SU LUCCA E I LUCCHESI, ESPOSTE IN MODO DISORDINATO COSÌ COME LE HO RITROVATE
IN UN MIO VECCHIO QUADERNO Di APPUNTI |
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Piazza XX Settembre: qui
anticamente esistevano due chiese poste su piani diversi: sopra si trovava
quella di Sant’Alò, e sotto c’era un portico
con un’immagine sacra dove la gente andava a pregare come in una chiesa vera
e propria, chiamata la chiesa di Santa Maria. Dove un tempo si trovavano delle chiese che ora non ci sono più perché
distrutte, hanno messo a ricordo nel muro più prossimo delle «immaginette». Alcuni esempi: — in piazza XX Settembre (ex chiese ricordate sopra); — presso la ex chiesa di Santa Lucia, dietro il coro di San Michele
dove oggi si trova una pizzeria; — in corte San Lorenzo, vicino a piazza Cittadella (ex chiesa di San Lorenzo in Poggio,
appartenente alla nobile famiglia Poggi). Ex chiesa di Santa Lucia (vedi
sopra): c’è rimasta la scala a chiocciola del campanile, alla quale si può
accedere, inquilini permettendo, da una porticina. La Compagnia della Croce aveva
la propria sede in via Busdraghi, nel
cortile-giardino dove adesso c’è il fotografo Benetti.
Ha tuttora una sua insegna in chiasso Barletti. La torre dei Fondora,
casata alla quale sarebbe appartenuta la Gentucca
dantesca (canto XXIV del Purgatorio) si trovava, e se ne vedono anche oggi i
resti, nei pressi del caffè ex «Pult», adesso
«Loggia dei Mercanti». Alla famiglia Fondora è legato anche
l’oratorio di San Franceschetto, in piazza San
Francesco (fino a poco tempo fa adibito a cinema) da essa costruito nel 1309
come risulta da un’iscrizione sull’architrave. Giovanni da Civitale viene a
Lucca (appunto da Civitale del Friuli) nel 1410. Ha
tre figli: Iacopo, Matteo, Bartolomeo. Matteo e Bartolomeo daranno vita alla prima tipografia lucchese. Matteo
diventerà il famoso scultore. Bartolomeo ha tre figli: Vincenzo, scultore
anche lui; Masseo, scultore in legno; e Giuseppe,
storico (ha scritto le importanti «Historie di
Lucca»). Il nome di Lucca sarebbe stato
dato alla città nel 702 a.C., da Lucio Lucumone, re di Toscana (Etruria), che
avrebbe dato il nome anche a Lucchio (di Bagni di
Lucca). Lo asserisce Giuseppe Civitali, nell’opera
sopra citata. La Tor dell’Ore, in via Fillungo,
apparteneva alla famiglia Diversi, discesa dai Quartigiani.
Era detta anche Torre della Lite, essendo contesa tra più famiglie. Le case dei Guinigi prima
appartenevano ai Benettoni, casato poi estinto. La Torre di Palazzo, così
chiamata perché unita da un cavalcavia al palazzo Pubblico nell’attuale
piazza Grande, apparteneva ai Pinelli. C’erano acquedotti che portavano
l’acqua in città provenienti dal Morianese, poi
disfatti dai Goti durante le invasioni del V° sec
d.C. Alla Quoiaria (attuale Pelleria) si trovava la fortezza dell’Imperiale. Provenendo dal lago di Sesto, fino alle mura della città (lato
dell’attuale San Concordio) scorreva il fosso della Formica, importante via d’acqua che
metteva in comunicazione il territorio lucchese col pisano, assai più
agevolmente di quel che potessero fare le
accidentate vie di terra. La Colonna Mozza, in piazza
Santa Maria Forisportam, era chiamata la Colonna
del Palio, perché attorno vi si svolgeva un palio. La testina in pietra che si può
vedere in via Fillungo sulla facciata del palazzo
medievale attiguo alla torre del Travaglio (di fronte alla chiesa di San
Cristoforo) è il ritratto di Dante? Ne richiama il profilo, e la tradizione
vuole che lo sia. Montecatino (attuale Montecatini Alto) «si dice esser stato fondato
da Cathilina, nobile romano, et
da lui chiamato Cathilino» (G. Civitali). Altopascio,
situato presso la grande foresta della Cerbaia, aveva
un alto campanile sul quale suonava una campana per fare da guida ai
pellegrini che percorrevano la via Romea, i quali altrimenti potevano
perdersi nella notte o nella tempesta. Il Valdarno inferiore (Fucecchio, Santa Croce, Castelfranco, Santa
Maria a Monte, San Miniato al Tedesco): era detto il granaio della città di Lucca. La libbra lucchese corrispondeva
a circa un terzo di chilogrammo (precisamente kg 0,3345). Questa misura era
ancora in uso negli anni trenta del Novecento e la mia nonna Enrichetta la nominava abitualmente. Trallecosce di Poggio, in via Di Poggio, era un chiassetto
a cul di sacco dove molti andavano a orinare. «Vado
