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Giacomo Paolini poesie in vernacolo lucchese tutti i
diritti sono riservati _____________________ NOTA DELL’AUTORE Ho privilegiato la pronuncia piuttosto che la
grafia ortodossa, e quindi ho scritto ciài, ciànno, ciandàvano... per ci hai,
ci hanno, ci andavano... seguendo in questo l’esempio di illustri poeti
dialettali quali il Trilussa e il Belli. Ho cercato di ridurre l’uso degli apostrofi in sostituzione di lettere
mancanti, mettendoli comunque quando si può generare
confusione, come nell’avverbio ’un (non), ma eliminandoli negli infiniti
tronchi della seconda coniugazione (esse per essere, mette per mettere...). Un cenno sul rafforzamento sintattico, fenomeno
che esiste anche nella lingua, legato al bisogno di rendere più armonioso e
musicale il discorso, e che consiste nel raddoppiare, ma soltanto nella
pronuncia, la consonante iniziale di certe parole.
Basti dire che l’ho reso graficamente allorché si discosta dalla regola della
lingua italiana. Per esempio ho scritto i vvecchi, i ppoveri (e non: i
vecchi, i poveri) perché in questo caso è peculiare del vernacolo lucchese. Ma al contrario ho scritto sporte e canestri (e non: sporte e
ccanestri), torno a casa (e non: torno a ccasa), perché qui è conforme
all’italiano. Le poesie sono il frutto dell’osservazione
della vita nei suoi aspetti più vari, di ricordi anche lontani, della vox
populi e della fantasia. Ci sono cose comiche e qualcuna
anche triste, un po’ di satira, scenette, bozzetti, e anche un pizzico
di erotismo. Buona
lettura. TRE FEBBRAIO San Biagio, c’è la
festa a Carignan, le gente córin tutte a
venerallo e anco la mi’ nonnina ha
ditto «Andiam che la mi’ amica cià
ammassato ’r gallo!» Lé ’un
se la piglia nulla e va pian pian, io ’un vedo l’ora d’arivà
a mangiallo! Chiappo le gambe e
scappo via lontan, alliccio sodo meglio d’un
cavallo. Tira un ventaccio ditto
di san Biagio. «Che
fai», la sento urlà, «mi lasci sola? ’un
avé furia, va’ un popò più adagio... O da du’ pigli? mîa chiappà di là... innansi in chiesa a segnassi
la gola, prima l’anima e doppo ’r
mangià!» ____________________ alliccio: da allicciare,
accelerare, correre velocemente; deriverebbe dal linguaggio dei tessitori che
facevano passare, velocemente, l’ordito della tela attraverso i licci. di san Biagio: un freddo vento di nord-est, così
chiamato dal popolo perché di solito in quei giorni soffia particolarmente
forte. mîa chiappà di
là: bisogna prendere da quella parte; mîa
è fortissima contrazione di misogna,
bisogna, nel senso del latino oportet.
segnassi la gola: era pia usanza farsi segnare
la gola dal prete, che vi accostava due candele accese e incrociate,
pronunciando parole propiziatorie per tenerne lontani i malanni. VENTUN GIUGNO San Luigi, gran festa a
Formentale: un odorin di sugo e di
sfogliate e di ’otolette arosto di
maiale trabocca dalle ’ase.
Affaccendate le gente spargin fiori
ner viale e stendino le ’operte
ricamate per quando passa ’r prete
cor pievale, la ’ompagnia, e le donne
agghindorate. Sonin le ’ampane,
chiamin alla messa, la ’hiesa è piena grima e
’mmantinente l’organo attacca in do
ch’è una bellessa. L’incensi e le preghiere salin
su, for dell’uscio c’è un sole
acceènte... San Luigin ci guarda di
lassù. ____________________ Formentale: paese sopra un monticello a
ovest di Lucca. le ’operte: le
coperte, per dire: copriletti, lenzuola e drappi in genere che venivano stesi
lungo il percorso della processione. pievale: piviale. la ’ompagnia: la
confraternita della parrocchia, i cui membri partecipavano alla processione
incappati. agghindorate:
agghindate, per le grandi occasioni. grima: gremita. acceènte: accecante. VENTIUATTRO AGOSTO Ir prete cià menato a
Formentale per la festa di san
Bartolomeo, per la via cià chiappato
’r temporale, tonava e lampeszava sur
corteo. Parea torno ’r diluvio universale e ci vedevo peggio che d’un
ceo. Si buó tutti bagni ’n
un casale finché riviense ’r sole sensa
un neo e ciasciugó le cappe ’n
un balen. Ciavevo ’r fratellin a
caribicci e ’r core mi batteva
sensa fren. Arancavo driassù per
erti poggi, e ’r prete a urlammi: «È
tardi, mîa ’he tu allicci!» Guarda se dovea piove
propio oggi! ____________________ sur corteo:
Formentale aveva due feste importanti, san Luigi e san Bartolomeo, allorché
salivano lassù alcuni parroci dei paesi vicini portandosi dietro un allegro
corteo di chierichetti. le cappe: le
cappe bianche dei chierichetti. a caribicci: a
cavalcioni sulle spalle, con le gambe una da una parte e una dall’altra del
collo e penzoloni sul petto. driassù: di lì a su, cioè
verso l’alto. mîa... allicci: vedi
le rispettive note al sonetto «Tre febbraio». EN ARIVI LI SCIORTI Questa poesia fu
scritta nel 1971, quando per la prima volta vennero di moda gli shorts per le
donne. Ciabbiamo l’esprosione
delli sciorti, dar vórgo detti anco
’arsoni ’orti: è l’utima trovata della
moda, una trovata propio bella
soda. En fiorite le ’osce a
primavera, enno spuntate da mattina a
sera a un ordine venuto da
Parigi: via le sottane e ’
vvestiti bigi! luce alle parti delïate e
belle, luce der giorno e anco
delle stelle! Enno sbocciate ’nsieme
alle viole, solletïate già dar primo sole. Coscione lunghe che ’un fonite mai colle gioie portate anco ’
gguai, coscette magre somigliate a
stecchi, quelli ’nfilati drento ’
llecchi-lecchi, coscione corte ma piantate bene ’un c’è rimedio alle vostre
’atene, cosce dritte ’ome òmini di
legge o inarchite ’ome stanghe
di tregge. Anco Lucca ch’è tutta murata e da pietre e matoni
soffoata ha ’osì uto la su’
fioritura come fora anco drento le
mura, ha risposto alla rosa e
alla giorgina, ar fior der piano e a
quello di ’ollina cor fior di gambe delle
su’ ragasse sciorinate per le strade e le
piasse a rischiarà di fresca
primavera ir su’ buiore e la su’
bigia sera. Più d’una
pietra s’è scandaliszata e quarcunartra s’è anco
rivortata, più d’un palasso c’è
mancato un fio che ’un cascasse con gran
trebestìo, più d’una ’hiesa a ’hiesto
a’ ssu’ prelati che l’areggessin forte
’ome dannati, più d’una tore s’è piegata
giù ched’è un miraolo s’è
ritorna su. A tutti n’arcigarba di
guardalle sarvo po’ mugugnà dietro le
spalle da san Mïele a piassa der
Collegio contro ’ ttempacci rei di
sagrilegio. Se tornassin i vvecchi
d’una vorta, si sente di’ alla gente
un po’ stravorta. ’Un è anco nulla! è quando ’n piassa Grande andran a giro sensa le
mutande! Di ’uesto passo ndu’
s’andrà a cascà? Beviamci sopra, ’un mi ci fa’ pensà. Di ’uesto passo ’un succede niente, solo si sfoga un po’ di più
la gente, ir mondo ’ambia e sempre
resta uguale con ir su’ bene e anco cor
su’ male. A tutto ci s’avvessa
piano piano, dalla ’arossa ar treno
all’arioprano e quer che oggi pare
eccessionale doman è già la ’osa più
normale. Ir mito della donna se
ne va ma resta sempre la su’
realtà, ir su’ mistero s’è un
popò sbiadito ma pensa ancora a trovà
marito. ’Un è più l’esser
fragile e ’ndifeso ma quer che cià è sempre
assai ’onteso. Aria alle ’osce dunque
e così sia e a chi ’un ni garbin
