Giacomo Paolini

poesie in vernacolo lucchese

tutti i diritti sono riservati

_____________________

NOTA DELL’AUTORE

Ho privilegiato la pronuncia piuttosto che la grafia ortodossa, e quindi ho scritto ciài, ciànno, ciandàvano... per ci hai, ci hanno, ci andavano... seguendo in questo l’esempio di illustri poeti dialettali quali il Trilussa e il Belli.

Ho cercato di ridurre l’uso degli apostrofi in sostituzione di lettere mancanti, mettendoli comunque quando si può generare confusione, come nell’avverbio ’un (non), ma eliminandoli negli infiniti tronchi della seconda coniugazione (esse per essere, mette per mettere...).

Un cenno sul rafforzamento sintattico, fenomeno che esiste anche nella lingua, legato al bisogno di rendere più armonioso e musicale il discorso, e che consiste nel raddoppiare, ma soltanto nella pronuncia, la consonante iniziale di certe parole. Basti dire che l’ho reso graficamente allorché si discosta dalla regola della lingua italiana. Per esempio ho scritto i vvecchi, i ppoveri (e non: i vecchi, i poveri) perché in questo caso è peculiare del vernacolo lucchese. Ma al contrario ho scritto sporte e canestri (e non: sporte e ccanestri), torno a casa (e non: torno a ccasa), perché qui è conforme all’italiano.

Le poesie sono il frutto dell’osservazione della vita nei suoi aspetti più vari, di ricordi anche lontani, della vox populi e della fantasia. Ci sono cose comiche e qualcuna anche triste, un po’ di satira, scenette, bozzetti, e anche un pizzico di erotismo.

Buona lettura.

TRE FEBBRAIO

San Biagio, c’è la festa a Carignan, 

le gente córin tutte a venerallo

e anco la mi’ nonnina ha ditto «Andiam

che la mi’ amica cià ammassato ’r gallo!»

 

un se la piglia nulla e va pian pian,

io ’un vedo l’ora d’arivà a mangiallo!

Chiappo le gambe e scappo via lontan,

alliccio sodo meglio d’un cavallo.

 

Tira un ventaccio ditto di san Biagio.

«Che fai», la sento urlà, «mi lasci sola?

un avé furia, va’ un popò più adagio...

 

O da du’ pigli? mîa chiappà di là...

innansi in chiesa a segnassi la gola,

prima l’anima e doppo ’r mangià!»

____________________

alliccio: da allicciare, accelerare, correre velocemente; deriverebbe dal linguaggio dei tessitori che facevano passare, velocemente, l’ordito della tela attraverso i licci.

di san Biagio: un freddo vento di nord-est, così chiamato dal popolo perché di solito in quei giorni soffia particolarmente forte.

mîa chiappà di là: bisogna prendere da quella parte; mîa è fortissima contrazione di misogna, bisogna, nel senso del latino oportet.

segnassi la gola: era pia usanza farsi segnare la gola dal prete, che vi accostava due candele accese e incrociate, pronunciando parole propiziatorie per tenerne lontani i malanni.

  

VENTUN GIUGNO

San Luigi, gran festa a Formentale:

un odorin di sugo e di sfogliate

e di ’otolette arosto di maiale

trabocca dalle ’ase. Affaccendate

 

le gente spargin fiori ner viale

e stendino le ’operte ricamate

per quando passa ’r prete cor pievale,

la ’ompagnia, e le donne agghindorate.

 

Sonin le ’ampane, chiamin alla messa,

la ’hiesa è piena grima e ’mmantinente

l’organo attacca in do ch’è una bellessa.

 

L’incensi e le preghiere salin su,

for dell’uscio c’è un sole acceènte...

San Luigin ci guarda di lassù.

____________________

Formentale: paese sopra un monticello a ovest di Lucca.

le ’operte: le coperte, per dire: copriletti, lenzuola e drappi in genere che venivano stesi lungo il percorso della processione.

pievale: piviale.

la ’ompagnia: la confraternita della parrocchia, i cui membri partecipavano alla processione incappati.

agghindorate: agghindate, per le grandi occasioni.

grima: gremita.

acceènte: accecante.

 

VENTIUATTRO AGOSTO

Ir prete cià menato a Formentale

per la festa di san Bartolomeo,

per la via cià chiappato ’r temporale,

tonava e lampeszava sur corteo.

 

Parea torno ’r diluvio universale

e ci vedevo peggio che d’un ceo.

Si buó tutti bagni ’n un casale

finché riviense ’r sole sensa un neo

 

e ciasciugó le cappe ’n un balen.

Ciavevo ’r fratellin a caribicci

e ’r core mi batteva sensa fren.

 

Arancavo driassù per erti poggi,

e ’r prete a urlammi: «È tardi, mîa ’he tu allicci!»

Guarda se dovea piove propio oggi!

____________________

sur corteo: Formentale aveva due feste importanti, san Luigi e san Bartolomeo, allorché salivano lassù alcuni parroci dei paesi vicini portandosi dietro un allegro corteo di chierichetti.

le cappe: le cappe bianche dei chierichetti.

a caribicci: a cavalcioni sulle spalle, con le gambe una da una parte e una dall’altra del collo e penzoloni sul petto.

driassù: di lì a su, cioè verso l’alto.

mîa... allicci: vedi le rispettive note al sonetto «Tre febbraio».

 

EN ARIVI LI SCIORTI

Questa poesia fu scritta nel 1971, quando per la prima volta vennero di moda gli shorts per le donne.

 

Ciabbiamo l’esprosione delli sciorti,

dar vórgo detti anco ’arsoni ’orti:

è l’utima trovata della moda,

una trovata propio bella soda.

 

En fiorite le ’osce a primavera,

enno spuntate da mattina a sera

a un ordine venuto da Parigi:

via le sottane e ’ vvestiti bigi!

 

luce alle parti delïate e belle,

luce der giorno e anco delle stelle!

Enno sbocciate ’nsieme alle viole,

solletïate già dar primo sole.

 

Coscione lunghe che un fonite mai

colle gioie portate anco ’ gguai,

coscette magre somigliate a stecchi,

quelli ’nfilati drento ’ llecchi-lecchi,

 

coscione corte ma piantate bene

un c’è rimedio alle vostre ’atene,

cosce dritte ’ome òmini di legge

o inarchite ’ome stanghe di tregge.

 

Anco Lucca ch’è tutta murata

e da pietre e matoni soffoata

ha ’osì uto la su’ fioritura

come fora anco drento le mura,

 

ha risposto alla rosa e alla giorgina,

ar fior der piano e a quello di ’ollina

cor fior di gambe delle su’ ragasse

sciorinate per le strade e le piasse

 

a rischiarà di fresca primavera

ir su’ buiore e la su’ bigia sera.

Più d’una pietra s’è scandaliszata

e quarcunartra s’è anco rivortata,

 

più d’un palasso c’è mancato un fio

che ’un cascasse con gran trebestìo,

più d’una ’hiesa a ’hiesto a’ ssu’ prelati

che l’areggessin forte ’ome dannati,

 

più d’una tore s’è piegata giù

ched’è un miraolo s’è ritorna su.

A tutti n’arcigarba di guardalle

sarvo po’ mugugnà dietro le spalle

 

da san Mïele a piassa der Collegio

contro ’ ttempacci rei di sagrilegio.

Se tornassin i vvecchi d’una vorta,

si sente di’ alla gente un po’ stravorta.

 

Un è anco nulla! è quando ’n piassa Grande

andran a giro sensa le mutande!

Di ’uesto passo ndu’ s’andrà a cascà?

Beviamci sopra,un mi ci fa’ pensà.

 

Di ’uesto passo un succede niente,

solo si sfoga un po’ di più la gente,

ir mondo ’ambia e sempre resta uguale

con ir su’ bene e anco cor su’ male.

 

A tutto ci s’avvessa piano piano,

dalla ’arossa ar treno all’arioprano

e quer che oggi pare eccessionale

doman è già la ’osa più normale.

 

Ir mito della donna se ne va

ma resta sempre la su’ realtà,

ir su’ mistero s’è un popò sbiadito

ma pensa ancora a trovà marito.

 

Un è più l’esser fragile e ’ndifeso

ma quer che cià è sempre assai ’onteso.

Aria alle ’osce dunque e così sia

e a chi ’un ni garbin vagghi ’n sagrestia!

____________________

murata: intendi: cinta di mura.

trebestìo: fracassìo.