un momento a pisciare tra le cosce di Poggio», solevano dire gli uomini
quando si trovavamo nei pressi, ai quali in quel momento «scappava». La Ségola di mezza
quaresima: tradizione scherzosa simile al primo aprile. I
ragazzi preparavano strice di carta colorata (ségole) e nel giorno di metà quaresima le attaccavano
furtivamente dietro alla gente. Il Capraio di via del Gallo, o
corte del Gallo: teneva le capre in corte, o sull’omonima via, e vendeva il
latte munto lì per lì. Insomma, dal produttore al consumatore! Il Cicciaeossi del
giovedì grasso. Altra usanza popolare. Una piccola orchestrina e
cantanti, nel giorno del giovedì grasso andavano mascherati a esibirsi davanti
ai negozi, botteghe ecc., ai quali si dava un compenso in natura (come del
resto usava con le befanate). C’era chi il compenso
lo dava grosso, e chi piccolo, appunto chi ciccia e chi ossi. In piazza del Carmine c’erano
quattro chiese. San Pier Cigoli (o San
Piercigoli), detta anche Santa Maria del Carmine,
annessa al relativo convento. Il suo campanile era una torre dei Lombardi,
ovvero dei Porcarensi di Lucca. L’ingresso del
convento, visibile ancor oggi, era dove si trova il grande portone in legno
nella facciata del mercato. Il convento apparteneva all’ordine dei Carmelitani,
per questo la piazza si chiama tuttora «del Carmine». Di fronte alla chiesa di san Pier Cigoli, dove adesso c’è una pasticceria
era situato il Carminino,
un’altra piccola chiesa. Lungo il fianco del mercato, andando verso la torre Guinigi, sorgeva la
chiesa di San Rocco, edificata per
ringraziare il santo di aver fatto cessare la peste nel 1633. Più avanti, dove oggi si vede una tipografia, si trovava il fianco di
un’altra chiesa, San Gregorio, della
quale si notano alcuni resti. Invece la facciata guardava verso il lato ora
occupato dalla cabina elettrica. Alcuni vegliardi fino a poco tempo fa ricordavano di aver visto tre di
queste quattro chiese. Invece quella dove’è situata
la tipografia fu abbattuta dai napoleonici ai tempi del principato di Elisa Baciocchi. Vicino a quest’ultima, sul davanti, c’era una fontana con diversi
zampilli d’acqua dove fino ai primi anni del Novecento andavano gli acquaioli
ad attingere l’acqua. Gli acquaioli, una specie di facchini dell’acqua, riempivano i loro
barilotti e quindi li caricavano sui barrocci portandoli nelle case dei
lucchesi. Allora non esisteva il sistema di tubature che conduceva l’acqua
direttamente nelle abitazioni, ma solo alcune fontane situate in diversi
punti della città alimentate, tramite l’acquedotto del Nottolini, dalle
sorgenti di Guamo. Chi non voleva spendere, o aveva uomini validi in famiglia, ad
attingere l’acqua vi andava da solo. Gli altri si servivano appunto degli
acquaioli. Essi portavano il prezioso liquido ai diversi piani, naturalmente
dietro adeguato compenso, proteggendosi le spalle con grosse balle
imbottite. I lucchesi tenevano l’acqua in capaci coppi di terracotta, mettendovi
in fondo grossi cotani
(ciottoli di fiume rotondeggianti) perché credevano si conservasse meglio e
non vi nascessero i béi (vermi). Un acquaiolo famoso era il Concioni,
uomo grosso, anarchico, sempre o pressoché sempre ubriaco, perché lui portava
sì l’acqua nelle case, ma personalmente si guardava bene dal berla. Essendo come ho detto un anarchico convinto, un giorno non potette
esimersi dal recarsi a Viareggio con un amico per ascoltare un comizio tenuto
nel locale teatro Politeama dal capo libertario Pietro Gori,
che aveva fama di grande oratore. Dunque andarono e si misero ad ascoltare il discorso del Gori. Sul più bello, quando tutto il pubblico che gremiva
la sala pendeva più che mai dalle sue labbra, il Concioni si rivolse al
compagno di fede sussurrandogli in un orecchio: «Caro amico, io queste cose che dice il Gori
le conosco già e per me son fritte e rifritte, e allora sai che ti dico?» «Che mi dici?» «Che faccio una scappatina a bermi un bicchierotto
perché m’è venuta una gran sete!» E detto fatto piantò in asso tutta la congrega e se ne andò a cercare
un’osteria. In piazza della Magione (o dei
Cavalieri d’Altopascio) c’era, dove ora si trova il
bar Milano, la chiesa di Santa Maria Filicorbi,
abbattuta anche questa al tempo del principato di Elisa Baciocchi
(che in questo campo, sembra ci sapesse proprio fare!). Il casalino... cos’era?