vagghi ’n sagrestia! ____________________ murata: intendi: cinta di
mura. trebestìo: fracassìo. LA PUPPORONA Sur piedistallo te ne
stai tranquilla colla tu’ bella pùppora di
fora, allegra sotto te l’acqua
szampilla, la piglia la ragassa e la
signora. Si ferma la vecchina
sempre arzilla coll’amica a di’ male della
nora, una bimbina che la sete
assilla si butta sullo spìscioro
e l’onora d’una bevuta che ’un
finisce mai. Du’ todesche ci
sciacquin mela e pera, di cani e gatti c’è
sempre un viavai. Te guardi tutti da
unsouanti anni e n’hai contate, da
mattina a sera, di chiacchere, di risa e
d’affanni! _____________________ La Pupporona: statua marmorea così soprannominata dal popolo
lucchese perché mostra una poppa (pùppora) scoperta, si trova ad
abbellire piazza san Salvatore e fa parte di una fontana neoclassica. spìscioro: zampillo; deriva da pisciare,
perché lo zampillare dell’acqua richiama quell’azione. todesche: tedesche, per dire
turiste straniere in genere, che durante la bella stagione affollano Lucca. mela e pera: mele
e pere, ad imitazione del plurale neutro latino. LETTERA DALL’AMERÏA O mi’
sorella cara Concettina, mi son arsata male
stamattina, ció un groppo ’n gola duro
a digerissi e ’un val pregà i ssanti
e ’ ccrocifissi. Era meglio se stavo ar mi’ paese e ’un so capacitammi che
mi prese quando fu che moritte ’r mi’
marito e mi lasciai convince
dall’invito de’ mmi’ figlioli ormai
amerïani: «O
che ci fai lì sola come ’ ccani? nella tu’ ’asa sensa più ’r
calore dell’omo che ti dette ’r
prim’amore. Vieqquì con noi, ’un te ne pentirai, c’en tante belle ’ose o
ma’, vedrai! Ti tratterem con tutti ’
ssagramenti e ti sarem per sempre
rïonoscenti.» Sento la nostargia
della mi’ ’asa — viavìa vammici a da’ una slessorata — mi garberebbe rivedé i’
ritratto der mi’ Pellegro che se
l’era fatto fra una fadiga e l’artra
della guera, ched’è ’n saletta sopra la
tegliera — ne
li porti du’ fiori ar cimitero? que’ ggiallini che crescin
sotto ’r pero. Avrei piacé di
caressammi ’r gatto che mi par di vedello
leccà ’r piatto — o
te, trattelo ben m’araccomando, danni un cicciottorin di
quando ’n quando, d’andà ner bosco a coglie
du’ cimìgliori di ’uelli novi per portà
a’ cconìgliori, ribemmi l’acqua della polla
grande, risciacquammici anco le mutande! — per piacé, me ne
mandi un par di para? che ’un siin però di robba
troppo chiara. Bella mi’ acqua! o te com’era bona, così spurghente, fresca e
chioccorona! Ché tutti ’uesti lussi ’un
mi stan bene e ’nvece di levà crescin
le pene. Vorei tornà a aggiaccammi ner mi’ letto — ci piove più? l’han accomòdo ’r tetto? Buttammici la sera
stracca morta, la mattina sentimmi ’ome
risorta. Qui ’ mmaterassi cian
drento l’anguille, ti ci rivorti cento vorte
mille! ’Un m’è riscito mai fa’
una dormita bella profonda lunga e
saporita. O mi’
sorella cara Concettina, mi trattin bene com’una
regina, siam propio ner paese di
Bengodi che ’ qquadri stan
attacchi sensa ’ cchiodi, mi lustrino le scarpe i
sservitori, mi fan la riverensa anco
’ ddottori. Io sto a guardalli com’una citrulla: o sciabigotti, chi vi
chiede nulla! Son come un luccio
rifinito ’n tera che manca pogo e ariva ar
sigutera. Vorei ridoventà una
poveraccia e rivedemmi la mi’ gente
’n faccia. Stan tutti ben i ttui? e ’r tu’ marito a potammi l’ulivi c’è
anco ito? E ’un vi scordate di
ramà le vitie. E le tu’
spose en sempre tanto stitïe? Le
mie qui parlin turco a tutt’andà sicché ’un si por neanco
bisticcià! O mi’
sorella Concettina cara, la lontanansa è una ’osa
amara. A me mi
garba sta’ duve son nata, son vecchia e c’ero troppo
abbituata, lì c’ero attacca propio
come l’éllora, come s’appiccïa ar muro una
ciortèllora. Un giorno o l’artro mi
vedrai tornà, a’ mmi’ figlioli ni
dispiacerà ma la su’ mamma è meglio
che sii viva anco lontana sur un’artra
riva che morta steccurita ar
Gringardèn, come lo chiamin qui chi
parla ben ir cimitero di ’uesta
città, ir perché propio ’un te
lo so spiegà. O Concettina c’è una
pulissia, un ordine che pare
giometria, o Concettina tu vedessi
incanto, ma me ’un mi ’ompra, è
sempre un camposanto! E a te la sciorta t’è
più ritornata? Tanti saluti dalla tu’
Nunsiata. ____________________ viavìa: ogni tanto. slessorata: da slessorare,
togliere le léssore, le ragnatele. cicciottorin:
pezzetto di ciccia. cimìgliori: cime
di giovani frasche. conìgliori: conigli. spurghente:
spurgata, pura. chioccorona:
garrula, che sgorgando fa chiò-chiò-chiò. aggiaccammi: da aggiaccarsi,
stendersi, sdraiarsi. sciabigotti:
stupidi, gonzi. ar sigutera: alla
morte; dal latino sicut erat, così com’era, e quindi ora non è più. stitïe: stitiche, qui nel
significato dialettale di noiose, pignole, esigenti. parlin turco: per
dire che parlano una lingua a lei sconosciuta. l’éllora:
l’edera. ciortèllora:
lucertola. steccurita:
stecchita. Gringardèn: dall’inglese Green garden, Giardino
verde, nome dato al cimitero del luogo. IR FIUME DI NOSSANO È bello, è grande, è propio tutto ammodo, e ve l’ho a di’? quando lo vedo godo, ci starei sempre, anco un
giorno sano a guardà ’r fiume che
passa da Nossano. Vien giù da’ mmonti della Garfagnana e prima d’arivà qui
nella piana ha voglia lu’ di scende e
brontolà! en tanti i pponti che ci
ha da passà. Ir Serchio, dicin sempre i nnostri vecchi — e quando parlin, io son
tutt’orecchi — era più bello a’ ttempi
d’una vorta, ma ora quell’età
purtroppo è morta. Quand’era estate tutti i
nnossanelli grandi e piccini, fussin
brutti o belli, sulla rena s’andavin a sdrià e doppo ’r bagno, stavin
lì a ciaccià. E pigliavin così la tintarella come quelli che fan la vita
bella in sulle spiagge là della
marina, sensa fa nulla tutta la
mattina. E c’erin tanti pesci,
propio a sfa’! e le gente l’andavin a
pescà e anco ’ ppoverini si
sfamavin quando c’era miseria e ’un
lavoravin. L’acqua era bella chiara e no ’nquinata e ne potevi beve una
panciata! Le donne ci sciacquavin ir buato che vieniva pulito
esagerato. I ccontadini spesso ci portavin — perché una vorta qui li
cortivavin — la canapa e anco ’l lino
a macerà, che po’ le mogli li dovein
filà. E vedevi sbracciassi i
renaioli, mentre cantavin come
rosignoli, a sbatacchià la rena ner
crivello fra una bevuta e l’artra
di vinello. L’artro giorno però un vecchio ha ditto, a me che l’ascortavo
sitto sitto, che qui una vorta viense
l’alluvione: di que’ llavori, una
disperassione! Veniva l’acqua propio a più non posso, parea che ’r celo ni
’ascasse addosso, e di paura ne presin
propio tanta una notte a novembre, ner
quaranta. ____________________ Nossano: Nozzano, paese nella piana fra Lucca e Ripafratta,
dove si trova un bel castello medievale. rosignoli: usignoli I PPERSONAGGI DELLE ’APANNELLE A me mi
garba ’uando vien Natale che tiro fora dalli
scatoloni in nella càntera der
canterale duv’erino rimasti boni boni i ppersonaggi delle
’apannelle che me li regalón i mmi’
parenti insieme a tante artre ’ose
belle d’oro, d’argento, rosse e
lustrenti. Quando li scarto propio mi
vergogno d’avelli lasci chiusi per
un anno. Che avran fatto lì drento?
