Giacomo Paolini

RACCONTI

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 GABRIELE IL PASTORE

Questa storia me la raccontava Pietro il pastore quand’ero ragazzino. Fu il primo poeta che ascoltai, e mi cantava la sua poesia all’ombra di qualche albero nel bosco (a volte la mamma mi permetteva di accompagnarlo), con intorno le pecore che pascevano e gli uccelli che svolazzavano, e ci giungevano gli odori dei fiori o dei funghi. Oppure la sera sulla nostra aia (abitava la casa dirimpetto alla mia), seduti sui caldi lastroni di pietra che restituivano alla notte il calore che avevano ricevuto dal sole, con la schiena appoggiata al muro di casa mia, caldo anch’esso del sole che non c’era più.

Al suo posto erano apparse le stelle e sorta la luna laggiù sopra la città, e tutt’intorno avevamo le sagome scure dei pagliai e delle case dei contadini, e delle note piante del cortile — un pero sampaolino, un melo renetto e un fico bruciotto — che mi sembrava si piegassero anche loro un po’ giù, ad ascoltare i suoi racconti.

Quando veniva la brutta stagione me la cantava nella sua cucina, antro buio e fumoso, durante il giorno schiarito appena da una piccola finestra, e la sera da un lume a petrolio e dai bagliori tremolanti del fuoco che crepitava sotto il paiolo colmo di latte per fare la ricotta. E noi seduti davanti alla fiamma in quella oscurità odorante di tutti gli olezzi e gli afrori che un gregge e chi lo segue si portano dietro: di cacio, di caglio, di sudore, di lezzo, di lana sporca...

Il primo poeta dalla ingenua poesia, schietta come una di quelle polle che s’incontrano in montagna, e pare un miracolo che zampillino dalla roccia dura. Buona e semplice come il cuore e l’anima sua, da cui usciva istintiva.

Proveniva dalla montagna lucchese, era assai vecchio ma aveva ancora i capelli mori, ricciuti e lucidi che sembravano bagnati come il pelo degli agnelli appena nati, e come gli agnelli era mansueto e timido, con due occhi pieni di dolcezza. Vestiva sempre di velluto scuro. Gli dolevano i piedi per via che li aveva avuti congelati al fronte sul Carso nel 1917. Per questo camminava aiutandosi con un bastone di castagno da lui stesso piegato come un manico d’ombrello e intagliato con la punta del coltello, istoriato di figure e ghirigori e terminante con la testa del suo cane. E se qualcuno dubitava che fosse veramente il suo cane — perché in verità non gli somigliava granché — lui lo chiamava, glielo metteva davanti al muso e gli diceva: «Tripoli, dimmi chi è questo cane, è vero che sei tu?» E immancabilmente Tripoli faceva sì con la testa!

Non era mai stato a scuola altro che a quella della natura e della vita, e non sapeva né leggere né scrivere, ma sapeva narrare le storie come un poeta. E questa di un altro pastore di nome Gabriele, me la raccontava proprio lui, Pietro il pastore.

Anche Gabriele era vissuto sui monti dell’alta Garfagnana, prima di Pietro. Quanto prima non lo so, Pietro non me lo diceva né m’importava di saperlo. A me sembrava una figura fuori del tempo e dello spazio, come un personaggio delle fiabe che sentivo dalla nonna. Anche lui era avanti con gli anni ma aveva ancora i capelli corvini e inanellati che portava lunghi sul collo, gli facevano male i piedi, vestiva di scuro e intagliava i bastoni a testa di bracco. Questa descrizione eccitava ancor più la mia fantasia di bimbo, mi faceva pensare a una reincarnazione di Gabriele in Pietro, o che Pietro fosse il fantasma di Gabriele.

Gabriele viveva solitario in una casupola di pietra fra le montagne. Meglio sarebbe dire che ci dormiva soltanto, perché tutto il giorno vagava con le sue pecore da un pascolo all’altro mangiando pane e formaggio, quando non si portava da casa anche un po’ di minestra che riscaldava a un focherello acceso fra due sassi. Vicino all’abituro c’era l’ovile, uno stabbio recintato con una mezza tettoia malandata di tavole e paglia.