Frugando nei documenti d’archivio il professor Gino Arrighi ha scoperto
trattarsi di una specie di base in muratura di una casa, che arrivava a circa
la metà del pian terreno, poi su su la costruzione
proseguiva con il legno, ma era raro che le case del popolo si innalzassero
per più di due piani. Questi consistevano in un unico stanzone, senza divisione in vani. Le
case che avevano il solaio si chiamavano solariate.
Poi magari succedeva (e a quei tempi molto di frequente) che il tavolame
prendesse fuoco o marcisse o si sbriciolasse
sotto l’azione dei tarli, salvandosi soltanto il casalino. Spesso i
mastri muratori vendevano solo questo, poi, chi lo comprava, il resto in
legno se lo faceva da solo. Le torri erano tutte solariate, e venivano costruite in muratura fino in cima,
ma i solai dei vari piani erano di legno. Infatti in tanti muri delle torri
si possono ancora vedere i buchi per sorreggere le travature. La Repubblica di Lucca, nel
periodo di maggior fulgore e grandezza, era una repubblica che guardava molto
ai costumi della Roma classica, coltivava insomma il culto della romanità.
Infatti era l’unico Stato italiano che aveva sotto il suo stemma, nei documenti
ufficiali, la scritta S.P.Q.L., cioè Senatus PopulusQue Lucensis, appunto ad imitazione di: Senatus PopulusQue Romanum (S.P.Q.R.). La via Aurelia al tempo dei Romani
terminava a Pisa. Proseguiva poi come via Emilia Scaura, non seguendo come oggi il litorale,
che allora era acquitrinoso e malarico, ma un itinerario più all’interno che
passava da Massaciuccoli e Bozzano, proseguendo
quindi verso nord-ovest. I viandanti provenienti da Firenze dopo aver lasciato la via Cassia,
cosa dovevano fare per raggiungere la via Emilia Scaura?
Strade dirette che attraversavano la piana di Lucca non ce n’erano perché
paludosa. Allora costeggiavano i monti di Marlia e
delle Pizzorne, arrivavano a Lucca e prendevano la
via per Balbano, da dove, superato il valico per Massaciuccoli
si immettevano nella via Emilia Scaura. L’odierna via Romana nel tratto che passa da Antraccoli
e Capannori e raggiunge Altopascio, non è quella
che percorrevano i primi pellegrini, la quale deviava verso Marlia e Segromigno seguendo la
base delle colline. In piazza san Michele, dietro l’abside della basilica, si possono
ancora ammirare, ottimamente conservate, delle belle case del Duecento e
Trecento. Lì, e precisamente in quelle un po’ spostate verso l’attuale caffè
Casali, al tempo della Repubblica di Lucca, nel Cinquecento, Seicento e
Settecento c’erano i Casini e le relative
puttane. Esse erano ben viste e addirittura protette dalla Repubblica per
una, diciamo cosi, ragion di Stato. Allora vigevano le leggi suntuarie, che imponevano alle donne la
massima sobrietà nel vestire, ma le signore puttane erano dispensate
dall’osservarle. Esse al contrario potevano indossare impunemente vestiti
lussuosi e sgargianti, esibire fiocchi, fronzoli, anelli e collane preziose perchè erano un po’ i loro «ferri del mestiere» che
servivano ad attirare i clienti. Avevano tali particolari riguardi perché a Lucca era molto praticata la
pederastia, e la Repubblica voleva estirparla come una vergogna che infangava
la sua immagine. Insomma meglio metterlo davanti che prenderlo di dietro! La chiesa di San Pietro Maggiore
sorgeva dove ora si trova la chiesina detta Oratorio della Madonnina, accanto
a Porta a Vapore (o porta San Pietro appunto). Dentro questa chiesina c’è rimasto
un pilastro della vecchia chiesa, e anche un affresco della Madonna. Essa fu
abbattuta per far posto alla costruenda cerchia muraria. Invece in piazza Grande (che allora non era una piazza perché in mezzo
vi sorgevano diverse costruzioni e botteghe medievali con la caratteristica
porta a T), si trovava la chiesa di San Pietro in
Cortina, detta anche della Madonna del Sasso, in ordine dorico a
tre navate e con cupola. Ad essa erano passati il nome e i privilegi della
chiesa di San Pietro Maggiore. Il professor Gino Arrighi era amico di Carlo
Ludovico Ragghianti, così come del
pittore Alfredo Meschi,
suo vicino di banco in terza elementare. L’Arrighi e il Meschi andavano spesso in
montagna, stando fuori due o tre giorni, vagando da un monte all’altro e
dormendo nelle capanne. Il Meschi si portava dietro
la cassetta dei colori fissando su delle tavolette i panorami più belli.