Avranno sogno d’esse presi da Erode ir
gran tiranno? I Re Magi mi guardin
ingrugnati coll’oro in man, l’incenso e
anco la mira. L’angioli ’nvece en sempre
addormentati... ma se si sveglin temo la
su’ ira! Po’ c’enno du’ pastori un po’ piccini coll’agnelli alle spalle
appena nati. Saran morti di fame,
poverini? Ma no, che dîo!... risento i ssu’ belati! Ir falegname, ir fabbro
e ’r muratore, ir sarto e la donnina al
lavatóro parin tutti distrutti dar
dolore per avé perso un anno di
lavoro. E sopra un ponticello di
matoni c’è un omo con un sacco
sur miccino con du’ toppe attaccate
su’ ccarsoni che porta ’r grano a
macinà ar mulino: ha voglia d’aspettà, per
mangià ’r pane! E ner campo riveggo ’r
contadino accompagnato sempre dar su’ cane. Sarà
stato ’r digiuno... è più magrino! San Giuseppe mi pare un
po’ ’nvecchiato, m’accorgio che ’un cià
più ’r bastone in mano. Che n’avrà fatto, in du’ l’avrà lasciato? E ’nvece la Madonna, ’un pari strano, ’un è cambiata nulla, è
resta uguale, sempre l’istessa mamma dorce
e bella come quandoentró ner
canterale... anco se ’nfreddolita e
poverella. E ’r bove e l’asinello? mi direte. Ir bove ho l’impression che sia arabbiato e l’asinello par che
abbi sete, ma lu’ all’angherie c’è
abbituato. E finarmente nella
capannella in sulla paglia c’è Gesù
Bambino, sur tetto sprende la
cometa stella, ’un ho
’r coraggio di guardà ’r Divino. Mi par che dici:
«Perché m’hai ’ncartato, e misso in una scatola
in prigione? Ir Sarvator der mondo
iscatolato, rinchiuso ar buio sensa una
ragione! Per un anno la vita m’hai ’nterotto.» Io vorto l’occhi e Lu’ mi guarda bono, soride e fa: «Che pensi, sciabigotto! Dammi un bacin e doppo
ti perdono!» ____________________ le ’apannelle: le
capannelle, come veniva anche chiamato il presepio. càntera: cassetto. canterale: canterano, comò. lustrenti: luccicanti,
splendenti. mira: mirra, uno dei tre doni
portati a Gesù Bambino dai Re Magi. lavatóro: lavatoio per i panni. miccino: asinello. ha voglia
d’aspettà: infatti dovrà aspettare un anno, il tempo in cui
è rimasto chiuso nello scatolone. sciabigotto:
stupido, grullo, babbeo; caratteristica parola lucchese di etimo incerto, ma
potrebbe derivare da sciapito e bigotto. CHE OR’È ? «Che or’è, che or’è?»
«Ma che t’importa a te? È l’ora che tu’ un rompi
più ’ ccoglioni, che me n’hai rotti
ventitré miglioni dar giorno ’he ti sposai,
poverammé! È l’ora ch’era glieri
alla stess’ora e che sarà l’istessa
anco domani, per i llucchesi e per i
ssiciliani, così e sempre per mill’anni
ancora. È l’ora che tu vagghi a lavorà e che ’un iresti lì a
grattatti ’r culo e ’un t’impunti sempre
com’un mulo, è l’ora ’he la finisci
di ciaccià!» «Che or’è, che or’é!»
«Perché lo vòi sapé? Spunta ’r sole e doppo vien la sera così d’inverno come a
primavera, anco se te, Cesira, ’un sai
che or’è! È l’ora ’he tu la
smetti di cantà, di tienì arta la
televisione, di fumà sempre peggio
d’un tissone, di fammi aspettà un anno
per mangià! È l’ora che io ‘mpari ’r karatè per troncolatti l’osso der
groppone, e ch’io la smetti d’esse
’osì coglione! Ecco che or’è. Ora lo sai anco te!» VENDITORI DI STATUINE I ddu’ vecchi sedevin
sulla panca, Vittorio lercio e sensa
una palanca. Donato tiró fora da una
sacca quarche diecino colla mano
stracca (lu’ era misso tutto
perbenino). «To’, vattici a trincà
un bicchier di vino.» «Amico, io ti
ringrassio per davero perché so’ resto propio
sottoszero.» «Ti rïordi ’uand’èrimo
emigranti a vende i ccristi, le
madonne e ’ ssanti?» «Fai
la burletta se me lo rïordo!» «Anc’allora eri sempre
sensa un sòrdo.» «Un mi riscitte mai di fa’ fortuna, te ne vendevi sette e io
nessuna.» «Mi’ omo,
era ’uistione di maniera, io rivendetti tutt’in una
sera u’ reggimento di
garibardini, i ssette nani e tre
gesubbambini, una chioccia a sedé nsulle
su’ ova e un contadin che
spaccava la ghiova. Bisognava studiallo ’r
compratore e offrinni quer che ni
chiedeva ’r core. Te a ppreti ni mostravi
san Martino e a chi ’un ciavea
figlioli un bamborino, a un marito geloso la corida che lu’ vede le ’orna e
’un si fida. Per forsa che ’un vendevi un accidente, ni davi ’r pan che ’un
era adatto ar dente! Ar prete, che ’ ssu’
santi ce l’ha già, n’avei a scoprì du’ ’osce
da guardà d’una Venere o d’una
ballerina o quarche chiappa,
quarche pupporina. Alle drusiane ni facei
dispetto se vende ni volei per
capoletto la vergine Maria o la
Madalena e anco loro ti vortón la
schiena. E una vorta, sciabigotto
che sei, andasti a vende Cristo
all’ebrei. Lo dîo che ti guardavin
di traverso, e te ’un te n’accorgevi,
’un c’era verso! E perdevi giornate belle
sane a porge ar miglionario
’r pesceane. Ma si
’apisce che ’un te lo ’omprava, perché vedeva che
n’assomigliava. Eri davero duro com’un mulo, e ’ nneri li pigliavi
per er culo se ’n tutti ’ mmodi ni
volei piantà la statuina della
libbertà.» ____________________ Venditori di statuine: erano i famosi figurinai che
partendo dalla Lucchesia, in particolare dalle valli della Lima e del
Serchio, dove i gessi venivano prodotti, si sparpagliavano
in tutto il mondo. palanca: antica moneta di rame
da un soldo, che in molti luoghi ha acquistato il significato di denaro in
genere. misso tutto
perbenino: ben vestito e curato nella persona. sottoszero:
sotto zero in quanto a soldi, cioè senza soldi. ghiova: zolla di terra. drusiane: donne di facili
costumi. la Madalena: la
Maddalena del Vangelo, che anche lei era stata una drusiana prima
della conversione. ’r pesceane: la statuina raffigurante un
pescecane, sinonimo di certi milionari arricchitisi con guadagni illeciti. sciabigotto:
stupido, gonzo. li pigliavi
per er culo: perché l’integrazione razziale negli Stati Uniti
era ancora lontana, e alla gente di colore molte libertà venivano di fatto
negate. IR SÌNDAO IMMORTALE Di sìndai a Lucca ce n’è stati tanti ma ’un li rïorda più
guasi nessuno, anco se tutti s’enno fatti
avanti per attirassi l’attension
d’ognuno. Sortanto un, s’è sarvo dar grigiore per una ’osa che passà
alla storia fece anco un famoso
imperatore e di lu’ tutti serbin la
memoria. Lu’ prese la granata
nelle mani e urló che volea fa’ la
pulissia, sferó l’attacco contro ’
vvespasiani e in un balen li spassó
tutti via! Ar mio mi c’ero propio affessionato e mórto spesso l’andavo
a visità, da ’uer tempo ’un ce l’ho
più trovato tutte le vorte che vaggo ’n
città. Ma ’r sìndao rimanette
duraturo e ’r su’ rïordo ben
arassodato, tutti ’ llucchesi che la fan
ar muro da quer tempo ’un se l’en
più scordato. ____________________ un famoso
imperatore: Tito Flavio Vespasiano (9 d.C.–79 d.C.) passato
alla storia anche per aver dato il nome ai pubblici orinatoi. arassodato:
assodato, consolidato nella memoria. che la fan ar
muro: che non essendoci più i vespasiani orinano accostandosi a un muro. IR PRESIDENTE GRASSO Da ’uand’è presidente
der Consiglio ’un fa
che predïà tutte le sere, e vorei esse già lontan
un miglio quando rïomincia le su’
tiritere. «Austerità!» ripete, e
’un batte ciglio nell’annuncià le ’ose più
severe. Tirà la cinghia, è
questo ’r su’ ’onsiglio, dimentïassi ’r cacio colle pere. Dice ’r mi’ nonno: «O che pretende
’uello? perché ’un comincia lu’ a
smagrà, io lai! che cià ’r buszo più
grosso d’un corbello e du’ chili di lardo sur
faccion. Per parlà di digiuno te
’un ce l’hai ir fisïo adatto, e Cecco
’un è un coglion!» ____________________ Ir Presidente grasso: si tratta di Giovanni
Spadolini, noto oltre che per le grandi qualità di studioso anche per la sua
pinguedine, che fu Presidente del Consiglio dal giugno 1981 al novembre 1982. Cecco: è il nome del nonno, quindi intendi: Cecco, cioè io, non sono un coglione. LO STRILLON DE’ GGIORNALI C’era a Lucca un
vecchio giornalaio che vendeva ’ ggiornali
per la via, strillava le notissie, e a ogni
guaio ciaggiungeva la su’ fantasia, così di luglio come di
gennaio. «È morto ’r tal de’
ttali... E così sia! È stato sbudellato un
usuraio... Grandi progressi della
chirurgia! Han imbroglio
ventisette persone!» «Oddio davero? datimi un giornale! voglio vedé quant’erino
coglione.» «Cinque palanche...