Appena spuntava il sole saltava dal letto, indossava la giubba e i pantaloni neri, calzava i pesanti scarponi chiodati, si lavava il viso all’acqua del ruscello che scorreva proprio dietro la casa, mangiava un po’ di ricotta, apriva la stalla e via con le pecore in cerca dei buoni prati che verdeggiavano fra giganteschi massi erratici finiti lì da chissà quanti millenni. Andavano l’uomo e le bestie da un posto all’altro, le pecore scampanando mentre strappavano l’erba, il pastore zufolando qualche aria in un flauto di Pan che si era fabbricato da solo col sambuco e il coltello.

Il coltello era un utensile per lui indispensabile e si disperava le rare volte che lo dimenticava a casa. Oltre a usarlo per fare i bastoni e gli zufoli (che poi regalava a qualche ragazzino del paese), ci tagliava le mele e i frutti selvatici, i pezzi di pane e i bocconi di cacio stagionato che riduceva piccolissimi, perché aveva perso quasi tutti i denti e masticava male. Insomma il coltello era per lui qualcosa come una terza mano, uno strumento utile e ludico insieme.

Si mostrava affabile con le rare persone che incontrava in quelle desolazioni, ma preferiva la solitudine che era diventata per lui una specie di abito mentale, oltre che una realtà quotidiana. E anche se in qualche circostanza, per un improvviso sconforto del cuore non l’avesse voluta, la doveva subire lo stesso perché c’era poco da scegliere.

A volte cantava, e il suo canto si alzava alto e chiaro fra le montagne, e talora il vento lo portava di balza in balza fino al paese dove la gente ascoltandolo diceva: «Sentite com’è bello!» E faceva loro compagnia mentre sbrigavano le faccende nei campi e nelle case.

Un giorno il piccolo Sandrino, il figliolo della Marianna, si sentì attratto da quel canto che proveniva di lassù, e fu preso dal desiderio di raggiungerlo come fosse quello di un’antica sirena al cui richiamo i naviganti non potevano resistere. Salendo lo sentiva sempre più forte e vicino, finché si trovò davanti a Gabriele il quale non se l’aspettava, e quasi si vergognò d’essere osservato da quel moccioso. Sicché subito tacque e giù in paese la vita ritornò a scorrere monotona e grigia. Invece la vita di Sandrino da quel giorno si arricchì di Gabriele il pastore, ed era felice quando poteva passare qualche momento con lui.

Allorché il sole era alto nel cielo e Gabriele aveva fame, tirava fuori dallo zainetto il cacio e lo mangiava col pane, il quale s’era rinsecchito ancor più a star lì dentro e doveva ammollarlo bene con la saliva per renderlo abbordabile alle sue gengive. Ma le volte che s’era portato dietro anche la gavetta con la minestra, ce lo tagliuzzava sopra mentre la riscaldava al fuoco.

Quando la borraccia s’era svuotata del poco vino che conteneva, andava a innaffiare il pasto alla polla più vicina. Conosceva l’ubicazione di tutte in un raggio di parecchi chilometri, meglio di una carta topografica militare. Poi s’allentava la cinghia dei calzoni e s’addormentava sull’erba, se addormentato può dirsi chi sente anche nel sonno i campanacci delle pecore che s’allontanano e il cane che le insegue abbaiando, e perfino se un calabrone s’avvicina per pungergli il naso, o una vipera strisciando smuove le foglie secche. Mentre se ne stava così a pancia all’aria, le formiche gli passeggiavano sopra la camiciola alla ricerca delle bricioline di pane che c’erano cascate sopra.

Quando il sole tramontava faceva ritorno alla sua casetta, qualche sera portando in collo un agnellino nato quel giorno, mentre mamma pecora lo seguiva da vicino con le viscere ancora penzoloni. Le bestie entravano nell’ovile, lui le mungeva con pazienza e finalmente infilava l’uscio domestico con due secchielli pieni di latte. E così il cerchio che lì s’era aperto la mattina, lì si richiudeva. Quindi cenava, faceva il cacio e la ricotta e finalmente poteva andare a dormire.