Nella cassetta c’erano degli scomparti dove poteva mettere i diversi dipinti
distanziati da listelli di legno, affinché i colori freschi non si
attaccassero fra loro. Fu l’Arrighi che accompagnò il Ragghianti
nello studio del Meschi, all’ultimo piano nella
torre di porta San Gervasio, per presentarglielo. La sua pittura dev’essere molto piaciuta a
quello che poi sarebbe diventato un famoso critico d’arte, tanto è vero che
l’unica volta che il Ragghianti fece parte della
giuria della Quadriennale di Venezia, coincise con l’unica volta che il Meschi vi venne invitato. E fu anche il solo momento in
cui il Meschi e le sue opere ebbero una risonanza
nazionale. Anzi ciò avvenne in un’altra circostanza, allorché il Nostro
partecipò a una grande mostra a Lerici, sempre su interessamento del Ragghianti. Alfredo Meschi, personaggio umile e schivo,
ma di grande talento e squisita sensibilità, avrebbe meritato molto di più
(non gli giovò l’operare in una piccola città di provincia, isolato e al di
fuori delle congreghe) perché la sua pittura era di alto livello, e i suoi
paesaggi ricordavano quelli di Corot. Il pittore Daniele aveva lo
studio sulle mura, «laggiù ai bagnetti in via Buiamonti»,
come annota in un suo scritto. Perciò in quella zona, a quel tempo (primi
anni del ’900), ci dovevano essere i bagni pubblici. I Pompieri avevano la caserma
davanti al palazzo Santini, nel cortile dove ora si può vedere il bar
Municipio. Essi a quel tempo dipendevano dal Comune e andavano a spegnere gli
incendi con un carro tirato da cavalli, al quale era attaccata una campana
che suonava perché la gente si scansasse. Non tutti i pompieri venivano pagati dal Comune a tempo pieno. Una parte
erano volontari che svolgevano un altro lavoro e venivano chiamati al momento
dell’incendio. Naturalmente, in questo caso, la cosa non doveva essere molto
tempestiva: fra andarli a cercare, trovarli, prepararsi, partire, quando
giungevano sul posto il fuoco aveva già bruciato tutto! L’Ozzeri
una volta era un corso d’acqua molto più grande dell’attuale canale.
L’Arrighi da ragazzo sentì dire da un uomo di 92 anni (nato dunque
all’incirca nel 1838, al tempo di Maria Luisa di Borbone), che un suo parente
da Lucca era andato a Livorno in barca. Partito dal porto della Formica a San
Concordio, era arrivato fino a Pisa, proseguendo
poi lungo un altro canale che raggiungeva Livorno. Il Caffè del Buongusto, apriva i
battenti in via Fillungo (ingresso principale) e
nel retrostante vicoletto del Buongusto (entrata secondaria). Fra i suoi
clienti c’erano tipi molto originali, mai però come quel nobile che entrava
nel locale in sella al suo cavallo e senza degnarsi di scendere un momento,
si poneva davanti al banco, ordinava da bere e se ne usciva tranquillo per
continuare la sua cavalcata. Il signor Pfanner,
o meglio Herr Pfanner,
era un austriaco che venne a Lucca agli inizi del Novecento per aprirvi una
birreria, nel senso che la bionda bevanda, oltre a servirla alla gente, la fabbricava
in proprio. A tale scopo comprò il palazzo Controni
vicino al Liceo Classico con relativo bellissimo giardino. Il locale, una novità assoluta per i lucchesi, si affermò prestissimo,
e il signor Pfanner faceva affari d’oro. Nella
bella stagione i tavoli erano sistemati nel giardino, all’ombra degli alberi
e la gente faceva a gara per sedersi ai posti migliori e sorbirsi la fresca
bibita che «fa campare cent’anni». Anche il bambino Arrighi vi andava, condotto dai nonni o dai genitori,
naturalmente non bevendo birra, ma gustandosi un gelato o qualche
cioccolatino. Non c’era dubbio che il Pfanner fosse
austriaco, ma lui amava far credere alla gente d’essere svizzero, e infatti