ècchitelo fresco!» E doppo, ir su’ discorso ’un era uguale, perché strillava in tono più
burlesco _____________
e l’occhio
birbonesco, guardando allontanassi ’r
sempriciotto: «Urtim’ora!... N’hanno imbroglio ventotto!» ____________________ ventotto: come il lettore ha
certo capito, il ventottesimo imbrogliato è lo stesso cliente che ha appena
comprato il giornale, credendo alle fantasie ed alle esagerazioni dello
strillone. IR CACCIATORE Mi piombó ner podere
grosso e fiero, bardato com’andasse
all’equatore a caccia di leoni, e un
intiero arsenale di ’artucce d’ogni
’olore ni fasciavin la pancia, e
’r fucile pareva una mitraglia... ta-ta-ta... per ’un parlà delli
stivali stile esproratore di cent’anni fa. «Sta’ attento a ’un
treppiammi ’r seminato, e ’un mi sparà sull’uva
’he mi rovini!» Ma ’un sentiva ragioni ’uer dannato e foco a volontà
sull’ugellini. Anco se li vedeva ’n
paradiso sparava cinque córpi
’ngaszurito e se cascavin lo vedevi
’n viso contento matto e anco
’nsuperbito. Come un bracco l’andava
a raccattà, si sperdevin ner parmo
della mano, s’erino appena stacchi da
su’ ma’! Li buava ’n catana
piano piano. Carïava lo schioppo
un’artra vorta, coreva a rimpiattassi nella
fossa e anco se la mira era un
po’ storta rïominciava la su’ caccia grossa. ____________________ treppiammi:
calpestarmi, da treppiare, che deriverebbe dal francese antico treper. ’ngaszurito: ingazzurrito, molto eccitato, da ingazzurrire,
entrare in gazzurro, cioè in festa, in brio. (O.
Pianigiani) stacchi da su’ ma’: staccati dalla loro mamma, nel senso che erano
usciti dal nido da poco tempo. catana: grande tasca
posteriore della giacca dei cacciatori, che serve anche da carniere. LOTTERIA Un vecchiettin
pesticcia sulla via belando con una vocina spenta. La su’
merce pòr fa’ la signoria e accender la speransa
in chi la stenta. Sensa stancassi bercia una parola com’un disco ’ncantato che
si sia, dice ’n sostansa solo: «lotteria!» Guasi ugellino che nell’aria
vola, ariva della gente a stussicà l’orecchi eppò s’infila
nella testa. E se vincessi? potrei fa’ ’r pascià, addio lavoro, farei sempre
festa! «Venite qua, quell’omo
sbadatello, ’un mi sentite? è un’ora che vi chiamo! vendetimi un biglietto
fortunello, no come l’artra vorta che
era gramo.» Ir vecchio si vortó un
po’ stralunato: «Son sordo e ció anco
’r torgicollo e fa un freddaccio cane
eppò dannato e le mi’ scarpe en bagne
e ho ’ ppiedi a mollo.» Staccó un biglietto e ne lo misse ’n mano: le sue erin tutte
gronchie poverino, le buó nella sacca der
pastrano doppo ave ’nfilo ’ ssòrdi
ner borsino. Rïominció a girà ’r disco: «lotteria!» Così d’inverno com’a
primavera, quando ’r sole illumina la via
e allor che l’ombra
scende della sera, quando d’estate strugge anco
l’asfarto o ’r vento butta ’n tera
’ ccornicioni o piscia l’acqua a tini
giù dall’arto finché ’un ha scarïo tutti ’
nnuvoloni. Sempre ’r su’ grido attissa la speransa, perché l’omo è fissato co’
quatrini, a questi pensa drento
alla su’ stansa e questi ’nvidia sempre
a’ ssu’ vicini. A stento si stracìna per la via con ir pacchetto de’
bbiglietti ’n mano, monotono ripete: «lotteria!» e continua ’ ssu’ passi
piano piano. C’è chi semina l’orzo e
chi l’avena, chi ’r vento, la zizzania
e chi la guera. Lu’ sparge lieve dietro
alla su’ schiena l’illusïone da mattina a
sera. ____________________ gronchie: aggranchite dal
freddo; deriva da granchio. stracìna: strascina. C’è chi semina...: sono modi di dire: «chi semina vento
raccoglie tempesta», «seminare zizzania» ecc. IR SERA ALLA FESTA DI SANTACROCE Quattordici
settembre Santacroce, a Lucca c’è un festone
che ’un vi dîo, piovin le gente giù come le
noce, piglio le gambe e ci vado
anch’io. Da’ ppaesini della
Garfagnana, da’ bborghi sparsi là
sulla riviera, da ’uelli più vicini
nella piana arivin tutti per vedé la
fiera. I bbamboretti sartin
qua e là e balocchin davanti alle
vetrine, alle carcagna di su’ pa’ e
su’ ma’ ni chiedin unsouante
belle ’osine. C’enno ’ bbanchetti ’n
piassa san Mïele, per er Fillungo e ’n
piassa san Martino, vendin toroni dorci come ’r
miele e frati, ciarde, menta e
croccantino, e gioattoli d’ogni
’ategoria, e tegami, padelle e
casserole, e sbatacchin i ppiatti
’on allegria e ti rimbiscariscin di
parole! Ti voglin vende
l’urtime ’nvensioni, dimostrin che fan proprio le
faville, ti spieghin bene tutte le
ragioni, che paghi cento ’uer che
gosta mille. Io partitti prestin coll’atobùsse, ci stàvimo strippati ’ome
salacche, ti davin gomitate ’ome ci
fusse da ’onquistà per premio
un par di vacche. Appena scesi mi trincai
un grappino e doppo avé girato ar
primo canto mi ritrovai diritto ’n
san Martino: accesi una ’andela ar Vorto
Santo. Mi presi anco la messa
e baloccavo a mirà ’r nostro duomo
’osì perfetto, guardavo dognïosa e ’un mi
stancavo e l’organo sonava un ber
mottetto. E ’r coro che cantava
lodi a’ ssanti, canonichi vestiti tutti d’oro, la gente che chiempiva tutt’i
ccanti, e ’r Vorto Santo cor su’
gran tesoro. Mi parea propio d’esse asceso ar celo e m’ero scordo ch’ero
invece ir Sera che tuttarpiù pole ascende
sur melo eppò a sgobbà peoroni sulla
tera! ____________________ Sera: abbreviazione di Serafino, il protagonista della
poesia. unsouante: non so quante, per
dire tante. Fillungo: famosa, centralissima via di Lucca, deriva il
nome dal castello di Fillongo in Garfagnana, appartenente ai Falabrina, che
avevano case in questa via e sepolcri nella chiesa di san Cristoforo ad esse
attigua. frati: ciambelle fritte e
zuccherate, che di solito vengono vendute all’aperto in occasione di feste e
fiere. duomo: quello di Lucca, dove
si trova il famoso e veneratissimo crocifisso ligneo detto Volto Santo,
oggetto della festa di oggi. cor su’ gran
tesoro: i ricchi ornamenti d’argento dorato con i quali,
in questa circostanza, viene rivestita l’antica effigie. peoroni: pecoroni, cioè chino
e a testa bassa come le pecore. TE FISCHIERAI Quando c’era la festa ’i Santacroce mi’ pa’ attaccava Lampo ar
baroccin. «Sveglia, si va alla
fiera biricchin!» Mi’ ma’, mi dava ’r
pane colle noce. I bbamboretti urlavin a
gran voce da Nave fino ’n piassa
San Martino: «Me lo ’omprate ’r
fischio, quell’omino?» «Oh, te lo ’ompro sì» e
via veloce! «Portatimi ’r
fischietto ’uesta sera!» e agitavin le mani
apperassù. «Diamine! sta’ siguro, aspetta e spera.» Eppò ce ne fu un che
sartó su e porse i ssòrdi insieme
alla preghiera. «Te
fischierai!» mi’ pa’ ni disse a lu’. ____________________ Lampo: è il nome del cavallo del babbo. I bbamboretti: i bambini, i ragazzi. quell’omin: i
ragazzi lungo la via si rivolgono al babbo che guida il barroccino. un che sartó