Una notte il suo sonno tranquillo fu spezzato da uno schianto di fulmine. Altri ne seguirono violentissimi a brevi intervalli, gli elementi del cielo s’erano tutti scatenati e una gran tempesta imperversava furiosa. Attraverso la finestra Gabriele vedeva il paesaggio illuminarsi di un accecante chiarore spettrale e subito ripiombare nell’oscurità più nera. Udiva la pioggia battere con impeto sul tetto e sulla terra dintorno e il vento sibilare come serpenti infuriati, e vedeva gli alberi piegarsi alle sue raffiche veementi simili a fuscelli.

Si alzò per chiudere la finestra, perché una raffica penetrata con impeto fino al letto lo aveva gelato. Udì una pecora belare smarrita nel cortile e alla luce di un lampo vide la porta dell’ovile spalancata e l’ovile vuoto. L’uscio, col suo sbatacchiare, faceva da contrappunto ai lamenti di quell’unica pecora rimasta. Ma subito il vento gli portò altri gemiti di pecore, più lontani sulla montagna.

Pochi momenti dopo, il tempo per indossare qualche indumento, una zimarra e un cappello, e il vecchio fu in mezzo alla bufera, a inseguire le sue povere bestie spaventate, sparpagliate sui poggi e nei canaloni. Il suo bel gregge non esisteva più, l’avevano disunito la notte e la tempesta. Erano solo tante singole pecore sperdute e impaurite quelle che piangevano sulla montagna.

Gabriele vagava nel buio mentre le raffiche di pioggia gli schiaffeggiavano la faccia. Inseguiva un belato, e subito lo abbandonava per stare dietro a un altro che gli pareva più vicino. Il vento sembrava divertirsi alle sue spalle e gli giocava dei brutti scherzi. Cambiando repentinamente direzione, gli faceva sembrare lontani i belati vicini, e vicini quelli lontani. Era un vento beffardo, tanti venti beffardi che s’incrociavano in diverse direzioni, come se Eolo avesse liberato di colpo tutti i diavoli che teneva imprigionati nel suo otre. E un belato di una pecora, parevano cento belati di pecore diverse.

Il gregge sembrava cresciuto, diventato immenso, tutta la montagna piena di pecore pareva, e invece si stavano decimando e non se ne scorgeva neppure una. Il povero pastore brancolava scoraggiato alla ricerca delle sue bestie diventate inafferrabili suoni, fantasmi. La sua notte era piena di belati e vuota di pecore.

Prima in lontananza e poi sempre più vicini, vide degli uomini con delle lanterne. S’incontrò con loro, era gente del paese e un uno gli avvicinò al viso il lume.

«Come! anche voi Gabriele!», esclamò l’uomo meravigliato. «Così vecchio e bagnato fradicio vi prenderete una polmonite.»

«Che dovevo fare, lasciare che ogni cosa andasse in malora? Le mie pecore son tutte fuggite, stanate da questo diluvio peggio che da una torma di lupi, disperse sulla montagna», e con la mano disegnò un semicerchio nell’aria. «Povere bestie mie!... E voi invece che ci fate qui?»

«Cerchiamo un ragazzo.»

«Che ragazzo?»

«Sandrino... il figliolo della Marianna».

Allora successe che il pastore dimenticò le sue pecore e non gl’importò più dei loro belati, anche se il gregge era il suo unico pane.

«Sandrino a quest’ora?» fece come inebetito. E aggiunse balbettando: «Perché... che gli è successo?»

«Manca da casa dal dopo desinare», uno degli uomini spiegò. «Appena mangiato ha chiesto alla mamma di mandarlo a cercare i funghi. Al tocco di notte non era ancora tornato e gli uomini del paese sono usciti a cercarlo... guardate.»

Infatti si vedevano molte lanterne vagolanti nel buio, simili a grosse lucciole fuori stagione, e via via ne arrivavano di nuove come sbucate dal nulla, e tutta la zona ne brulicava creando insieme ai lampi e ai mille fili argentei della pioggia uno scenario drammaticamente suggestivo.