 

LA PUPPORONA

Sur piedistallo te ne stai tranquilla

colla tu’ bella pùppora di fora,

allegra sotto te l’acqua szampilla,

la piglia la ragassa e la signora.

 

Si ferma la vecchina sempre arzilla

coll’amica a di’ male della nora,

una bimbina che la sete assilla

si butta sullo spìscioro e l’onora

 

d’una bevuta che ’un finisce mai.

Du’ todesche ci sciacquin mela e pera,

di cani e gatti c’è sempre un viavai.

 

Te guardi tutti da unsouanti anni

e n’hai contate, da mattina a sera,

di chiacchere, di risa e d’affanni!

_____________________

La Pupporona: statua marmorea così soprannominata dal popolo lucchese perché mostra una poppa (pùppora) scoperta, si trova ad abbellire piazza san Salvatore e fa parte di una fontana neoclassica.

spìscioro: zampillo; deriva da pisciare, perché lo zampillare dell’acqua richiama quell’azione.

todesche: tedesche, per dire turiste straniere in genere, che durante la bella stagione affollano Lucca.

mela e pera: mele e pere, ad imitazione del plurale neutro latino.

 

LETTERA DALL’AMERÏA

O mi’ sorella cara Concettina,

mi son arsata male stamattina,

ció un groppo ’n gola duro a digerissi

e ’un val pregà i ssanti e ’ ccrocifissi.

 

Era meglio se stavo ar mi’ paese

e ’un so capacitammi che mi prese

quando fu che moritte ’r mi’ marito

e mi lasciai convince dall’invito

 

de’ mmi’ figlioli ormai amerïani:

«O che ci fai lì sola come ’ ccani?

nella tu’ ’asa sensa più ’r calore

dell’omo che ti dette ’r prim’amore.

 

Vieqquì con noi,un te ne pentirai,

c’en tante belle ’ose o ma’, vedrai!

Ti tratterem con tutti ’ ssagramenti

e ti sarem per sempre rïonoscenti.»

 

Sento la nostargia della mi’asa

— viavìa vammici a da’ una slessorata —

mi garberebbe rivedé i’ ritratto

der mi’ Pellegro che se l’era fatto

 

fra una fadiga e l’artra della guera,

ched’è ’n saletta sopra la tegliera

ne li porti du’ fiori ar cimitero?

que’ ggiallini che crescin sotto ’r pero.

 

Avrei piacé di caressammi ’r gatto

che mi par di vedello leccà ’r piatto

o te, trattelo ben m’araccomando,

danni un cicciottorin di quando ’n quando,

 

d’andà ner bosco a coglie du’ cimìgliori

di ’uelli novi per portà a’ cconìgliori,

ribemmi l’acqua della polla grande,

risciacquammici anco le mutande!

 

— per piacé, me ne mandi un par di para?

che ’un siin però di robba troppo chiara.

Bella mi’ acqua! o te com’era bona,

così spurghente, fresca e chioccorona!

 

Ché tutti ’uesti lussi ’un mi stan bene

e ’nvece di levà crescin le pene.

Vorei tornà a aggiaccammi ner mi’ letto

— ci piove più? l’han accomòdo ’r tetto?

 

Buttammici la sera stracca morta,

la mattina sentimmi ’ome risorta.

Qui ’ mmaterassi cian drento l’anguille,

ti ci rivorti cento vorte mille!

 

Un m’è riscito mai fa’ una dormita

bella profonda lunga e saporita.

O mi’ sorella cara Concettina,

mi trattin bene com’una regina,

 

siam propio ner paese di Bengodi

che ’ qquadri stan attacchi sensa ’ cchiodi,

mi lustrino le scarpe i sservitori,

mi fan la riverensa anco ’ ddottori.

 

Io sto a guardalli com’una citrulla:

o sciabigotti, chi vi chiede nulla!

Son come un luccio rifinito ’n tera

che manca pogo e ariva ar sigutera.

 

Vorei ridoventà una poveraccia

e rivedemmi la mi’ gente ’n faccia.

Stan tutti ben i ttui? e ’r tu’ marito

a potammi l’ulivi c’è anco ito?

 

E ’un vi scordate di ramà le vitie.

E le tu’ spose en sempre tanto stitïe?

Le mie qui parlin turco a tutt’andà

sicché ’un si por neanco bisticcià!

 

O mi’ sorella Concettina cara,

la lontanansa è una ’osa amara.

A me mi garba sta’ duve son nata,

son vecchia e c’ero troppo abbituata,

 

c’ero attacca propio come l’éllora,

come s’appiccïa ar muro una ciortèllora.

Un giorno o l’artro mi vedrai tornà,

a’ mmi’ figlioli ni dispiacerà

 

ma la su’ mamma è meglio che sii viva

anco lontana sur un’artra riva

che morta steccurita ar Gringardèn,

come lo chiamin qui chi parla ben

 

ir cimitero di ’uesta città,

ir perché propio ’un te lo so spiegà.

O Concettina c’è una pulissia,

un ordine che pare giometria,

 

o Concettina tu vedessi incanto,

ma me ’un mi ’ompra, è sempre un camposanto!

E a te la sciorta t’è più ritornata?

Tanti saluti dalla tu’

                                          Nunsiata.

____________________

viavìa: ogni tanto.

slessorata: da slessorare, togliere le léssore, le ragnatele.

cicciottorin: pezzetto di ciccia.

cimìgliori: cime di giovani frasche.

conìgliori: conigli.

spurghente: spurgata, pura.

chioccorona: garrula, che sgorgando fa chiò-chiò-chiò.

aggiaccammi: da aggiaccarsi, stendersi, sdraiarsi.

sciabigotti: stupidi, gonzi.

ar sigutera: alla morte; dal latino sicut erat, così com’era, e quindi ora non è più.

stitïe: stitiche, qui nel significato dialettale di noiose, pignole, esigenti.

parlin turco: per dire che parlano una lingua a lei sconosciuta.

l’éllora: l’edera.

ciortèllora: lucertola.

steccurita: stecchita.

Gringardèn: dall’inglese Green garden, Giardino verde, nome dato al cimitero del luogo.

 

IR FIUME DI NOSSANO

È bello, è grande, è propio tutto ammodo,

e ve l’ho a di’? quando lo vedo godo,

ci starei sempre, anco un giorno sano

a guardà ’r fiume che passa da Nossano.

 

Vien giù da’ mmonti della Garfagnana

e prima d’arivà qui nella piana

ha voglia lu’ di scende e brontolà!

en tanti i pponti che ci ha da passà.

 

Ir Serchio, dicin sempre i nnostri vecchi

e quando parlin, io son tutt’orecchi —

era più bello a’ ttempi d’una vorta,

ma ora quell’età purtroppo è morta.

 

Quand’era estate tutti i nnossanelli

grandi e piccini, fussin brutti o belli,

sulla rena s’andavin a sdrià

e doppo ’r bagno, stavin lì a ciaccià.

 

E pigliavin così la tintarella

come quelli che fan la vita bella

in sulle spiagge là della marina,

sensa fa nulla tutta la mattina.

 

E c’erin tanti pesci, propio a sfa’!

e le gente l’andavin a pescà

e anco ’ ppoverini si sfamavin

quando c’era miseria e ’un lavoravin.

 

L’acqua era bella chiara e no ’nquinata

e ne potevi beve una panciata!

Le donne ci sciacquavin ir buato

che vieniva pulito esagerato.

 

I ccontadini spesso ci portavin

— perché una vorta qui li cortivavin —

la canapa e anco ’l lino a macerà,

che po’ le mogli li dovein filà.

 

E vedevi sbracciassi i renaioli,

mentre cantavin come rosignoli,

a sbatacchià la rena ner crivello

fra una bevuta e l’artra di vinello.

 

L’artro giorno però un vecchio ha ditto,

a me che l’ascortavo sitto sitto,

che qui una vorta viense l’alluvione:

di que’ llavori, una disperassione!

 

Veniva l’acqua propio a più non posso,

parea che ’r celo ni ’ascasse addosso,

e di paura ne presin propio tanta

una notte a novembre, ner quaranta.