su: un ragazzo che saltò sul barroccino per porgere i soldi al babbo. IR DIPROMA C’è un banchetto alla fiera che ti dà un gran diproma tutto
colorato, che viene da un compiùtere
sfornato e la gente ne vole
approfittà. Ni dici ir tu’ cognome e
decco là l’origine stampata der
casato e l’òmini famosi ’he
l’han portato. Ognun guardava con curiosità. Leggevin e restavino sorpresi dinansi a quella bella
pergamena: tutti erin conti, principi o
marchesi! Andavin via impettiti ’ome tacchini, guasi fussin doventi lordi
ingresi, colle su’ moglie e ’ ssu’
bamborini. _________ Ma siccome, sor Gini, n’era gostato giusto tre
diecioni, ir diproma l’avevin, ma
di coglioni! ____________________ sor Gini: la
persona a cui il narrante racconta la cosa. tre diecioni: tre
banconote da diecimila lire. I’ RIMEDIO MIRAOLOSO C’è un dottore barbuto
là alla fiera che vende de’ rimedi
miraolosi per i ddenti, la lùcciora,
’r colera... e davanti cià pieno di
curiosi. Sbandiera i ssu’ dipromi e le medaglie, rïonoscimenti e onorificense, sputa parole come le
mitraglie e fa vedé pomate, erbe,
essense... Ma la ’osa davero
eccessionale è uno sciroppo per avé
soccorso contro ’r velen di vipora, ir
quale per sarvatti la vita basta
un sorso. «Quando
va preso?» ni domanda un tale. «Un
momento prima che t’abbi morso.» ____________________ lùcciora: vocabolo antiquato,
per ulcera. come le
mitraglie: al ritmo con cui sparano le mitragliatrici. LA PULENTA Evviva a te, pulenta gialla e carda che sprendi sulla tàula
come ’r sole, fai vienì l’acquolina a
chi ti guarda e chi t’assaggia sempre
più ne vole. Ti sposi ben cor pollo e coll’ugelli, ti fan la ’orte i ffungi
e la sarciccia, sei bona anco di più che
de’ ttordelli coll’ulivette amare e un po’
di ciccia. Una vorta eri ’r pan de’
ppoverini e siccome sei dórca e
rinfrescante ti mangiavin i vvecchi e
’ bbamborini, e anco se ’r companatïo
era mancante eri bona l’istesso, io
lai! e riscardavi drento ’
ccontadini e ni facei scordà un
popò ’ ssu guai: fadiga e mancansa di
quatrini. Innansi a te a céccia sur pancone io mi rïordo ’uando la
mi’ tata fadigava a rumatti cor mestone,
nella cucina grande e
affumïata. Quarche brancata di farina gialla buttata drent’all’acqua ner
paiolo quando le bolle venivin a
galla spingiute ’n su da un foco di guerciolo, un ber foóne, brusta che
acceiva, èrimo rossi ’n faccia e si
sudava anco se fora la neve
vieniva: ti si guardava ’ontenti e
s’aspettava. Farina acqua e foco, artro ’un
ci chiedi, du’ bone braccia, è tutta
la ricetta, un paiolo tienuto fermo
’o’ ppiedi, un ber meston: sei
semprice e perfetta. Quand’eri cotta ti si spaiolava sulla tovaglia bianca di
buato, di fumo una ’olonna si
levava dar tombolon brucente e
profumato. Da lavorà la gente era tornata, mi’ pa’, ’r mi’ nonno e
tutta la ’ompagnia; fecévimo una bella tavolata, era una ’osa piena
d’allegria. Cor filo ti tagliàvimo a
fettine e a rischio di bruciassi
le budella in un balen per te era la
fine; e se avansavi eri fritta
’n padella! Po’ pian pianin le ’ose enno mutate, parecchia gente ha lascio le
’ampagne, le vecchie usanse s’en
dimentïate com’erino su’ ccolli e le
montagne. I ppoveri han guadagno ’uarche sòrdo, han compro ’r frigo e la
’ucina a gasse e te pulenta t’hanno
guasi scordo e t’hanno misso tra le
’ose passe. Ma una faccenda buffa è
capitata: che quelli che una vorta
’un ti volevin, parlo di ricchi e gente
artoloata, ora ti fan l’onori e ti
ricevin. Da robba che sfamava ’r
disgrassiato sei doventata una
sciccheria, alleccurisci e stussichi ’r palato anco ner mondo della
signoria. Così ti mangin guasi per
isporte, per voglia come fussin
donne ’ncinte, quand’en istufe di ciccia e
di torte le persone ’mportanti e
distinte. Ti servino ne’ mmeglio
ristoranti, ti chiamino «pasticcio di
maìsse», in man a camerieri con i
gguanti, t’ingollino contenti e
fan ir bisse. Ma ’un sei più la pulenta
d’una vorta, così rumata nelle casserole colla farina già bell’e
precotta, sur fornellin a gasse...
’ome si pole. ____________________ dórca: morbida. io lai!: tipica esclamazione lucchese; a volte dicono anche
io largo! oppure io laìno! a céccia: a sedere, da cecciare, sedere, voce del
linguaggio infantile. pancone: la grande panca con un alto schienale che si
metteva davanti al focolare; di solito era di castagno. tata: zia; ma può significare anche una qualsiasi
parente diversa dalla mamma, o anche un’amica di famiglia. rumatti cor mestone: rimescolarti col mestone, una specie di
grosso mestolone a forma di bastone che serviva appunto per rumare la polenta
nel paiolo. Rumare è voce inserita anche nel dizionario italiano
Devoto-Oli, col significato appunto di rimescolare, rovistare. brusta che acceiva: brace che a fissarla «accecava», insomma
toglieva per un istante il lume degli occhi da tanto che era viva e ardente. tienuto fèrmo ’o’ ppiedi: perché il paiolo non si
muovesse, vi veniva appoggiata davanti una lastra di ferro sulla quale
l’operatore posava ora l’uno ora l’altro piede. tombolon brucente: tombolone scottante, da tombolo,
come veniva chiamato l’insieme rotondeggiante della polenta rovesciata sulla
tavola. alleccurisci: da alleccurire, alleccorire, adescare,
attrarre con il léccoro, lecco, cosa ghiotta, leccornia. per isporte: per sport. maìsse: mais, granoturco. ’ome si pòle: come si può, cioè alla meglio, nel modo affrettato,
sbrigativo e pressapochistico di oggi. LE
’ASTAGNE Quando lassù ’ngialliscino le foglie e comincin le rame a fassi spoglie, e nell’ossi rivienghino ’ ddolori e
pàssino l’ugelli migratori, pòi di’ che le ’astagne enno mature e ner su’ guscio s’enno fatte dure. Si stacchin da su’ ma’ ar primo vento e
fan de’ ccontadini ir còr contento. Giù nella sérva rotolando van finché ’un ariva a cogliele una man, le cava dar su’ cardo spalancato, robba
dar gusto schietto e prelibato. Delle gente erin pan e companatïo quando ’r mondo era duro e servatïo e c’erin poghe ’ose da sciogrà e
’un era tanto facile mangià. Si prestavin a tutte l’esigense, umili e bone nsulle nostre mense: dorce, minestra, frutta e pietansa, mandavino dintorno una fragransa... E allegre sere ci facein passà doppo tanto affannassi a lavorà. Si ’astravin colla punta der cortello davanti ar foco ch’era rosso e bello. S’empiva la padella tutta bui, e cominciavin ora ’ gguai sui: bruciavin pian e doventavin nere, noi
si guardavin pieni di piacere. E queste ’ui sarebbin le mondine perché si móndin, lisce e tiepidine. A veglia tanti amici erin vienuti, certi
semprici e certi più saputi e parlando di ’uesto e di ’uello ognïosa annaffiavin cor vinello: un piccioletto rosa e friszantino che