l’opinione generale dei lucchesi era questa. Tale «impostura» del signor Pfanner non era un capriccio ma una necessità, un calcolo
commerciale suggerito da ragioni legate
all’irredentismo del Trentino: infatti gli austriaci non erano ben
visti in Italia, mentre gli svizzeri, gente neutrale che non s’immischia
nelle faccende degli altri popoli, riscuotevano maggior simpatia. Insomma, a
essere austriaci c’era il caso che la birreria fallisse, dunque meglio la
Svizzera! La guardia di città Battista girava per le strade facendo contravvenzioni
a destra e a manca, inflessibile pubblico ufficiale. Anche di fronte alle
lamentele e alle suppliche più accorate delle «vittime», che dovevano
sborsare un bella sommetta, continuava a fare il duro... finché tossicchiando
e lisciandosi i baffi tirava fuori una frase sibillina: «Io bevo vino... » A questo punto il reo, dopo un attimo di perplessità, se non era
proprio cretino mangiava la foglia e lo invitava in un bar... Andava a finire che la sera, quando la guarda Battista traballando
sbandava da una cantone all’altro della via, qualche amico che aveva a cuore
la sua salute si avvicinava e battendogli una mano sulle spalle gli
diceva: «Se continui così finirai male amico. Tu in capo al giorno fai troppe
contravvenzioni!» 1913. Il maggiore dell’aeronautica Raffaelli,
un garfagnino (i Raffaelli erano una nobile
famiglia della Garfagnana), parte dall’aeroporto di
Firenze e per stupire i suoi conterranei decide di venire ad atterrare al
«Campaccio» di Lucca (zona dell’attuale ospedale di Campo di Marte). Allora
il Campaccio era un terreno deserto e incolto, attraversato dal fosso del
molino San Iacopo, adesso coperto. A quel tempo si
trattava di un uno spettacolo eccezionale, del quale un giorno poter dire ai
nipoti: «C’ero anch’io!» Una fiumana di gente viene ad assistere all’atterraggio, la curiosità è
tanta perché, specialmente per Lucca, si tratta dei primi aerei (a proposito
debbo dire che l’Italia ha il triste record di aver usato per prima gli
aeroplani in operazioni belliche, precisamente nella guerra di Libia del
1911/’12). L’attesa della gran folla è spasmodica, tutti hanno gli occhi fissati
lassù al cielo, quando finalmente la sagoma dell’aereo appare all’orizzonte
lontano, si avvicina, ondeggia, ce la fa ad atterrare ... ma non riesce a
fermarsi in tempo prima del fosso e sta per finirvi dentro. Se questo accadesse forse non succederebbe nulla di tragico ma di
comico senza dubbio, e l’avvenimento tanto decantato finirebbe col piombare
nel ridicolo. Quand’ecco là un baldo soldato che sgomita facendosi largo fra la
gente, con un balzo felino si piazza davanti al velivolo e afferrandolo per
un ala lo fa deviare sul prato.
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Come si parlava a Lucca intorno al 1840? In un vecchio libro, stampato appunto in quel periodo (del quale potete
vedere qui sotto il frontespizio) ho trovato un «dialogo» fra un Padrone
e un Servitore, dove si parla un dialetto diciamo così alquanto polito. E di seguito, due brani estratti da due Almanacchi lucchesi allora
molto in voga nel contado, e cioè «Brogio lo Sventra» e «Il Goga», rispettivamente degli anni 1835 e 1840, nei quali
invece si ha l’esempio di un vernacolo esasperato al massimo, parlato dalla
gente di campagna. |

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DIALOGO FRA UN PADRONE E UN SERVITORE Padr. — Ebbene Tista, hai fatto tutto quello che
t’ho detto? Serv. — Gni posso dì Sig. Padrone che ho fatto
meglio ch’ho potuto. Istamani alle sei e un qualto ero già fuora di casa,
alle sette e meszo ero a mesza
via, e alle otto e tre qualti ero alle porte, ma doppo ha incomincio a piove tanto. Padr. — Che sei stato secondo il solito a gingillarti (o a lillorarti) in una osteria per aspettar che restasse!