____________________

Nossano: Nozzano, paese nella piana fra Lucca e Ripafratta, dove si trova un bel castello medievale.

rosignoli: usignoli

 

I PPERSONAGGI DELLE ’APANNELLE

A me mi garba ’uando vien Natale

che tiro fora dalli scatoloni

in nella càntera der canterale

duv’erino rimasti boni boni

 

i ppersonaggi delle ’apannelle

che me li regalón i mmi’ parenti

insieme a tante artre ’ose belle

d’oro, d’argento, rosse e lustrenti.

 

Quando li scarto propio mi vergogno

d’avelli lasci chiusi per un anno.

Che avran fatto lì drento? Avranno sogno

d’esse presi da Erode ir gran tiranno?

 

I Re Magi mi guardin ingrugnati

coll’oro in man, l’incenso e anco la mira.

L’angioli ’nvece en sempre addormentati...

ma se si sveglin temo la su’ ira!

 

Po’ c’enno du’ pastori un po’ piccini

coll’agnelli alle spalle appena nati.

Saran morti di fame, poverini?

Ma no, che dîo!... risento i ssu’ belati!

 

Ir falegname, ir fabbro e ’r muratore,

ir sarto e la donnina al lavatóro

parin tutti distrutti dar dolore

per avé perso un anno di lavoro.

 

E sopra un ponticello di matoni

c’è un omo con un sacco sur miccino

con du’ toppe attaccate su’ ccarsoni

che porta ’r grano a macinà ar mulino:

 

ha voglia d’aspettà, per mangià ’r pane!

E ner campo riveggo ’r contadino

accompagnato sempre dar su’ cane.

Sarà stato ’r digiuno... è più magrino!

 

San Giuseppe mi pare un po’nvecchiato,

m’accorgio che ’un cià più ’r bastone in mano.

Che n’avrà fatto, in du’ l’avrà lasciato?

E ’nvece la Madonna,un pari strano,

 

un è cambiata nulla, è resta uguale,

sempre l’istessa mamma dorce e bella

come quandoentró ner canterale...

anco se ’nfreddolita e poverella.

 

E ’r bove e l’asinello? mi direte.

Ir bove ho l’impression che sia arabbiato

e l’asinello par che abbi sete,

ma lu’ all’angherie c’è abbituato.

 

E finarmente nella capannella

in sulla paglia c’è Gesù Bambino,

sur tetto sprende la cometa stella,

’un ho ’r coraggio di guardà ’r Divino.

 

Mi par che dici: «Perché m’hai ’ncartato,

e misso in una scatola in prigione?

Ir Sarvator der mondo iscatolato,

rinchiuso ar buio sensa una ragione!

 

Per un anno la vita m’hai ’nterotto.»

Io vorto l’occhi e Lu’ mi guarda bono,

soride e fa: «Che pensi, sciabigotto!

Dammi un bacin e doppo ti perdono!»

____________________

le ’apannelle: le capannelle, come veniva anche chiamato il presepio.

càntera: cassetto.

canterale: canterano, comò.

lustrenti: luccicanti, splendenti.

mira: mirra, uno dei tre doni portati a Gesù Bambino dai Re Magi.

lavatóro: lavatoio per i panni.

miccino: asinello.

ha voglia d’aspettà: infatti dovrà aspettare un anno, il tempo in cui è rimasto chiuso nello scatolone.

sciabigotto: stupido, grullo, babbeo; caratteristica parola lucchese di etimo incerto, ma potrebbe derivare da sciapito e bigotto.

 

CHE OR’È ?

«Che or’è, che or’è?»

                    «Ma che t’importa a te?

È l’ora che tu’ un rompi più ’ ccoglioni,

che me n’hai rotti ventitré miglioni

dar giorno ’he ti sposai, poverammé!

 

È l’ora ch’era glieri alla stess’ora

e che sarà l’istessa anco domani,

per i llucchesi e per i ssiciliani,

così e sempre per mill’anni ancora.

 

È l’ora che tu vagghi a lavorà

e che ’un iresti lì a grattatti ’r culo

e ’un t’impunti sempre com’un mulo,

è l’ora ’he la finisci di ciaccià!»

 

«Che or’è, che or’é!»

                    «Perché lo vòi sapé?

Spunta ’r sole e doppo vien la sera

così d’inverno come a primavera,

anco se te, Cesira, ’un sai che or’è!

 

È l’ora ’he tu la smetti di cantà,

di tienì arta la televisione,

di fumà sempre peggio d’un tissone,

di fammi aspettà un anno per mangià!

 

È l’ora che io ‘mpari ’r karatè

per troncolatti l’osso der groppone,

e ch’io la smetti d’esse ’osì coglione!

Ecco che or’è. Ora lo sai anco te!»

 

VENDITORI DI STATUINE

I ddu’ vecchi sedevin sulla panca,

Vittorio lercio e sensa una palanca.

Donato tiró fora da una sacca

quarche diecino colla mano stracca

 

(lu’ era misso tutto perbenino).

«To’, vattici a trincà un bicchier di vino.»

«Amico, io ti ringrassio per davero

perché so’ resto propio sottoszero.»

 

«Ti rïordi ’uand’èrimo emigranti

a vende i ccristi, le madonne e ’ ssanti?»

«Fai la burletta se me lo rïordo!»

«Anc’allora eri sempre sensa un sòrdo.»

 

«Un mi riscitte mai di fa’ fortuna,

te ne vendevi sette e io nessuna.»

«Mi’ omo, era ’uistione di maniera,

io rivendetti tutt’in una sera

 

u’ reggimento di garibardini,

i ssette nani e tre gesubbambini,

una chioccia a sedé nsulle su’ ova

e un contadin che spaccava la ghiova.

 

Bisognava studiallo ’r compratore

e offrinni quer che ni chiedeva ’r core.

Te a ppreti ni mostravi san Martino

e a chi ’un ciavea figlioli un bamborino,

 

a un marito geloso la corida

che lu’ vede le ’orna e ’un si fida.

Per forsa che un vendevi un accidente,

ni davi ’r pan che ’un era adatto ar dente!

 

Ar prete, che ’ ssu’ santi ce l’ha già,

n’avei a scoprì du’ ’osce da guardà

d’una Venere o d’una ballerina

o quarche chiappa, quarche pupporina.

 

Alle drusiane ni facei dispetto

se vende ni volei per capoletto

la vergine Maria o la Madalena

e anco loro ti vortón la schiena.

 

E una vorta, sciabigotto che sei,

andasti a vende Cristo all’ebrei.

Lo dîo che ti guardavin di traverso,

e te ’un te n’accorgevi, ’un c’era verso!

 

E perdevi giornate belle sane

a porge ar miglionario ’r pesceane.

Ma si ’apisce che ’un te lo ’omprava,

perché vedeva che n’assomigliava.

 

Eri davero duro com’un mulo,

e ’ nneri li pigliavi per er culo

se ’n tutti ’ mmodi ni volei piantà

la statuina della libbertà.»

____________________

Venditori di statuine: erano i famosi figurinai che partendo dalla Lucchesia, in particolare dalle valli della Lima e del Serchio, dove i gessi venivano prodotti, si sparpagliavano in tutto il mondo.

palanca: antica moneta di rame da un soldo, che in molti luoghi ha acquistato il significato di denaro in genere.

misso tutto perbenino: ben vestito e curato nella persona.

sottoszero: sotto zero in quanto a soldi, cioè senza soldi.

ghiova: zolla di terra.

drusiane: donne di facili costumi.

la Madalena: la Maddalena del Vangelo, che anche lei era stata una drusiana prima della conversione.

’r pesceane: la statuina raffigurante un pescecane, sinonimo di certi milionari arricchitisi con guadagni illeciti.

sciabigotto: stupido, gonzo.

li pigliavi per er culo: perché l’integrazione razziale negli Stati Uniti era ancora lontana, e alla gente di colore molte libertà venivano di fatto negate.

 

IR SÌNDAO IMMORTALE

Di sìndai a Lucca ce n’è stati tanti

ma ’un li rïorda più guasi nessuno,

anco se tutti s’enno fatti avanti

per attirassi l’attension d’ognuno.

 

Sortanto un, s’è sarvo dar grigiore

per una ’osa che passà alla storia

fece anco un famoso imperatore

e di lu’ tutti serbin la memoria.

 

Lu’ prese la granata nelle mani

e urló che volea fa’ la pulissia,

sferó l’attacco contro ’ vvespasiani

e in un balen li spassó tutti via!

 

Ar mio mi c’ero propio affessionato

e mórto spesso l’andavo a visità,

da ’uer tempo ’un ce l’ho più trovato

tutte le vorte che vaggo ’n città.