«Era vostro amico», l’uomo continuò. «Veniva a trovarvi quassù e ci diceva di volervi bene. Mostrava a tutti quel flauto avuto in regalo da voi, a dieci canne... il flauto di... come si chiama?»

«Il flauto di Pan, e di canne non ne ha dieci, ma dodici.»

«Sì, già... disposte una accanto all’altra a scalare... E raccontava a tutti le vostre storie, cantava le vostre filastrocche... Non l’avete mica visto oggi? Non è mica venuto a trovarvi?»

Tutti si chetarono, attorniarono il pastore e fissarono le sue labbra in attesa di una risposta che desse loro una traccia anche labile, una qualche speranza. Ma quelle si aprirono per dire di no.

Allora gli uomini si allontanarono riprendendo l’affannosa ricerca nella bufera che continuava a imperversare, ira d’Iddio, forza della natura che va avanti imperterrita per la sua strada, insensibile e sorda — come tutte le grandi forze che sovrastano la povera umanità — al dolore e alla compassione. A brevi intervalli il fulgore violento dei fulmini ridicolizzava i lumi che portavano in mano.

Gabriele, di nuovo solo, rimase qualche istante interdetto, preso dallo sconforto più nero. Poi ebbe un’idea illuminante come uno di quei lampi che continuavano a serpeggiare nel cielo, e senza esitare s’avviò verso il fiume. A un certo punto c’era un isolotto pieno di sabbia sul quale sapeva che Sandrino amava andare a far giochi d’ingegneria, come  tirar su castelli, tracciare strade ponti e gallerie.

Vi arrivò poco dopo. Era smessa la pioggia ma il vento sul fiume in piena soffiava più gagliardo che mai. Fuoriuscendo con veemenza da una gola fra le rocce ululava come un branco di lupi affamati. I cavalloni gli rispondevano mugghiando e così sembravano due mostri in lotta fra loro: il fiume che precipitava a valle e il vento che soffiando in senso contrario vi si opponeva.

«In vita mia non ho mai visto nulla di simile!» disse il vecchio fermandosi a pochi metri dai flutti limacciosi. E aggiunse facendosi il segno della croce: «Bisogna chiedere perdono al Signore dei nostri peccati e prepararci a morire.»

Fu investito con violenza da uno spruzzo rimbalzato dagli scogli. Si tolse il cappello inzuppato e lo scosse, e facendosi solecchio con la mano aguzzò lo sguardo verso l’isolotto, cercando di penetrare quel buio profondo, ma non vide che la sagoma scura di un masso erratico. Finché la luce di un lampo gli mostrò Sandrino arrampicato in cima a quello.

A monte era piovuto a dirotto quando qui c’era ancora il sole. Dai dirupi della montagna l’acqua era precipitata in un baleno a ingrossare il fiume. Assorto nei suoi giochi il ragazzo si era accorto troppo tardi del pericolo, quando alzata la testa aveva visto le acque alte che lo circondavano e continuavano a salire.

«Sandrino, Sandrino...», urlò Gabriele a tutta voce, ma non ebbe risposta. Riprovò altre volte ma il vento portava le parole da un’altra parte. D’istinto si tuffò nell’acqua e subito sembrò sparire per sempre, inghiottito da quei flutti impetuosi. Ma in mezzo al fiume riemerse con tutto il petto, il petto ansante e le braccia che arraffavano. Di nuovo andò sotto e poi ritornò a galla, il respiro omai affannoso, i lunghi capelli al vento che pareva glieli volesse strappare. Chiamò ancora con tutto il fiato che gli era rimasto in petto:

«Sandrinooo!»

«Gabrieleee!» rispose una vocina che sembrava lontanissima, e il pastore vide le braccia del ragazzo agitarsi verso di lui, mentre i flutti già gli arrivavano al petto.

«Sandrinoo... Sandrinooo!...»