E perché non hai preso il paracqua? Serv. — Per un’avé quell’ompiccio,
e pò gliarsera quando
itti a letto non pioveva più goccia, o se pioveva, pioveva pianì pianì. Istamani quando ho sarto il letto era ber tempo, e
solamente ha comincio a annuvolassi a levata di sole. Un pò
più taldi si è levato una burasca
di vento, che in cambio di spassare ha fatto una grandinata, ch’ha duro
mezz’ora, e pò doppo
acqua a brocche. Padr. — Così vuoi farmi capire che non hai fatto quasi niente di tutto
quello che ti avevo ordinato, un è vero? Serv. — Gniornò; senta un pò
il giro ch’ho fatto in du’ore. Padr. — Sentiamo le tue bravure. Serv. — Quando pioveva mi son misso in bottega del salto, e ho visto cò mi occhi il sù soprabbito racconciato, col collino
e frode nuove: la sù giubba e i carsoni
cò tiranti erin foniti, e tagliava ir
panciotto. Padr. — Benissimo; ma perché non siei istato dal Cappellaro, e dal Calsolaro che era lì accanto? Serv.— Ci son ito. Ir cappellaro
conciava ir su cappello vecchio, e a quer nuovo mancava di ollallo;
il calzolaro pò aveva fonito gli stivali, gli scalponi
per la caccia e gli scalpini da ballo. Padr. — Ma a casa di mi padre ci siei andato, che
era quel che più mi premeva? Serv.— Subbito ch’ha smisso di piove,
ma un c’ho trovo ne sù pà
ne sù mà, né ir sio, perché glierlatro andorno in campagna,
e ci son rimasti anco a albergà.
Padr. — Il mio fratello però, o la sua moglie almeno saranno stati in casa? Serv.— Gniornò; avevin fatto una gita invelso Monsanquilici, e ci avevin menato tutti dù i bambori. Padr. — Ma la servitù era tutta fuori? Serv.— Il cuoo era ito in campagna cor sù padron; la cambariera e du’ selvitori erin iti colla sù cugnata, e il cucchieri ch’avea uto ordine di attaccà i cavalli pe’ muovelli, era ito colla carossa su per la via di Lunata. Padr. — Dunque in casa non c’era nessuno? Serv.— Un
c’era propio che lo staglieri,
e gni ho date tutte le lettere perché le portalse induve andavino. Padr. — Meno male, e la spesa per domani? Serv.— L’ho
fatta: per minestra ho preso der pastume, e intanto ho compro del cacio e del butiro. Per accrescere il lesso di vitella ho preso un pelso di castrato, e ir fritto
lo farò di celvello, di fegato e di calcioffi. Per pietanza ho compro della carne da
comodassi cò cauli, e perché un c’erin né stolni né stalne, né occeggie, la remedierò con una tocchina
cotta in nel forno. Padr. — E del pesce non ne hai comprato? Serv. — Anzi morto, perché gostava poghissimo. Ho preso delle sogliore,
delle triglie, una rasza, un nasello, e delle loguste. Padr. — Benissimo: ma il perrucchiere l’hai visto?
Serv. — Gnorsì l’ho visto, e c’ho parlato perché ha
la bottega lì accanto a quella del Droghieri, che c’ho compro der succaro, der pepe, delle bullette di garofoni,
della cannella, e della cioccolata. Padr. — Che nuove ti ha dato? Serv. Mi ha itto che la ommedia ha fatto furore,
ma che il ballo l’han fischià; che quel Signor suo amio l’altra sera ha pelso ar gioco tutte le scommisse, e
che ora aspettava d’andassene con la diligenza a
Fiorenza. Mi ha itto anco che la Sig. Lucietta ha dato ir baro ar sù damo e ch’ha giurato d’un
volello più vedé. Padr. — Gelosie... questa sì che mi fa ridere; ma pensiamo ora a noi. Serv. — Se si contenta mangio una boccata, e beo un bicchier di vino, e pò torno subbito a sù comandi. Padr. — Nò; ho frettra e
devo andar fuori: senti prima gli ordini, eppoi magerai e ti riposerai quanto vuoi. Serv. — Gnorsì. Padr. — Apparecchia per il pranzo nel salotto buono. Piglia la tovaglia e i salvietti più fini; mette fuori il servito di porcellana,
e bada che non ci manchi né scudelle né cabarette, né nulla. Prepara la dispensa co’ frutti, coll’uva, colle noci, le mandorle, i dolci e
le bottiglie. Serv. — E che posate c’ho a mette? Padr. — I cucchiai di argento, le forchette e coltelli col manico d’avorio:
bada bene che le bocce, i bicchieri e bicchierini sian
quelli arrotati. Torno torno alla tavola mettici le
sedie bone. Serv. — Gnorsì, sarà servito. Padr. — Ricordati che stasera vien la Nonna. Già lo sai come è pisigna quella vecchia! Prepara la cammera
buona; fà riempire il saccone e rifare le matrazze; rifà il letto con la biancheria più fina, e metteci la zenzaliera. Mette
l’acqua nella brocca, e sulla catinella un tovagliolo ordinario e uno fino. Fà le cose a modo, e avrai la mancia. Serv. — Per esse mi ha ordinato tante ose, ma farò
l’ompossbile. *** I due brani tratti
dagli Almanacchi sono preceduti da queste AVVERTENZE SUL VERNACOLO LUCCHESE Da
alcuni anni pubblicansi in Lucca certi Almanacchi, intitolati il Goga, il Meremeo,
Brogio lo Sventra con erratissimo scopo destinati ad uso del popolo. Anziché
valersi di quel mezzo per diffondere tra le classi meno istruite utili
cognizioni, sull’esempio laudevolissimo dell’altro
Lucchese Lunario Il fa per tutti, piacque agli autori dei precitati
Almanacchi in quei loro meschini e insipidi libricciuoli
un certo tal linguaggio, che i mariuoli delle strade cambiano con altri
plebei d’infima lega, e consistente in un accozzo quasi convenzionale di
vilissime voci. Di quel fraseggiamento strano e
bizzarro addurremo qui alcuni esempi; perché se alcuno di quei pessimi
almanacchi anderà in mano di colti italiani, questi
non suppongano di trovare in essi il linguaggio popolare dei Lucchesi, e
meravigliarsi a torto della differenza che passa tra il vernacolo
usato con tutta accuratezza nel nostro Dialogo, e i seguenti bisticci dei Goga e dei Meremeo. BROGIO DE’ TOCCAFONDI ALLE SIGNORE LEGGIARUOLE Buon dì, er buon anno Ragasse.
