La Kulasciova (1990)
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Prima rappresentazione al Teatro del Giglio di
Lucca il 23 marzo 1991. (Compagnia «Invicta»
diretta da Cataldo Fambrini). |

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«Molti credono che
per imitare il parlar del nostro popolo basti troncare gli infiniti...
scambiare l'elle con l'erre... storpiando sconciamente o
ridicolmente certe parole... e specialmente tralasciando del tutto il c duro... Ma il fatto è ben altro
da quello che credono, perché l'essenza del linguaggio veramente popolare sta
nella forma della mente, nella costruzione della frase, nella
imbastitura del periodo, nella proprietà delle voci, nella ricchezza
dei modi, nella vivacità delle metafore e in generale nell'italianità del
vocabolario, ci sia poi o non ci sia spesso la precisione della così detta
grammatica, l'ortografia e la retta pronunzia.» Così scriveva
Idelfonso Nieri nella prefazione dei suoi «Cento
racconti popolari lucchesi». L'amico Giacomo
conosce il pensiero del Maestro e con moto spontaneo e in armoniosa ricerca,
dà ora al teatro la quarta delle sue commedie, non lasciando occasione di far
pensare e sempre divertendo.
Gino Arrighi (dal
dépliant di sala al debutto al Teatro del Giglio) |

dai giornali...

«La Nazione» del 18
gennaio 1991: il titolo, e la trascrizione del testo.
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Giacomo Paolini e
Cataldo Fambrini amano il
teatro di un amore viscerale e autentico. Le rappresentazioni popolari, il
linguaggio vernacolare, la riscoperta di
tradizioni, usi e costumi, insomma il riappropriarsi di una memoria storica
cui sentono di appartenere, costituiscono il loro patrimonio artistico. La
coppia, animatrice della compagnia teatrale Invicta,
è simpaticamente assortita. Per quanto Fambrini è irruento e quasi “livornese” (...) Paolini
è più riflessivo e introverso, anche se pronto a lanciarsi in entusiastici
racconti della propria attività. Il teatro vernacolare di
questo gruppo è nato in realtà soltanto alcuni anni fa. Tuttavia
Cataldo Fambrini l’idea l’aveva in testa da
parecchio tempo (...) Alla fine, quasi per caso, ha scoperto che Giacomo Paolini amava scrivere versi in vernacolo lucchese e addirittura aveva vinto un premio letterario in
proposito. Da allora, roba abbastanza recente, è nato il sodalizio che negli
ultimi tempi ha dato vita ad applauditissime pièces ambientate in gran parte nel periodo della guerra.
«Il teatro non deve essere una cosa di élite
– dice l’autore delle commedie Giacomo Paolini
–. Noi amiamo nel teatro quell’aspetto popolare, di
costume, di riappropriazione delle
nostre tradizioni, la memoria orale insomma, che va sempre più
scomparendo ma di cui si sta in parte riscoprendo l’importanza». «Mettere in scena i nostri lavori è una cosa bellissima – interviene Cataldo Fambrini, regista della compagnia – . Abbiamo tantissimo
entusiasmo. Recitare aiuta molto a formarsi una personalità. Quando sei sul palcoscenico ti trovi ad interpretare
diversi personaggi, a sdoppiarti e così riesci a capire che sei veramente. La
nostra è una passione innata. Quando abbiamo portato in giro “Kaputte” – continua Cataldo –,
la gente è venuta a vederci ed è rimasta soddisfatta per aver assistito ad
una rappresentazione comprensibile e divertente. Il vernacolo è un po’ la
nostra tradizione. Noi ci sentiamo profondamente legati al passato e a tutto
ciò che fa parte del territorio in cui viviamo, e questa consapevolezza cerchiamo di trasmetterla anche al pubblico.» «La compagnia si compone di
una quindicina di attori – spiega Paolini – . Contributi non ce ne sono. Andiamo avanti con
i soldi degli incassi e con quello che prendiamo dalle circoscrizioni quando
partecipiamo alle manifestazioni che organizzano. Kaputte
ha avuto un grosso successo e ancora ci chiedono di rappresentarlo. Purtroppo
abbiamo messo da parte ogni cosa per dedicarci alla nuova opera: La Kulasciova.» (...)
Aldo Grandi (da «La Nazione» del 18
gennaio 1991) |

Paolini e Fambrini
al lavoro.

«Il Tirreno» del 20 marzo 1991.

«La Nazione» del 29 marzo 1991.
«Il Tirreno» del 29 marzo
1991: il titolo, e la trascrizione del testo.
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L’atteso debutto al Giglio dell’ultima commedia in
vernacolo lucchese di Giacomo Paolini,
si è risolto in un successo superiore alle aspettative.
Teatro tutto esaurito per entrambe le serate, pubblico
interessato e attento, con molti giovani che hanno così riscoperto la parlata
dei nonni. Divertimento assicurato dall’inizio alla
fine, senza segni di stanchezza per la pur lunga esibizione della Compagnia
«Invicta», i cui attori sono stati interrotti
spesso da applausi a scena aperta e salutati alla fine, insieme al regista e
all’autore da una lunga e calorosa ovazione. La commedia è una storia
dell’immediato dopoguerra, periodo ricco di umori
bollenti, di fermenti vitali riesplosi con vigore
assieme alla libertà riconquistata, dopo l’oppressione e le paure
dell’occupazione tedesca; ed ha per protagonista il soldato Frediano, che
ritornato a casa dalla Russia dove ha abbandonato la sua amica Kulasciova, ha l’amara sorpresa di scoprire che lui non
esiste più per il semplice ma decisivo fatto che una lettera del ministero
della guerra lo ha dato per morto. E insieme alla
vita ha perduto anche la casa, andata agli eredi, e la bella moglie
risposatasi col suo amico di un tempo. Questa situazione paradossale, di
sapore pirandelliano, fa da riscontro a quella di
un avaro-strozzino, che tiene banco per quasi tutto il secondo atto, tenuto
in scacco da un ragazzino imberbe e intraprendente, risoluto e scaltro, quasi
un David con la fionda, in una specie di duello a parole, che vuol
significare da un lato l’avvenire, la fantasia creativa dell’uomo d’affari di
domani, e dall’altro il passato, la grettezza e l’avidità fine a se stessa e
idolatra del possesso. Un lavoro ben costruito nei suoi
passaggi, spesso non facili da risolvere, nella sua dialettica convincente,
nei suoi frequenti momenti di comicità, che emerge di prepotenza pur nella
drammaticità della vicenda. Bravi gli attori, da accomunare tutti in
un meritato elogio. Il regista Cataldo Fambrini ha
saputo ben amalgamarli, estraendo da ciascuno il meglio dell’elemento
peculiare richiesto dal personaggio; facendoli muovere con disinvoltura sulla
scena e dando ai vari passaggi espressivi coloritura di gesti e di intonazioni verbali, che pur nella unicità delle
singole prestazioni, hanno contribuito alla composizione di un quadro
armonico e piacevole. Mario Marzocchi (da «Il Tirreno» del 29
marzo 1991) |