risvegliava i’ ruszo chiaccherino. E guasi tutti le dicevin
grosse, e le sposine doventavin rosse. Se po’ pigliavi l’acqua e ’r paiolo e
quarche be’ llegnetto di guerciolo e le facevi còce colla buccia, un po’ d’orbào e un pissìo di mentuccia, allora si chiamavino ballòcciori perché bollivin lócchi lócchi e chiòcciori. E loro erin gentili e dorchini, anco indicati per i bbamborini. A seccà le mettevin ner metato: du’
piani d’un casòttoro murato con sopra le ’astagne ammucchïate e sotto, perbenin isparpagliate, bruciavin pian pianino le fascine: le
’astagne doventavin più piccine, si ritiravin drento le su’ bucce ar fumoso calor delle fiammucce. E quando belle secche erin dovente che
più ’un ci s’affondava drento ’r dente, ripulite di guscio e di pécchia — di passiensa ce ne volea parecchia — erin pronte per mette nella pentola. Sprissavin
le faville colla ventola, le tùllore bollivino spedite, cocevin dorci sane e saporite: una minestra bona e nutriente, gostava
pogo, ansi, guasi niente. Partivin tutti ’ontenti i mmontanini cor mulo carïo, oppur co’ bbaroccini, e co’ ssacchi arivavin ar mulino in
du’ s’erin porti un fiasco di vino. Ir mulino era grande e antìo, ir mugnaio un omo che ’un vi dîo. Insieme raccontavino le storie, rinvivivin le su’ vecchie memorie davanti ar fòo che allegro scoppiettava mentre vicin la macina girava. Là fora c’era l’umido
autunnale e
drento un calorin propio ospitale. Per noi ragassi erin caramelle, le ’astagnesecche grinsose e belle: facévimo anc’a bòtte per mangialle, l’andàvimo
a rubbà drento le balle. Po’ ripartivin carii di farina pressiosa profumata dorce e fina. E con lé, ci facevin tante ’ose i nnostri nonni, e assai gustose: pulenta, torta, necci e farinata eppò anco le frittelle e la vinata, robbine che mangiàvino d’inverno, e
ringrassiavin tutti ’r Padreterno che n’avea datto l’arbero più bello: ci potei fa’ la cesta e ’r corbello, ir cantorale, il letto e anco la bara, e infin, colle su’ rame, la bubbara. ____________________ Da su’ ma’: da sua madre, cioè dall’albero che le ha generate come
una madre genera i figlioli. servatïo: selvatico, nel senso di meno civilizzato di quanto lo
è oggi. sciogrà: da “sciograre”, scegliere. ’un era tanto facile mangià: procurarsi il cibo per vivere. si ’astravin: si castravano, cioè si incidevano con la punta di un
coltello perché, scaldandosi, il vapor acqueo che si formava all’interno non
le facesse scoppiare. mondine: caldarroste, chiamate così perché una volta abbrustolite,
per mangiarle si devono mondare. piccioletto: diminutivo di “picciòlo”, vinello ottenuto aggiungendo
acqua alle vinacce e torchiandole. ruszo:
ruzzo, voglia scherzosa di giocare e di divertirsi, qui riferito al parlare. orbào:
orbaco, antico nome dell’alloro. ballòcciori: ballotte, castagne lessate. bollivin lócchi lócchi e chiòcciori: bollivano a fuoco lento
(“locco” o “allocco” si dice di persona lenta, tarda) facendo un rumore simile
al richiamo della chioccia ai pulcini e cioè “chiò-chiò-chiò...” dorchini: diminutivo di “dórchi”, morbidi; dórco è pronuncia
vernacola di dolco, dolce, di cui è stato variato il significato in morbido. pécchia: la sottile pellicola sotto la buccia vera e propria che
avvolge la castagna. tùllore: castagnesecche lessate. montanini: montanari, ma di monti poco alti. bubbara: gran fuoco acceso all’aperto, sia per bruciare le
stoppie nei poderi, sia anche, la notte, per festeggiare qualche solennità religiosa. PIERO VA ALLA GUERA 1 A Piero n’arivó la
’artolina di presentassi ’r venti
a’ reggimento, piangeva la su’ moglie e la
bimbina, a tutti n’avea preso lo
sgomento. Era
scoppia la guera assassina e la pace fonita ’n un
momento. Piero abbracció
Francesca e Giovannina. «Pappà m’araccomando, state attento!» Dette
un’occhiata a’ ccampi e all’orticello, all’aia e alla stalla della
vacca: lascià così ognïosa ’un era
bello. Aveva un groppo ’n gola
e uno ar core, sentitte una manina nella
sacca, la su’ bimbina c’infilava
un fiore. 2 Piero camina solo per
la via, alle spalle ’r podere s’è
lasciato, s’è fermo anco a salutà
la sia che co’ ddiscorsi un po’
l’ha ’onsolato. Der su’
profumo ’r fior lascia una scia, l’ha preso e cóllo
sguardo accaressato e con ner petto già la
nostargia della giubba all’occhiello
l’ha ’nfilato. Passa innansi alla
’hiesa, ar camposanto, apre ’r cancello, cià su’
pa’ e su’ ma’, ni dice una preghiera
ritto accanto: «Se
di lassù vedete la mi’ pena, ’un mi fate morì lontan
driallà ma accanto alla mi’ Cecca
e alla mi’ Nena.» ____________________ Francesca e Giovannina: la moglie e la figlioletta. sacca: tasca, in questo caso
della giacca. ner petto: nel
cuore. cià su’ pa’ e
su’ ma’: ci ha suo padre e sua madre, sepolti nel
cimitero. driallà: di lì a là, cioè
chissà dove. Cecca... Nena:
nomignoli affettuosi per Francesca e Giovannina. IL LUNARDI Io mi rïordo, ’uando vado ’n piassa, di ’uer vecchietto co’
ccapelli bianchi che s’appoggiava tutto
sulla massa struciando ’n tera i ssu’
pieducci stanchi. Avea ’n sacca becchime
d’ogni rassa e arivavin i ppiccioni a
branchi, lu’ ne lo dava e ne facein
man bassa, po’ ni volavin tutti
’ntorno a’ ffianchi e si posavin anco sulla
testa. «L’ho finito», diceva
sconsolato. Ni facevin l’istesso una gran festa. Da un po’ di tempo ’un lo vedevo più a ciampeggiare sull’acciottolato. «’Un lo sapevi?... è morto anco lu’.» ____________________ massa: mazza, bastone. d’ogni rassa: di
ogni qualità. ciampeggiare:
ciampicare, da ciampa, zampa. SCENETTA AUTUNNALE La mondinara è torna
sulla piassa cor su’ caretto e ’r su’
cardan brucente, è segno che l’inverno è
ormai ’mminente, scende la sera e casca giù la
guassa. C’è intorno una leggera
nebbia bassa. «Mondine belle carde, forsa gente, compratele che ’un gostin guasi
niente!» Ni s’avvicina bionda una ragassa, ir fòo n’arossa ’r viso
ner buiore, e quanto è triste ’un ve
lo so dire. «Un cartoccino pieno, per favore.» «Brucin sempre, le lasci
stiepidire.» Le ficca ’n seno a riscardassi ’r core. «Quanto spendo signora? » «Mille lire.» ____________________ Mondine:
caldarroste. A UN BAMBORIN SARVATO Han trovo un bimbo nella spassatura, su’ ma’ l’ha butto via
quell’angiolino, l’han porto all’ospidale
con premura, per morì ni mancava un
caccarino. Erin du’ singarelli in
motorino che andavin a ruspà nella
lordura e l’han sentuto piange,
poverino. Per lu’ sarà davero una ventura? Speriamo che ’un rimpiangi
d’esse morto e possi ringrassià chi
l’ha sarvato, in questo mondo tórbo e
tutto storto. Ma anco se staman ci vedo
nero, morì drento ’r pattume
incassonato per lu’ era pogo bello...