 

Ma ’r sìndao rimanette duraturo

e ’r su’ rïordo ben arassodato,

tutti ’ llucchesi che la fan ar muro

da quer tempo ’un se l’en più scordato.

____________________

un famoso imperatore: Tito Flavio Vespasiano (9 d.C.–79 d.C.) passato alla storia anche per aver dato il nome ai pubblici orinatoi.

arassodato: assodato, consolidato nella memoria.

che la fan ar muro: che non essendoci più i vespasiani orinano accostandosi a un muro.

 

IR PRESIDENTE GRASSO

Da ’uand’è presidente der Consiglio

’un fa che predïà tutte le sere,

e vorei esse già lontan un miglio

quando rïomincia le su’ tiritere.

 

«Austerità!» ripete, e ’un batte ciglio

nell’annuncià le ’ose più severe.

Tirà la cinghia, è questo ’r su’ ’onsiglio,

dimentïassi ’r cacio colle pere.

 

Dice ’r mi’ nonno: «O che pretende ’uello?

perché ’un comincia lu’ a smagrà, io lai!

che cià ’r buszo più grosso d’un corbello

 

e du’ chili di lardo sur faccion.

Per parlà di digiuno te ’un ce l’hai

ir fisïo adatto, e Cecco ’un è un coglion!»

____________________

Ir Presidente grasso: si tratta di Giovanni Spadolini, noto oltre che per le grandi qualità di studioso anche per la sua pinguedine, che fu Presidente del Consiglio dal giugno 1981 al novembre 1982.

Cecco: è il nome del nonno, quindi intendi: Cecco, cioè io, non sono un coglione.

 

LO STRILLON DE’ GGIORNALI

C’era a Lucca un vecchio giornalaio

che vendeva ’ ggiornali per la via,

strillava le notissie, e a ogni guaio

ciaggiungeva la su’ fantasia,

 

così di luglio come di gennaio.

«È morto ’r tal de’ ttali... E così sia!

È stato sbudellato un usuraio...

Grandi progressi della chirurgia!

 

Han imbroglio ventisette persone!»

«Oddio davero? datimi un giornale!

voglio vedé quant’erino coglione.»

 

«Cinque palanche... ècchitelo fresco!»

E doppo, ir su’ discorso ’un era uguale,

perché strillava in tono più burlesco

                                 

_____________ e l’occhio birbonesco,

guardando allontanassi ’r sempriciotto:

«Urtim’ora!... N’hanno imbroglio ventotto!»

____________________

ventotto: come il lettore ha certo capito, il ventottesimo imbrogliato è lo stesso cliente che ha appena comprato il giornale, credendo alle fantasie ed alle esagerazioni dello strillone.

 

IR CACCIATORE

Mi piombó ner podere grosso e fiero,

bardato com’andasse all’equatore

a caccia di leoni, e un intiero

arsenale di ’artucce d’ogni ’olore

 

ni fasciavin la pancia, e ’r fucile

pareva una mitraglia... ta-ta-ta...

per ’un parlà delli stivali stile

esproratore di cent’anni fa.

 

«Sta’ attento a ’un treppiammi ’r seminato,

e ’un mi sparà sull’uva ’he mi rovini!»

Ma ’un sentiva ragioni ’uer dannato

e foco a volontà sull’ugellini.

 

Anco se li vedeva ’n paradiso 

sparava cinque córpi ’ngaszurito

e se cascavin lo vedevi ’n viso

contento matto e anco ’nsuperbito.

 

Come un bracco l’andava a raccattà,

si sperdevin ner parmo della mano,

s’erino appena stacchi da su’ ma’!

Li buava ’n catana piano piano.

 

Carïava lo schioppo un’artra vorta,

coreva a rimpiattassi nella fossa

e anco se la mira era un po’ storta

rïominciava la su’ caccia grossa.

____________________

treppiammi: calpestarmi, da treppiare, che deriverebbe dal francese antico treper.

’ngaszurito: ingazzurrito, molto eccitato, da ingazzurrire, entrare in gazzurro, cioè in festa, in brio. (O. Pianigiani)

stacchi da su’ ma’: staccati dalla loro mamma, nel senso che erano usciti dal nido da poco tempo.

catana: grande tasca posteriore della giacca dei cacciatori, che serve anche da carniere.

 

LOTTERIA

Un vecchiettin pesticcia sulla via

belando con una vocina spenta.

La su’ merce pòr fa’ la signoria

e accender la speransa in chi la stenta.

 

Sensa stancassi bercia una parola

com’un disco ’ncantato che si sia,

dice ’n sostansa solo: «lotteria!»

Guasi ugellino che nell’aria vola,

 

ariva della gente a stussicà

l’orecchi eppò s’infila nella testa.

E se vincessi? potrei fa’ ’r pascià,

addio lavoro, farei sempre festa!

 

«Venite qua, quell’omo sbadatello,

un mi sentite? è un’ora che vi chiamo!

vendetimi un biglietto fortunello,

no come l’artra vorta che era gramo.»

 

Ir vecchio si vortó un po’ stralunato:

«Son sordo e ció anco ’r torgicollo

e fa un freddaccio cane eppò dannato

e le mi’ scarpe en bagne e ho ’ ppiedi a mollo.»

 

Staccó un biglietto e ne lo misse ’n mano:

le sue erin tutte gronchie poverino,

le buó nella sacca der pastrano

doppo ave ’nfilo ’ ssòrdi ner borsino.

 

Rïominció a girà ’r disco: «lotteria!»

Così d’inverno com’a primavera,

quando ’r sole illumina la via

e allor che l’ombra scende della sera,

 

quando d’estate strugge anco l’asfarto

o ’r vento butta ’n tera ’ ccornicioni

o piscia l’acqua a tini giù dall’arto

finché ’un ha scarïo tutti ’ nnuvoloni.

 

Sempre ’r su’ grido attissa la speransa,

perché l’omo è fissato co’ quatrini,

a questi pensa drento alla su’ stansa

e questi ’nvidia sempre a’ ssu’ vicini.

 

A stento si stracìna per la via

con ir pacchetto de’ bbiglietti ’n mano,

monotono ripete: «lotteria!»

e continua ’ ssu’ passi piano piano.

 

C’è chi semina l’orzo e chi l’avena,

chi ’r vento, la zizzania e chi la guera.

Lu’ sparge lieve dietro alla su’ schiena

l’illusïone da mattina a sera.

____________________

gronchie: aggranchite dal freddo; deriva da granchio.

stracìna: strascina.

C’è chi semina...: sono modi di dire: «chi semina vento raccoglie tempesta», «seminare zizzania» ecc.

 

IR SERA ALLA FESTA DI SANTACROCE

Quattordici settembre Santacroce,

a Lucca c’è un festone che ’un vi dîo,

piovin le gente giù come le noce,

piglio le gambe e ci vado anch’io.

 

Da’ ppaesini della Garfagnana,

da’ bborghi sparsi là sulla riviera,

da ’uelli più vicini nella piana

arivin tutti per vedé la fiera.

 

I bbamboretti sartin qua e là

e balocchin davanti alle vetrine,

alle carcagna di su’ pa’ e su’ ma’

ni chiedin unsouante belle ’osine.

 

C’enno ’ bbanchetti ’n piassa san Mïele,

per er Fillungo e ’n piassa san Martino,

vendin toroni dorci come ’r miele

e frati, ciarde, menta e croccantino,

 

e gioattoli d’ogni ’ategoria,

e tegami, padelle e casserole,

e sbatacchin i ppiatti ’on allegria

e ti rimbiscariscin di parole!

 

Ti voglin vende l’urtime ’nvensioni,

dimostrin che fan proprio le faville,

ti spieghin bene tutte le ragioni,

che paghi cento ’uer che gosta mille.

 

Io partitti prestin coll’atobùsse,

ci stàvimo strippati ’ome salacche,

ti davin gomitate ’ome ci fusse

da ’onquistà per premio un par di vacche.

 

Appena scesi mi trincai un grappino

e doppo avé girato ar primo canto

mi ritrovai diritto ’n san Martino:

accesi una ’andela ar Vorto Santo.

 

Mi presi anco la messa e baloccavo

a mirà ’r nostro duomo ’osì perfetto,

guardavo dognïosa e ’un mi stancavo 

e l’organo sonava un ber mottetto.