Arallegrativi sposzette,
e fanciulle catrettaglie (1), e anche voartre che un sete né fanciulle, né sposze,
e che... ma ora lascian istà
i môlti a taula. Arallegrativi
donca, che se nimmo perunfino a qui un ha penso a chienivvi
(2) un po un bricin diveltite con favvi una dediha d’un Armenacco, ci ha
penso Brogio de Toccafondi,
ci ha penso. Dice er provelbio:
Un restó mai calnaccia
in beccarìa, che nun
venisse un can a poltalla via. Ma pelcheije un siate stuprefatte
a vedemmi Strogolo, vi faró apace dell’affare come
glie è. Mi pà e mi mà, che
si volevin beno, un facevin artro e che un velso, e anche er mi siprete (3), a dimmi che avessi giudisio,
pelchei e er mondo gira; girin i pianetti, girin gli
omini, i celvelli, e l’uzzanse,
e catto dicevin ben! Dice
anche el provelbio: Doppo tant’anni e tanti mesi, l’acqua tolna a sù paeszi.
In somma la Strogolarìa; a volella
vedé funo i primi a tiralla fuora i peorari di Gitto (4); ma po per esse tanto buoni si lascion
mette la avessa da ciottadini,
che a suon da abole si rivestittin
delle loro iragion, sensa
nemmanco pagalli ir gaudemio (5). Donca bigna sapé che i ciottadini s’abbuzzon tanto di uesta scensia, ne fettin tante, e di
tanti olori, che pijon
per un fin buono con esso ir diaule
(sarvo ci sia) e doventòn
stregoni, doventòno. Ma ir mondo, (e decchici
alla ragion der siprete) ir mondo gira; fettin tanti
imbrogli e bilbonate, che gli antìi
padroni gli han mando la alucità (6), e ora tolnino ar pozzezzo
i contadini. Elgo, un si potrà, mi giudio
scandoliszà nimmo, se io
ho lascio il saltoglio, e ’l colbello
e la vanga; e se mi son butto alla Strogolarìa; popoe un ho fatt’artro che racquistà quer che ci aveo prelassion, e che mi s’appelvieniva
di gliure (7). (BROGIO DE’ TOCCAFONDI DETTO LO SVENTRA, ANTAGONISTA DI MEREMEO – Almanacco per le Signore suburbane per
l’anno 1835.) ——————————— (1) — ragazze dei Borghi, volgarmente detti Catri.
(2) — a tenervi. (3) — zio prete. (4) — d’Egitto. (5) — onorario dovuto per il sopralluogo che si faceva in occasione del
rinnovo del contratto enfiteutico. (6) — caducità, invalidità di testamenti, legati, ecc. (7) — m’apparteneva de iure, di diritto. PRENOSTIO DELL’ANNO MILLE OTTOCENTO UARANTA Oimmeglia!... uesta
vorta ho sfadigato uanto un cane, perché m’è sulcesso
una disgrasia rediola. Addivinate un po (addivinate); uand’ebbi fatto il
Lunario segondo ir
solito, lo mesurai (tò
come si suol fare) e veddi
che m’era riiscito corto e un m’araccapessavo
che diantin fussi stato;
e lì dalli, mesura che ti mesuro,
mesurai tutto il mondo. – Volsi provare perunfino anco nella stusia (1) che aveva trovato Meremeo
uando faceva i lunari: presi un botticino di uelli delle lacciue (2), che me
l’ero fatto dare anni sono da un caciagliolo per fa
cicceossi (3); ci levai i cerchi e
con quelli feci anch’io uel coso tondo che pare un trabìccolo, e che noaltri Strolai lo chiamamo ir Grobo, per tenello liccosì in sulla taula, tò come tenghino i libbri su per i taulini taliduni. – Presi
l’arcipendolo, il braccetto le tanaglie e lì tira,
ma un c’era velso che arivassi.