son sincero. ____________________ un caccarino:
un’inezia, da càccoro, caccola. tórbo: torbido. LE MADONNE Quand’ar Papa ni fecin l’attentato, che ni forón la pancia e
le budella, Lu’ disse: «Io lo so chi m’ha
sarvato, la Madonna di Fatima, fu
quella! È stata la su’ man che ha
deviato le pallottore della
rivortella.» E quell’artre Madonne? ’Un han levato un dito per sarvanni la
’oratella? Quelle di Lùrdesse e di Montenero han fatto una figura un
po’ barbina, s’en lasce portà via ’r
merito intero. E io che mi credevo, o
sora Lola, e per questo mi sento
assai tapina, che la Madonna fusse una
sola! ____________________ l’attentato:
quello subito da Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981 in Piazza San Pietro,
quando venne ferito al ventre da due revolverate sparate da un turco. ni forón: gli
forarono. la ’oratella: la
coratella, termine qui usato in senso scherzoso per indicare il cuore,
considerato il centro della vita, e perciò la vita stessa. sora Lola: la
persona con la quale il narrante parla. I DDU’ CANI Un «lupo» era di guardia a
una villina, sempre legato accanto ar su’
casotto. Ogni tanto girava lì di sotto un artro can, che la
passava fina. Per lu’ non c’erin ossi né striscina, era randagio e propio
maridotto. Ir primo lo sfottea: «Che
vòi bassotto? Io mangio ciccia e la mi’ padroncina mi schiaccia perunfin
puce e pidocchi, mi fa lo sciampo
all’acqua di verbena...» Ir bastardello lo guardó nell’occhi: «Io ’nvece vado a letto sensa cena, faccio propio la vita de’
ppitocchi... ma ció la libbertà, e te
la ’atena!» ____________________ striscina: fettina di carne, braciolina. puce: pulci. LE CEALE E LE FORMÏOLE Cantavin le ceale sulle Mura, e le formïole lavoravin
sodo, era ’r momento della gran
calura e sulla panca mi trovai
con Lodo. «Cantate, sì, cantate fin che dura, po’ lo vedrete com’è duro
’r chiodo quando ’r tempo verà della
freddura!» le condannava Lodo in
malo modo. «La formïolina sì che va seguita, lé sì che dà l’esempio
der dovere.» Ni feci: «Ma che dici!
Nella vita t’ha sempre mantenuto la
tu’ Pia, hai fatto festa inverni e
primavere!» «Ma le ceale, Pia ’un ce l’hanno
mia!» ____________________ Lodo:
abbreviazione di Lodovico. com’è duro ’r
chiodo: com’è dura la vita. ’r tempo... della freddura: il tempo del freddo, cioè l’inverno. LA GUERCIA E ’R FIO Stavin accanto una
guercia e un fio, lé bella dritta e soda,
lu’ scosciato, storto, screpato e vecchio
che ’un vi dîo, e ’un si sapeva come
c’era nato. La guercia ’un facea che
coglionallo: «Ir tu’ legnaccio pare
pastafrolla, ’un è bono neanco a
lavorallo e par che sia der pane
la mirolla! Ir mio è duro peggio d’un
macigno, ci fan le bótte per
cognacchi e vini, l’armadi de’ ssignori e
anco lo scrigno pe’ ripònici drento i ssu’
quatrini.» Ir fio la sopportava e stava sitto, anco se ormai n’avea le
sacche piene, ni ci voleva tutta a
restà ritto e si tieniva drento le
su’ pene. Ma un giorno anc’a lu’ ni
scappó ’r miccio. «O chetiti un popò grossa
cogliona! Devi sapé che un fico primaticcio stussïa ’r palato a quarsiasi
persona. Alla tàula de’ re noi
siam presenti, de’ ccaliffi, surtani e
’mperatori, cardinali, nababbi e presidenti.
Tutti ci mangin e ci fan l’onori! Siam una favola, una sinfonia, i ppoeti ci fan i
mmadrigali per dà la fuga alla
malinconia. Le tu’ ghiande le mangino
’ mmaiali! E le mi’ foglie po’, per
soprapparte, enno famose anco nella
storia, nella storia più nobbile
dell’arte (e così ti ringolli la
tu’ boria), perché quelle l’usavin i ’
ppittori per coprì le «vergogne»
che viavìa avein dipinto ne’
ccapolavori, là per le chiese e anco
’n sagrestia. E come ceragina sulla
torta, abbiam datto ’r nome a quella
’osa... insomma voglio di’ per falla
’orta... te m’hai ’apito, quella
ch’è pelosa.» ____________________ scosciato: di un albero si dice
che è scosciato quando uno o più rami si sono spaccati presso l’attaccatura. screpato: screpolato. mirolla: mollica. ni scappó ’r
miccio: perse la pazienza, tipico modo di dire lucchese. le «vergogne»: le
nudità troppo spinte, che dipinte dai pittori del Rinascimento furono fatte
coprire al tempo della Controriforma appunto con foglie di fico. L’OVO QUADRO Ir coomero è tondo, è naturale, e l’ovo ovale sensa discussione, eppure han ditto che driallà ’n Giappone ni voglin da’ una forma cubitale per istivalli meglio ner cassone e spedilli ner mondo universale: ce n’entrerebbe assai più d’un miglione e si rispiarmerebbe un capitale. Una gallina un giorno l’ha saputo: arsó la cresta e fece: «Coccodè! Ascortate ’r parere d’un pennuto: ’un ne vo’ sentì artre, mondo ladro! ma dite all’inventore, ’un so chi è, che armen ci facci anco ’r culo quadro!» ____________________ cubitale:
cubica. istivalli... ner
cassone: stivarli nel container. LA GERARCHIA Prima di tutti vien ir Padreterno eppò Gesù su’ unico figliolo, lo Spirito Ssanto che scende ’n volo e la Madonna cor su’ amor materno. E quello è der Mondo ir gran governo. Procede san Giuseppe legnaiolo, con tutt’i ssanti che fórmino lo stuolo dell’esercito a loro subarterno. Comanda sopra a tutti sulla Tera sua santità ’r Pontefice romano, po’ vien de’ ccardinali la gran schiera, e ’r vescovo, ’r curato, ’r cappellano e per finì la lunga tiritera vien Gosto che son io, ir sagrestano. ____________________ scende ’n volo: com’è noto, lo Spirito Santo nella iconografia
cattolica è rappresentato in forma di colomba che discende volando. LA PANCHINA C’è una vecchia panchina sulle Mura di ’uelle misse ar tempo der Ducato, con sopra uno studioso appollaiato con libbri di grandissima curtura. È una panchina piatta e mórto dura fatta di marmo bianco un po’ venato che fa ghiaccià le chiappe al letterato, neocrassica di stile e di fattura. Accanto ce n’è un’artra ben tienuta, moderna e dalle forme riposanti, ma ’r sapienton la scansa e la rifiuta: ’un cia neanco un briciolo di groria, e fatta pe’ sedecci l’ignoranti, lu’ ’r culo vor posallo sulla Storia! ____________________ Ducato: il Ducato di Lucca, istituito dal congresso di Vienna
sul territorio dell’antica Repubblica e dato nel 1817 a Maria Luisa dei
Borboni di Parma. Alla sua morte, avvenuta nel 1824, passò al figlio Carlo
Lodovico, che lo cedette al granduca di Toscana nel 1847. IR VESTITO NOVO Ir Bini era ridotto propio male, ’un ciavea un sòrdo e pativa sodo, la giubba tutta bui tale e quale come la pancia d’un colin da brodo. I ccarsoni erin conci uguale uguale come l’avesse graffi tutti un chiodo e ’r cappello pareva un orinale. Solo ’ ccarsini l’avea sempre ammodo. L’artro sabbato vinse un ambo al lotto e si vorse comprà ’r vestito novo, si presentó ar negossio ’osì ridotto. «Di che colore lo volete, Bini?» «Com’ene ene! ’un fa’ lo sciabigotto, mi basta che s’intoni co’ ccarsini!» ____________________ Com’ene ene:
com’è è, fa lo stesso. BELLO RICCO E BONO L’artro giorno Rosina ha partorito. La gente dice: «Oddio che tesorino! è propio un amor di bamborino, uno più bello ’un è mai esistito.» Ieri ha sposato Gino di Sanvito. È tutto scatenato ’r popolino: «Che omo ricco! Dicin perunfino che ciabbi un ariopran... Oh che partito!» È un piange-piange ’n casa der sor Nello. Oggi è morto su’ pa’... «Com’era bono! Sarà volato ’n cel come un ugello.» E giù discorsi sullo stesso tono. Insomma in concrusion chi nasce è bello, chi sposa è ricco e chi more è bono! SEGONDO ’N CHE DÀ Sonava meszogiorno all’Annunsiata, un profunin sortiva da una porta di ssuppa di verdura prelibata: Teresa ’n sulla pentola era assorta. Passó Giovanna ch’era assai affamata, infreddolita e anco stracca morta, quando sentitte che l’avein chiamata: «Passa un po’ ’n casa, come l’artra vorta.» Teresa nella pentola rumava, una goccia dar naso ni pendeva: Giovanna stava attenta e la fissava. La goccia spenszolava ’n qua e ’n là ner mentre che Teresa la ’nvitava: «Resti con noi a mangià? » ___________«Segondo in che dà!» ____________________ l’Annunziata: una