 

E ’r coro che cantava lodi a’ ssanti,

canonichi vestiti tutti d’oro,

la gente che chiempiva tutt’i ccanti,

e ’r Vorto Santo cor su’ gran tesoro.

 

Mi parea propio d’esse asceso ar celo

e m’ero scordo ch’ero invece ir Sera

che tuttarpiù pole ascende sur melo

eppò a sgobbà peoroni sulla tera!

____________________

Sera: abbreviazione di Serafino, il protagonista della poesia.

unsouante: non so quante, per dire tante.

Fillungo: famosa, centralissima via di Lucca, deriva il nome dal castello di Fillongo in Garfagnana, appartenente ai Falabrina, che avevano case in questa via e sepolcri nella chiesa di san Cristoforo ad esse attigua.

frati: ciambelle fritte e zuccherate, che di solito vengono vendute all’aperto in occasione di feste e fiere.

duomo: quello di Lucca, dove si trova il famoso e veneratissimo crocifisso ligneo detto Volto Santo, oggetto della festa di oggi.

cor su’ gran tesoro: i ricchi ornamenti d’argento dorato con i quali, in questa circostanza, viene rivestita l’antica effigie.

peoroni: pecoroni, cioè chino e a testa bassa come le pecore.

 

TE FISCHIERAI

Quando c’era la festa ’i Santacroce

mi’ pa’ attaccava Lampo ar baroccin.

«Sveglia, si va alla fiera biricchin!»

Mi’ ma’, mi dava ’r pane colle noce.

 

I bbamboretti urlavin a gran voce

da Nave fino ’n piassa San Martino:

«Me lo ’omprate ’r fischio, quell’omino?»

«Oh, te lo ’ompro sì» e via veloce!

 

«Portatimi ’r fischietto ’uesta sera!»

e agitavin le mani apperassù.

«Diamine! sta’ siguro, aspetta e spera.»

 

Eppò ce ne fu un che sartó su

e porse i ssòrdi insieme alla preghiera.

«Te fischierai!» mi’ pa’ ni disse a lu’.

____________________

Lampo: è il nome del cavallo del babbo.

I bbamboretti: i bambini, i ragazzi.

quell’omin: i ragazzi lungo la via si rivolgono al babbo che guida il barroccino.

un che sartó su: un ragazzo che saltò sul barroccino per porgere i soldi al babbo.

 

IR DIPROMA

C’è un banchetto alla fiera che ti dà

un gran diproma tutto colorato,

che viene da un compiùtere sfornato

e la gente ne vole approfittà.

 

Ni dici ir tu’ cognome e decco là

l’origine stampata der casato

e l’òmini famosi ’he l’han portato.

Ognun guardava con curiosità.

 

Leggevin e restavino sorpresi

dinansi a quella bella pergamena:

tutti erin conti, principi o marchesi!

 

Andavin via impettiti ’ome tacchini,

guasi fussin doventi lordi ingresi,

colle su’ moglie e ’ ssu’ bamborini.

 

_________  Ma siccome, sor Gini,

n’era gostato giusto tre diecioni,

ir diproma l’avevin, ma di coglioni!

____________________

sor Gini: la persona a cui il narrante racconta la cosa.

tre diecioni: tre banconote da diecimila lire.

 

I’ RIMEDIO MIRAOLOSO

C’è un dottore barbuto là alla fiera

che vende de’ rimedi miraolosi

per i ddenti, la lùcciora, ’r colera...

e davanti cià pieno di curiosi.

 

Sbandiera i ssu’ dipromi e le medaglie,

rïonoscimenti e onorificense,

sputa parole come le mitraglie

e fa vedé pomate, erbe, essense...

 

Ma la ’osa davero eccessionale

è uno sciroppo per avé soccorso

contro ’r velen di vipora, ir quale

 

per sarvatti la vita basta un sorso.

«Quando va preso?» ni domanda un tale.

«Un momento prima che t’abbi morso.»

____________________

lùcciora: vocabolo antiquato, per ulcera.

come le mitraglie: al ritmo con cui sparano le mitragliatrici.

 

LA PULENTA

Evviva a te, pulenta gialla e carda

che sprendi sulla tàula come ’r sole,

fai vienì l’acquolina a chi ti guarda

e chi t’assaggia sempre più ne vole.

 

Ti sposi ben cor pollo e coll’ugelli,

ti fan la ’orte i ffungi e la sarciccia,

sei bona anco di più che de’ ttordelli

coll’ulivette amare e un po’ di ciccia.

 

Una vorta eri ’r pan de’ ppoverini

e siccome sei dórca e rinfrescante

ti mangiavin i vvecchi e ’ bbamborini,

e anco se ’r companatïo era mancante

 

eri bona l’istesso, io lai!

e riscardavi drento ’ ccontadini

e ni facei scordà un popò ’ ssu guai:

fadiga e mancansa di quatrini.

 

Innansi a te a céccia sur pancone

io mi rïordo ’uando la mi’ tata

fadigava a rumatti cor mestone,

nella cucina grande e affumïata.

 

Quarche brancata di farina gialla

buttata drent’all’acqua ner paiolo

quando le bolle venivin a galla

spingiute ’n su da un foco di guerciolo,

 

un ber foóne, brusta che acceiva,

èrimo rossi ’n faccia e si sudava

anco se fora la neve vieniva:

ti si guardava ’ontenti e s’aspettava.

 

Farina acqua e foco, artro un ci chiedi,

du’ bone braccia, è tutta la ricetta,

un paiolo tienuto fermo ’o’ ppiedi,

un ber meston: sei semprice e perfetta.

 

Quand’eri cotta ti si spaiolava

sulla tovaglia bianca di buato,

di fumo una ’olonna si levava

dar tombolon brucente e profumato.

 

Da lavorà la gente era tornata,

mi’ pa’, ’r mi’ nonno e tutta la ’ompagnia;

fecévimo una bella tavolata,

era una ’osa piena d’allegria.

 

Cor filo ti tagliàvimo a fettine

e a rischio di bruciassi le budella

in un balen per te era la fine;

e se avansavi eri fritta ’n padella!

 

Po’ pian pianin le ’ose enno mutate,

parecchia gente ha lascio le ’ampagne,

le vecchie usanse s’en dimentïate

com’erino su’ ccolli e le montagne.

 

I ppoveri han guadagno ’uarche sòrdo,

han compro ’r frigo e la ’ucina a gasse

e te pulenta t’hanno guasi scordo

e t’hanno misso tra le ’ose passe.

 

Ma una faccenda buffa è capitata:

che quelli che una vorta ’un ti volevin,

parlo di ricchi e gente artoloata,

ora ti fan l’onori e ti ricevin.

 

Da robba che sfamava ’r disgrassiato

sei doventata una sciccheria,

alleccurisci e stussichi ’r palato

anco ner mondo della signoria.

 

Così ti mangin guasi per isporte,

per voglia come fussin donne ’ncinte,

quand’en istufe di ciccia e di torte

le persone ’mportanti e distinte.

 

Ti servino ne’ mmeglio ristoranti,

ti chiamino «pasticcio di maìsse»,

in man a camerieri con i gguanti,

t’ingollino contenti e fan ir bisse.

 

Ma ’un sei più la pulenta d’una vorta,

così rumata nelle casserole

colla farina già bell’e precotta,

sur fornellin a gasse... ’ome si pole.

____________________

dórca: morbida.

io lai!: tipica esclamazione lucchese; a volte dicono anche io largo! oppure io laìno!

a céccia: a sedere, da cecciare, sedere, voce del linguaggio infantile.

pancone: la grande panca con un alto schienale che si metteva davanti al focolare; di solito era di castagno.

tata: zia; ma può significare anche una qualsiasi parente diversa dalla mamma, o anche un’amica di famiglia.

rumatti cor mestone: rimescolarti col mestone, una specie di grosso mestolone a forma di bastone che serviva appunto per rumare la polenta nel paiolo. Rumare è voce inserita anche nel dizionario italiano Devoto-Oli, col significato appunto di rimescolare, rovistare.

brusta che acceiva: brace che a fissarla «accecava», insomma toglieva per un istante il lume degli occhi da tanto che era viva e ardente.

tienuto fèrmo ’o’ ppiedi: perché il paiolo non si muovesse, vi veniva appoggiata davanti una lastra di ferro sulla quale l’operatore posava ora l’uno ora l’altro piede.

tombolon brucente: tombolone scottante, da tombolo, come veniva chiamato l’insieme rotondeggiante della polenta rovesciata sulla tavola.

alleccurisci: da alleccurire, alleccorire, adescare, attrarre con il léccoro, lecco, cosa ghiotta, leccornia.

per isporte: per sport.

maìsse: mais, granoturco.