 

L’alba fu limpida e calma com’era stata tremenda la notte. Il sole apparve smagliante in un cielo terso e lavato, e la terra era tutto uno splendore di perle, ogni goccia d’acqua appesa ai fili d’erba e alle foglie una perla, e diamanti i ghiaiottoli del fiume. La piena se n’era andata repentinamente com’era venuta. In un punto a valle del fiume s’erano radunate le superstiti pecore di Gabriele, nell’acqua ora bassa che della piena serbava il colore biondo, stava il branco inquieto e smarrito. In mezzo alle pecore c’era qualcosa che le teneva lì ferme come calamitate, e non si vedeva, non si sapeva cos’era. Le bestie, belando lamentose, allungavano il muso verso quel punto e aspettavano... I paesani appena arrivati si chiedevano che cosa mai aspettassero.

Aspettavano, come tutti videro subito dopo, che il loro padrone anche quella mattina si alzasse e dicesse loro come le altre mattine: «Andiamo», e l’avrebbero seguito dove avesse voluto. Ma il padrone quella mattina non si alzava. Era disteso lungo nell’acqua e non si alzava più. Il suo corpo supino affiorava a metà. Aveva i piedi rivolti verso le montagne e il capo verso la valle. L’acqua gli entrava dal fondo dei calzoni e glieli gonfiava. I capelli neri sventolavano nel fiume come una bandiera a lutto, agitati dalla corrente. Essi sembravano ancor vivi, e pareva che si sforzassero, ondeggiando, di abbandonare quel corpo morto. Gli occhi di Gabriele, ai quali nessuna mano pietosa aveva ancora chiuso le palpebre, guardavano il cielo, spenta la loro luce buona nella fissità della morte.

Più tardi le pecore seguirono il cadavere del padrone alla sua casa, dove lo portarono quelli del paese in attesa del funerale. Ma non volevano rimanere nello stabbio dove le avevano rinchiuse, e fuoriuscendo dal recinto in un punto rovinato dalla bufera, si affollavano davanti alla porta della casa. Pareva che aspettassero, belando, quasi chiamandolo, che il pastore sortisse fuori come le altre mattine per condurle al pascolo.

«Che ne facciamo di queste bestie?» dicevano quelli del paese. «Gabriele non aveva parenti. Era solo al mondo e le pecore non andranno a loro. Qualcuno di noi se le prenderà. Ma chi?»

Discussero fra loro per trovare il modo più giusto per risolvere la questione. Prendere una pecora ciascuno non aveva senso. Dire pecora vuol dire gregge, e dunque in gioco doveva esserci tutto il branco. Smembrarlo ancor più di quello che aveva fatto la tempesta, voleva dire esser peggiori di lei, e neanche a Gabriele sarebbe piaciuto.

Scartate diverse ipotesi che non incontrarono il consenso di tutti, si trovarono d’accordo sulla proposta che avanzò un vecchio cavatore che recitava i Maggi, di ricorrere ad una specie di giudizio d’Iddio, come usava nel Medioevo, e come a volte rappresentavano in quegli spettacoli popolari. «Ci disporremo tutti intorno al gregge», disse il maggiante, «poi ciascuno si avvierà in una direzione diversa. Le pecore hanno fame e seguiranno qualcuno che le conduca a pascolare. Colui che seguiranno se le prenderà.»

Così fecero. E chi decise d’incamminarsi verso il paese, chi verso uno sperone di roccia, chi in direzione di una capanna abbandonata, chi prese lungo il fiume e chi dalla parte dove l’erba cresceva più verde... ciascuno spinto nella scelta da un suo intimo ragionamento, da una qualche preferenza, furbizia o istinto. Il piccolo Sandrino, che aveva preso la cosa come un gioco, si mosse lemme lemme e del tutto a caso (altri uomini l’avevano salvato ed era venuto a vedere l’amico morto). E mentre tutti avviandosi dicevano alle pecore: «suvvia, venite con me»... «andiamo che vi porto a mangiare!»... «forza belle, seguitemi da questa parte»... il ragazzo si rivolse al montone con un semplice fischio, e nel  contempo — come aveva visto fare tante volte da Gabriele — fece schioccare il pollice e l’indice sfregandoli insieme... Chiò!

Neanche a dirlo il montone lo seguì; e le pecore, siccome erano «pecore» e non potevano smentire se stesse, gli andarono tutte dietro.

                                               

                                                     Giacomo Paolini

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