– L’anno irimaneva più longo
del lunario e un mi potevo pelsuadere di uest’affare; un mi c’andava. – Di già semmai un equivoho si può pià tutti; l’erore un fà pagamento; tanto
più ch’è la prima vorta che mi c’imbatto. – Pensa e
ripensa mi vense a mente che il Sig. Meremeo mi diceva che gni tanto
capita un anno più longo che lo chiamin
Bisestiale, perché bisesta
a motivo di febbraglio che gni
tanti anni cresce d’un giorno, per via che gn’anno
il sole è a peso di calbone e coll’avanzi si mette
assieme un giolno di più. – Allora irifrettendo a questa osa, dedi
un’altra sborniata col Vapore e veddi ch’era propio il Sig. Febbraglio che mi
spostava gni osa; e dissi addirittura, un occor artro, ci siamo; il
quaranta è Bisestiale. Dedi
un giolno di giunta a febbraglio,
e feci bisestiale anco il
lunario e sta ben perappunto. C’enno di uelli che
voglin propiare che il
bisesto dà cattivo gurio per il frusso
de’ pianetti eccetora: ma un date retta alle stregarie, ch’en tutte suprescrissione;
istate pure al vostro posto; perché io ho già
mangiato ir tempo, e dal finestrin
der cesso ho sborniato in un batter d’occhio la tera e ir Celo, e ho visto tutto
uel che pol’esse. – Però
e vi dio in sulla mi parola, che le ose indarono sempre per i su piedi segondo
il su solito. A me un c’è da dammi addintendere lucciore per lanterne; me un m’incabolano!...
Sono un certo fero, che un ve lo vorei dì s’un fussi vero!... Per inquantosa
ricolti (4) è guasi unutile
che vi stia a dir nulla; tanto o pogo o purassai che ce ne sia è lo stesso, perché voglin vendere gni osa uanto gni pare. Nunistante, per aggravio di oscensa,
vi dirroe che il grano sarà bello e buono, e ce ne
sarà purassai incrusibilmente
(5) per chi un ha in duve mettelo,
perché ce n’han sempre di vecchio, e nun pogo; ma un v’arallegrate nò, perché i granaglioli e i fornari voglin sempre a modo
loro. – Buon prò gni
facci come la polenta a gatti (salvando). Il vino poi un lo saprebbi recidere; ma mi pare che ce n’abbi a esse tantetto anco di uello, s’un sulcede disgrasie. A sentire i ontadini
uand’è un certo tempo, l’uva è bella e tanta; ma
poi tutt’in d’un tratto isparisce, e ign’anno diceno che del vino ce
n’è stato manco dell’anno avanti, e poi ce lo rinvecchiano,
e bisognando bigna che alla fine lo vendino allo stillo (6) dell’acquevitie.
Uando poi è in delle mane delle Antine,
buon per chi ci casca. – Mi sa male che ci casco anch’io!... Anco in dell’oglio un s’arebb’a stà tanto malaccio;
salvando sempre uel che si deve salvare. Gli ulivi imprometten bene; e per tutto i resto da un po più a un po meno un mancherà
nulla di tutto uel che ci bisogna. (GOGA SULCESSORE DEL FAMOSO STROLAO E MATTEMATHIO MEREMEO DI LUCCA – Armanacco a vapore
per l’Anno Bisestiale 1840.) ——————————— (1) — astuzia. (2) — acciughe (3) — cioè «ciccia e ossi» come dire: di tutto. Era un’usanza
carnevalesca oggi del tutto scomparsa. Consisteva nell’andare in giro in
gruppo per la città, il giovedì grasso, mascherati ma a viso scoperto, con
tamburi e altri oggetti per far chiasso, fermandosi ad ogni porta a ricevere
di tutto, tozzi di pane, avanzi di cucina, soldi, cenci, che venivano messi
in sacchi, sporte e altri recipienti come appunto anche la botticina delle lacciue. Questo modo folcloristico e collettivo di
elemosinare era detto appunto: fare cicceossi.
(4) — Per quanto riguarda i raccolti. (5) — anche; cioè inclusi quei contadini che non hanno dove metterlo. (6) — distillazione. |