’ome si pòle: come si può, cioè alla meglio, nel modo affrettato, sbrigativo e pressapochistico di oggi. 

 

LE ’ASTAGNE

Quando lassù ’ngialliscino le foglie

e comincin le rame a fassi spoglie,

e nell’ossi rivienghino ’ ddolori

e pàssino l’ugelli migratori,

pòi di’ che le ’astagne enno mature

e ner su’ guscio s’enno fatte dure.

Si stacchin da su’ ma’ ar primo vento

e fan de’ ccontadini ir còr contento.

Giù nella sérva rotolando van

finché ’un ariva a cogliele una man,

le cava dar su’ cardo spalancato,

robba dar gusto schietto e prelibato.

Delle gente erin pan e companatïo

quando ’r mondo era duro e servatïo

e c’erin poghe ’ose da sciogrà

e ’un era tanto facile mangià.

Si prestavin a tutte l’esigense,

umili e bone nsulle nostre mense:

dorce, minestra, frutta e pietansa,

mandavino dintorno una fragransa...

E allegre sere ci facein passà

doppo tanto affannassi a lavorà.

Si ’astravin colla punta der cortello

davanti ar foco ch’era rosso e bello.

S’empiva la padella tutta bui,

e cominciavin ora ’ gguai sui:

bruciavin pian e doventavin nere,

noi si guardavin pieni di piacere.

E queste ’ui sarebbin le mondine

perché si móndin, lisce e tiepidine.

A veglia tanti amici erin vienuti,

certi semprici e certi più saputi

e parlando di ’uesto e di ’uello

ognïosa annaffiavin cor vinello:

un piccioletto rosa e friszantino

che risvegliava i’ ruszo chiaccherino.

E guasi tutti le dicevin grosse,

e le sposine doventavin rosse.

Se po’ pigliavi l’acqua e ’r paiolo

e quarche be’ llegnetto di guerciolo

e le facevi còce colla buccia,

un po’ d’orbào e un pissìo di mentuccia,

allora si chiamavino ballòcciori

perché bollivin lócchi lócchi e chiòcciori.

E loro erin gentili e dorchini,

anco indicati per i bbamborini.

A seccà le mettevin ner metato:

du’ piani d’un casòttoro murato

con sopra le ’astagne ammucchïate

e sotto, perbenin isparpagliate,

bruciavin pian pianino le fascine:

le ’astagne doventavin più piccine,

si ritiravin drento le su’ bucce

ar fumoso calor delle fiammucce.

E quando belle secche erin dovente

che più ’un ci s’affondava drento ’r dente,

ripulite di guscio e di pécchia

— di passiensa ce ne volea parecchia —

erin pronte per mette nella pentola.

Sprissavin le faville colla ventola,

le tùllore bollivino spedite,

cocevin dorci sane e saporite:

una minestra bona e nutriente,

gostava pogo, ansi, guasi niente.

Partivin tutti ’ontenti i mmontanini

cor mulo carïo, oppur co’ bbaroccini,

e co’ ssacchi arivavin ar mulino

in du’ s’erin porti un fiasco di vino.

Ir mulino era grande e antìo,

ir mugnaio un omo che ’un vi dîo.

Insieme raccontavino le storie,

rinvivivin le su’ vecchie memorie

davanti ar fòo che allegro scoppiettava

mentre vicin la macina girava.

fora c’era l’umido autunnale

e drento un calorin propio ospitale.

Per noi ragassi erin caramelle,

le ’astagnesecche grinsose e belle:

facévimo anc’a bòtte per mangialle,

l’andàvimo a rubbà drento le balle.

Po’ ripartivin carii di farina

pressiosa profumata dorce e fina.

E con lé, ci facevin tante ’ose

i nnostri nonni, e assai gustose:

pulenta, torta, necci e farinata

eppò anco le frittelle e la vinata,

robbine che mangiàvino d’inverno,

e ringrassiavin tutti ’r Padreterno

che n’avea datto l’arbero più bello:

ci potei fa’ la cesta e ’r corbello,

ir cantorale, il letto e anco la bara,

e infin, colle su’ rame, la bubbara.

____________________

Da su’ ma’: da sua madre, cioè dall’albero che le ha generate come una madre genera i figlioli.

servatïo: selvatico, nel senso di meno civilizzato di quan­to lo è oggi.

sciogrà: da “scio­grare”, scegliere.

’un era tanto facile mangià: procurarsi il cibo per vivere.

si ’astravin: si castravano, cioè si incidevano con la punta di un coltello perché, scaldandosi, il vapor acqueo che si formava al­l’interno non le facesse scoppiare.

mondine: caldarroste, chiamate così perché una volta abbrustolite, per mangiarle si devono mondare.

piccioletto: diminutivo di “pic­ciòlo”, vinello ottenuto aggiungendo acqua alle vinacce e torchiandole.

ruszo: ruzzo, voglia scherzosa di giocare e di divertirsi, qui riferito al parlare.

orbào: orbaco, antico nome dell’alloro.

ballòcciori: ballotte, castagne lessate.

bollivin lócchi lócchi e chiòcciori: bollivano a fuoco lento (“locco” o “al­locco” si dice di persona lenta, tarda) facendo un rumore simile al richiamo della chioccia ai pulcini e cioè “chiò-chiò-chiò...”

dorchini: diminutivo di “dórchi”, morbidi; dórco è pronuncia vernacola di dolco, dolce, di cui è stato variato il significato in morbido.

pécchia: la sottile pellicola sotto la buccia vera e propria che avvolge la castagna.

tùllore: castagnesecche lessate.

montanini: montanari, ma di monti poco alti.

bubbara: gran fuoco acceso all’aperto, sia per bruciare le stoppie nei poderi, sia anche, la notte, per festeggiare qualche solennità religiosa.

 

PIERO VA ALLA GUERA

1

A Piero n’arivó la ’artolina

di presentassi ’r venti a’ reggimento,

piangeva la su’ moglie e la bimbina,

a tutti n’avea preso lo sgomento.

 

Era scoppia la guera assassina

e la pace fonita ’n un momento.

Piero abbracció Francesca e Giovannina.

«Pappà m’araccomando, state attento

 

Dette un’occhiata a’ ccampi e all’orticello,

all’aia e alla stalla della vacca:

lascià così ognïosa ’un era bello.

 

Aveva un groppo ’n gola e uno ar core,

sentitte una manina nella sacca,

la su’ bimbina c’infilava un fiore.

 

2

Piero camina solo per la via,

alle spalle ’r podere s’è lasciato,

s’è fermo anco a salutà la sia

che co’ ddiscorsi un po’ l’ha ’onsolato.

 

Der su’ profumo ’r fior lascia una scia,

l’ha preso e cóllo sguardo accaressato

e con ner petto già la nostargia

della giubba all’occhiello l’ha ’nfilato.

 

Passa innansi alla ’hiesa, ar camposanto,

apre ’r cancello, cià su’ pa’ e su’ ma’,

ni dice una preghiera ritto accanto:

 

«Se di lassù vedete la mi’ pena,

un mi fate morì lontan driallà

ma accanto alla mi’ Cecca e alla mi’ Nena.»

____________________

Francesca e Giovannina: la moglie e la figlioletta.

sacca: tasca, in questo caso della giacca.

ner petto: nel cuore.

cià su’ pa’ e su’ ma’: ci ha suo padre e sua madre, sepolti nel cimitero.

driallà: di lì a là, cioè chissà dove.

Cecca... Nena: nomignoli affettuosi per Francesca e Giovannina.

 

IL LUNARDI

Io mi rïordo,uando vado ’n piassa,

di ’uer vecchietto co’ ccapelli bianchi

che s’appoggiava tutto sulla massa

struciando ’n tera i ssu’ pieducci stanchi.

 

Avea ’n sacca becchime d’ogni rassa

e arivavin i ppiccioni a branchi,

lu’ ne lo dava e ne facein man bassa,

po’ ni volavin tutti ’ntorno a’ ffianchi

 

e si posavin anco sulla testa.

«L’ho finito», diceva sconsolato.

Ni facevin l’istesso una gran festa.

 

Da un po’ di tempo un lo vedevo più

a ciampeggiare sull’acciottolato.