chiesa vicina. Segondo in che dà: secondo dove va a cadere la goccia
spenzolante dal naso di Teresa, se dentro la pentola o fuori! LA MI’ OMBRA Un giorno la mi’ ombra disse: «Basta! Anch’io vo’ diventà di sangue e carne, anch’io voglio mangià ’r pan e la pasta, la bistecca, la lepre e anco le starne! Beve ’r vin bono e gioà a canasta, dammi all’affari per fa’ ssòrdi e farne un sacco una sporta e una catasta! Piglià baci e caresse, eppò ridarne, vestimmi ben e andà per la mi’ strada, staccammi dar tu’ corpo che m’è stretto e libbera girà per la ’ontrada.» «Hai voglia te! A me ’un mi servi un cazzo. Se vòi troviti pure un artro tetto e vivi la tu’ vita e ’r tu’ sollazzo.» _______ Sparitte come u’ razzo! Ma se prima ’un aveva ’onsistensa, ora perdette propio l’esistensa. LA DOPPIA PROBABBILITÀ Una ragassa degna di rispetto tutte le sere prima di spogliassi, perché si sa, c’e pogo da fidassi, andava a da’ un’occhiata sotto ’l letto, e lo faceva in modo circospetto: ner mondo c’en tant’òmini gradassi che cerchin delle vorte d’infilassi sotto ’ llensoli ’n cerca dell’affetto. Fece l’istesso nsino a quarant’anni, sempre guardava e ’un c’era mai nessuno! E lé buava sola sotto ’ ppanni. Finché, come mi disse ir sor Seghetti, sensa rifacci su commento arcuno, andó a cercà una stansa con du’ letti. ____________________ buava sotto ’
ppanni: s’infilava sotto le coperte. LA PASSORINA Che freddo che facea ’uella mattina! ar capannello ’un ci si resisteva, Gostin tremava, la passava fina: «Armen sparassi, nulla porca Eva!» ’Un volava neanco una cincina. Ora s’arsava, ora si sedeva... Po’ tornó a casa duve’era la su’ Gina che lo guardava e se la rideva: «Allora com’è ita stamattina?» «’Un me lo di’, se c’eri congelavi, e neanco un chiuìn, porca succhina!» «Era meglio, Gostin, se m’ascortavi... Se stavi a letto ’on me una passorina, e anco bella carda, la chiappavi!» ____________________ cincina:
uccellino piccolissimo. chiuìn:
chiuino, altro uccellino molto piccolo. L’AVVENIRE DIETRO La fortuna, ’r destino o la natura con certi en generosi e scialacquoni, con artri si comportin da birboni e ni rendin la vita assai più dura. È ’r caso per esempio dell’Artura, che han fatto nasce male e sensa doni, come palanche bellessa e bravura, e ni va tutto storto e a rotoloni. Però una ’osa armeno ne l’han datta e qui ’un ci piove, è chiaro come ’r vetro, grossa rotonda e propio assai ben fatta. La vedin tutti e ne lo disse Pietro tirandoni ner culo una gran patta: «Te ciai un grand’avvenire, e l’hai didietro!» ____________________ patta:
colpo dato a mano aperta, pacca. SI PIEGAVIN ANCO La farmacia han chiuso de’ Pelosi staman all’otto i ccarabinieri. C’erin davanti un branco di curiosi e si mostravin tutti assai severi. Commentavin la ’osa un po’ chiassosi: «Che han fatto?» domandava l'Argentieri. «Affari certo assai delittuosi!» «Vendevin già scaduti i ccristeri!» Passó una donna ’ncinta: «Sciagurati! ’un c’è propio più nulla da fidassi, anco i ppreservativi già buati...» E un vecchio ’nvelenito tutto bianco, ghignando fra du’ denti sgangherati: «...Che doppotutto si piegavin anco!» ____________________ tutto bianco: di capelli, con i capelli bianchi. TE MANGI E IO PAGO Alla mensa aziendale
dell’ospedale di Lucca i dipendenti potevano (nel 1987) consumare un pasto
completo con la bazzecola di 1500 lire, con menù a base di «penne al salmone,
hamburgher in salsa spinacina, fusilli alla siciliana, pollo con salsa tartara»
(dal giornale Il Tirreno del 6 novembre 1987). Con mille e cinquecento lirettine ho fatto un’abbuffata che ’un vi dîo, piatti abbondanti e robbe sopraffine: se andate fora, ’un ci mangiate un fio! C’era l’amburgo ’n sarsa spinacina, le penne ar sarmoncin der Canadà, pollo alla moda tartara o di Cina, fusilli di Sicilia, o giù di là. Io son l’addetto delle pulissie, ma c’erin pure gente artolocate che s’erin porte dietro anco le sie! Ho visto nsino un gran professorone mangiava ’ ggamberetti a palettate, tanto, diceva, paga Pantalone! ____________________ amburgo:
hamburger. nsino:
persino. LA
’MMUNITÀ PARLAMENTARE «Io ció la ’mmunità parlamentare,» un deputato disse ar confessore, e per decensa ’un vi diró ’r colore, «e se ce l’ho la posso anco sfruttare, sennò che me l’avrebbin datta a fare? Sensa portanni offesa all’elettore, ne lo ’onfesso propio con candore, da ’uarche tempo ho ’r vissio di rubbare.» «Ir tu’ discorso ’un fila e ’un è bellino,» fece ’r curato co’ riprovassione, «mettelo pur di dietro ar popolino ma se ti preme avé l’assolussione, visto che ’r tu’ curato è poverino rimedjni anch’a lu’ quarche miglione,
ché casca ’r cornicione, piove dar tetto com’un colabrodo e ci vole un asilo fatto ammodo.
Siccome, e viengo ar sodo, a me la ’mmunità ’un me l’han data, fammela te per me quarche rubbata.» ____________________ Questo sonetto volle essere una satira in chiave
caricaturale di un’istituzione della quale alcuni, nell’Italia di «tangentopoli», approfittarono senza scrupoli. casca ’r cornicione: si riferisce ai lavori di restauro di
cui ha bisogno la chiesa. QUANTO CI GOSTIN! Onorevoli, gratisse ’r barbiere e gratisse per donne ’r parucchiere, gratisse anco ’r treno e l’ariopran, gratisse ’r cinema per vedé Tarzàn. Arigratisse le telefonate, lo stadio per assiste alle pedate, niente pedaggio in sull’autostrade a sfreccià per le ’ampagne e le ’ontrade. Guasi nove miglioni in fond’ar mese più, si ’apisce, i rimborsi spese, palanche a’ pportaborse e a’ ggaloppini e per istà in arbergo, poverini. Quatrini per servissi der tassì e anco per andassi a divertì co’ vvoli aerei internassionali. E ’nsomma cianno rotto li stivali! ____________________ Dal settimanale Epoca del 6 novembre 1991: «stipendio mensile dei parlamentari, netto lire
8.774.000; rimborso mensile spese ‘portaborse’ lire 3.500.000; rimborso
mensile spese di soggiorno a Roma lire 3.000.000; rimborso spese taxi lire
2.250.000 ogni tre mesi; per voli internazionali e viaggi di piacere (i
viaggi aerei interni sono gratuiti) lire 4.000.000 all’anno». Tralascio altri privilegi minori, e ricordo che
le cifre di cui sopra si riferiscono al 1991. gostin:
costano. alle pedate: alle partite di calcio, gioco che consiste appunto
ner dar pedate al pallone. LA TANGENTE Questo sonetto fu
scritto nel 1992, quando a Milano il giudice Antonio Di Pietro aveva aperto
una clamorosa inchiesta riguardante un vasto giro di «tangenti»,
ovvero di denaro versato illegalmente a partiti politici e pubblici
funzionari allo scopo di ottenerne favori. Tangente vien chiamata in giometria una linea che tocca appena un cerchio. A Milan voglin di’ ’nvece che sia, (ma anco qui da noi ndu’ scóre ’r Serchio) della politïa grande rubberia, un araffà con impeto soverchio. Ora Di Pietro vor fa’ pulissia: ir diàule fa ’r tegame e no ’r coperchio! Dicevin que’ mmarpioni assatanati: |