«’Un lo sapevi?... è morto anco lu’.»

____________________

massa: mazza, bastone.

d’ogni rassa: di ogni qualità.

ciampeggiare: ciampicare, da ciampa, zampa.

 

SCENETTA AUTUNNALE

La mondinara è torna sulla piassa

cor su’ caretto e ’r su’ cardan brucente,

è segno che l’inverno è ormai ’mminente,

scende la sera e casca giù la guassa.

 

C’è intorno una leggera nebbia bassa.

«Mondine belle carde, forsa gente,

compratele che ’un gostin guasi niente!»

Ni s’avvicina bionda una ragassa,

 

ir fòo n’arossa ’r viso ner buiore,

e quanto è triste ’un ve lo so dire.

«Un cartoccino pieno, per favore.»

 

«Brucin sempre, le lasci stiepidire.»

Le ficca ’n seno a riscardassi ’r core.

«Quanto spendo signora? »

                                   «Mille lire.»

____________________

Mondine: caldarroste.                                                                           

A UN BAMBORIN SARVATO

Han trovo un bimbo nella spassatura,

su’ ma’ l’ha butto via quell’angiolino,

l’han porto all’ospidale con premura,

per morì ni mancava un caccarino.

 

Erin du’ singarelli in motorino

che andavin a ruspà nella lordura

e l’han sentuto piange, poverino.

Per lu’ sarà davero una ventura?

 

Speriamo che ’un rimpiangi d’esse morto

e possi ringrassià chi l’ha sarvato,

in questo mondo tórbo e tutto storto.

 

Ma anco se staman ci vedo nero,

morì drento ’r pattume incassonato

per lu’ era pogo bello... son sincero.

____________________

un caccarino: un’inezia, da càccoro, caccola.

tórbo: torbido.

 

LE MADONNE

Quand’ar Papa ni fecin l’attentato,

che ni forón la pancia e le budella,

Lu’ disse: «Io lo so chi m’ha sarvato,

la Madonna di Fatima, fu quella!

 

È stata la su’ man che ha deviato

le pallottore della rivortella.»

E quell’artre Madonne? Un han levato

un dito per sarvanni la ’oratella?

 

Quelle di Lùrdesse e di Montenero

han fatto una figura un po’ barbina,

s’en lasce portà via ’r merito intero.

 

E io che mi credevo, o sora Lola,

e per questo mi sento assai tapina,

che la Madonna fusse una sola!

____________________

l’attentato: quello subito da Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981 in Piazza San Pietro, quando venne ferito al ventre da due revolverate sparate da un turco.

ni forón: gli forarono.

la ’oratella: la coratella, termine qui usato in senso scherzoso per indicare il cuore, considerato il centro della vita, e perciò la vita stessa.

sora Lola: la persona con la quale il narrante parla.

 

I DDU’ CANI

Un «lupo» era di guardia a una villina,

sempre legato accanto ar su’ casotto.

Ogni tanto girava lì di sotto

un artro can, che la passava fina.

 

Per lu’ non c’erin ossi né striscina,

era randagio e propio maridotto.

Ir primo lo sfottea: «Che vòi bassotto?

Io mangio ciccia e la mi’ padroncina

 

mi schiaccia perunfin puce e pidocchi,

mi fa lo sciampo all’acqua di verbena...»

Ir bastardello lo guardó nell’occhi:

 

«Io ’nvece vado a letto sensa cena,

faccio propio la vita de’ ppitocchi...

ma ció la libbertà, e te la ’atena!»

____________________

striscina: fettina di carne, braciolina.

puce: pulci.

 

LE CEALE E LE FORMÏOLE

Cantavin le ceale sulle Mura,

e le formïole lavoravin sodo,

era ’r momento della gran calura

e sulla panca mi trovai con Lodo.

 

«Cantate, sì, cantate fin che dura,

po’ lo vedrete com’è duro ’r chiodo

quando ’r tempo verà della freddura!»

le condannava Lodo in malo modo.

 

«La formïolina sì che va seguita,

sì che dà l’esempio der dovere.»

Ni feci: «Ma che dici! Nella vita

 

t’ha sempre mantenuto la tu’ Pia,

hai fatto festa inverni e primavere!»

«Ma le ceale, Pia ’un ce l’hanno mia!»

____________________

Lodo: abbreviazione di Lodovico.

com’è duro ’r chiodo: com’è dura la vita.

’r tempo... della freddura: il tempo del freddo, cioè l’inverno.

 

LA GUERCIA E ’R FIO

Stavin accanto una guercia e un fio,

bella dritta e soda, lu’ scosciato,

storto, screpato e vecchio che ’un vi dîo,

e ’un si sapeva come c’era nato.

 

La guercia un facea che coglionallo:

«Ir tu’ legnaccio pare pastafrolla,

un è bono neanco a lavorallo

e par che sia der pane la mirolla!

 

Ir mio è duro peggio d’un macigno,

ci fan le bótte per cognacchi e vini,

l’armadi de’ ssignori e anco lo scrigno

pe’ ripònici drento i ssu’ quatrini.»

 

Ir fio la sopportava e stava sitto,

anco se ormai n’avea le sacche piene,

ni ci voleva tutta a restà ritto

e si tieniva drento le su’ pene.

 

Ma un giorno anc’a lu’ ni scappó ’r miccio.

«O chetiti un popò grossa cogliona!

Devi sapé che un fico primaticcio

stussïa ’r palato a quarsiasi persona.

 

Alla tàula de’ re noi siam presenti,

de’ ccaliffi, surtani e ’mperatori,

cardinali, nababbi e presidenti.

Tutti ci mangin e ci fan l’onori!

 

Siam una favola, una sinfonia,

i ppoeti ci fan i mmadrigali

per dà la fuga alla malinconia.

Le tu’ ghiande le mangino ’ mmaiali!

 

E le mi’ foglie po’, per soprapparte,

enno famose anco nella storia,

nella storia più nobbile dell’arte

(e così ti ringolli la tu’ boria),

 

perché quelle l’usavin i ’ ppittori

per coprì le «vergogne» che viavìa

avein dipinto ne’ ccapolavori,

per le chiese e anco ’n sagrestia.

 

E come ceragina sulla torta,

abbiam datto ’r nome a quella ’osa...

insomma voglio di’ per falla ’orta...

te m’hai ’apito, quella ch’è pelosa.»

____________________

scosciato: di un albero si dice che è scosciato quando uno o più rami si sono spaccati presso l’attaccatura.

screpato: screpolato.

mirolla: mollica.

ni scappó ’r miccio: perse la pazienza, tipico modo di dire lucchese.

le «vergogne»: le nudità troppo spinte, che dipinte dai pittori del Rinascimento furono fatte coprire al tempo della Controriforma appunto con foglie di fico.

 

L’OVO QUADRO

Ir coomero è tondo, è naturale,

e l’ovo ovale sensa discussione,

eppure han ditto che driallà ’n Giappone

ni voglin da’ una forma cubitale

 

per istivalli meglio ner cassone

e spedilli ner mondo universale:

ce n’entrerebbe assai più d’un miglione

e si rispiarmerebbe un capitale.

 

Una gallina un giorno l’ha saputo:

arsó la cresta e fece: «Coccodè!

Ascortate ’r parere d’un pennuto:

 

’un ne vo’ sentì artre, mondo ladro!

ma dite all’inventore, ’un so chi è,

che armen ci facci anco ’r culo quadro!»

____________________

cubitale: cubica.

istivalli... ner cassone: stivarli nel container.

 

LA GERARCHIA

Prima di tutti vien ir Padreterno

eppò Gesù su’ unico figliolo,

lo Spirito Ssanto che scende ’n volo

e la Madonna cor su’ amor materno.

 

E quello è der Mondo ir gran governo.

Procede san Giuseppe legnaiolo,

con tutt’i ssanti che fórmino lo stuolo

dell’esercito a loro subarterno.

 

Comanda sopra a tutti sulla Tera

sua santità ’r Pontefice romano,

po’ vien de’ ccardinali la gran schiera,

 

e ’r vescovo, ’r curato, ’r cappellano

e per finì la lunga tiritera

vien Gosto che son io, ir sagrestano.

____________________

scende ’n volo: com’è noto, lo Spirito Santo nella iconografia cattolica è rappresentato in forma di colomba che discende volando.

 

LA PANCHINA

C’è una vecchia panchina sulle Mura 

di ’uelle misse ar tempo der Ducato,

con sopra uno studioso appollaiato

con libbri di grandissima curtura.

 

È una panchina piatta e mórto dura

fatta di marmo bianco un po’ venato

che fa ghiaccià le chiappe al letterato,

neocrassica di stile e di fattura.

 

Accanto ce n’è un’artra ben tienuta,

moderna e dalle forme riposanti,

ma ’r sapienton la scansa e la rifiuta:

 

’un cia neanco un briciolo di groria,

e fatta pe’ sedecci l’ignoranti,

lu’ ’r culo vor posallo sulla Storia!

____________________

Ducato: il Ducato di Lucca, istituito dal congresso di Vienna sul territorio dell’antica Repubblica e dato nel 1817 a Maria Luisa dei Borboni di Parma. Alla sua morte, avvenuta nel 1824, passò al figlio Carlo Lodovico, che lo cedette al granduca di Toscana nel 1847.

 

IR VESTITO NOVO

Ir Bini era ridotto propio male,

’un ciavea un sòrdo e pativa sodo,

la giubba tutta bui tale e quale

come la pancia d’un colin da brodo.

 

I ccarsoni erin conci uguale uguale

come l’avesse graffi tutti un chiodo

e ’r cappello pareva un orinale.

Solo ’ ccarsini l’avea sempre ammodo.

 

L’artro sabbato vinse un ambo al lotto

e si vorse comprà ’r vestito novo,

si presentó ar negossio ’osì ridotto.

 

«Di che colore lo volete, Bini?»

«Com’ene ene! ’un fa’ lo sciabigotto,

mi basta che s’intoni co’ ccarsini!»

____________________

Com’ene ene: com’è è, fa lo stesso.

 

BELLO RICCO E BONO

L’artro giorno Rosina ha partorito.

La gente dice: «Oddio che tesorino!

è propio un amor di bamborino,

uno più bello ’un è mai esistito.»

 

Ieri ha sposato Gino di Sanvito.

È tutto scatenato ’r popolino:

«Che omo ricco! Dicin perunfino

che ciabbi un ariopran... Oh che partito!»

 

È un piange-piange ’n casa der sor Nello.

Oggi è morto su’ pa’... «Com’era bono!

Sarà volato ’n cel come un ugello.»

 

E giù discorsi sullo stesso tono.

Insomma in concrusion chi nasce è bello,

chi sposa è ricco e chi more è bono!

 

SEGONDO ’N CHE DÀ

Sonava meszogiorno all’Annunsiata,

un profunin sortiva da una porta

di ssuppa di verdura prelibata:

Teresa ’n sulla pentola era assorta.

 

Passó Giovanna ch’era assai affamata,

infreddolita e anco stracca morta,

quando sentitte che l’avein chiamata:

«Passa un po’ ’n casa, come l’artra vorta.»

 

Teresa nella pentola rumava,

una goccia dar naso ni pendeva:

Giovanna stava attenta e la fissava.

 

La goccia spenszolava ’n qua e ’n là

ner mentre che Teresa la ’nvitava:

«Resti con noi a mangià? »

___________«Segondo in che dà!»

____________________

l’Annunziata: una chiesa vicina.

Segondo in che dà: secondo dove va a cadere la goccia spenzolante dal naso di Teresa, se dentro la pentola o fuori!

 

LA MI’ OMBRA

Un giorno la mi’ ombra disse: «Basta!

Anch’io vo’ diventà di sangue e carne,

anch’io voglio mangià ’r pan e la pasta,

la bistecca, la lepre e anco le starne!

 

Beve ’r vin bono e gioà a canasta,

dammi all’affari per fa’ ssòrdi e farne

un sacco una sporta e una catasta!

Piglià baci e caresse, eppò ridarne,

 

vestimmi ben e andà per la mi’ strada,

staccammi dar tu’ corpo che m’è stretto

e libbera girà per la ’ontrada.»

 

«Hai voglia te! A me ’un mi servi un cazzo.

Se vòi troviti pure un artro tetto

e vivi la tu’ vita e ’r tu’ sollazzo.»

 

_______   Sparitte come u’ razzo!

Ma se prima ’un aveva ’onsistensa,

ora perdette propio l’esistensa.

  

LA DOPPIA PROBABBILITÀ

Una ragassa degna di rispetto

tutte le sere prima di spogliassi,

perché si sa, c’e pogo da fidassi,

andava a da’ un’occhiata sotto ’l letto,

 

e lo faceva in modo circospetto:

ner mondo c’en tant’òmini gradassi

che cerchin delle vorte d’infilassi

sotto ’ llensoli ’n cerca dell’affetto.

 

Fece l’istesso nsino a quarant’anni,

sempre guardava e ’un c’era mai nessuno!

E lé buava sola sotto ’ ppanni.

 

Finché, come mi disse ir sor Seghetti,

sensa rifacci su commento arcuno,

andó a cercà una stansa con du’ letti.

____________________

buava sotto ’ ppanni: s’infilava sotto le coperte.

 

LA PASSORINA

Che freddo che facea ’uella mattina!

ar capannello ’un ci si resisteva,

Gostin tremava, la passava fina:

«Armen sparassi, nulla porca Eva!»

 

’Un volava neanco una cincina.

Ora s’arsava, ora si sedeva...

Po’ tornó a casa duve’era la su’ Gina

che lo guardava e se la rideva:

 

«Allora com’è ita stamattina?»

«’Un me lo di’, se c’eri congelavi,

e neanco un chiuìn, porca succhina!»

 

«Era meglio, Gostin, se m’ascortavi...

Se stavi a letto ’on me una passorina,

e anco bella carda, la chiappavi!»

____________________

cincina: uccellino piccolissimo.

chiuìn: chiuino, altro uccellino molto piccolo.

 

L’AVVENIRE DIETRO

La fortuna, ’r destino o la natura

con certi en generosi e scialacquoni,

con artri si comportin da birboni

e ni rendin la vita assai più dura.

 

È ’r caso per esempio dell’Artura,

che han fatto nasce male e sensa doni,

come palanche bellessa e bravura,

e ni va tutto storto e a rotoloni.

 

Però una ’osa armeno ne l’han datta

e qui ’un ci piove, è chiaro come ’r vetro,

grossa rotonda e propio assai ben fatta.

 

La vedin tutti e ne lo disse Pietro

tirandoni ner culo una gran patta:

«Te ciai un grand’avvenire, e l’hai didietro!»

____________________

patta: colpo dato a mano aperta, pacca.

 

SI PIEGAVIN ANCO

La farmacia han chiuso de’ Pelosi

staman all’otto i ccarabinieri.

C’erin davanti un branco di curiosi

e si mostravin tutti assai severi.

 

Commentavin la ’osa un po’ chiassosi:

«Che han fatto?» domandava l'Argentieri.

«Affari certo assai delittuosi!»

«Vendevin già scaduti i ccristeri!»

 

Passó una donna ’ncinta: «Sciagurati!

’un c’è propio più nulla da fidassi,

anco i ppreservativi già buati...»

 

E un vecchio ’nvelenito tutto bianco,

ghignando fra du’ denti sgangherati:

«...Che doppotutto si piegavin anco!»

____________________

tutto bianco: di capelli, con i capelli bianchi.

 

TE MANGI E IO PAGO

Alla mensa aziendale dell’ospedale di Lucca i dipendenti potevano (nel 1987) consumare un pasto completo con la bazzecola di 1500 lire, con menù a base di «penne al salmone, hamburgher in salsa spinacina, fusilli alla siciliana, pollo con salsa tartara» (dal giornale Il Tirreno del 6 novembre 1987).

 

Con mille e cinquecento lirettine

ho fatto un’abbuffata che ’un vi dîo,

piatti abbondanti e robbe sopraffine:

se andate fora, ’un ci mangiate un fio!

 

C’era l’amburgo ’n sarsa spinacina,

le penne ar sarmoncin der Canadà,

pollo alla moda tartara o di Cina,

fusilli di Sicilia, o giù di là.

 

Io son l’addetto delle pulissie,

ma c’erin pure gente artolocate

che s’erin porte dietro anco le sie!

 

Ho visto nsino un gran professorone

mangiava ’ ggamberetti a palettate,

tanto, diceva, paga Pantalone!

____________________

amburgo: hamburger.

nsino: persino.

 

LA ’MMUNITÀ PARLAMENTARE

«Io ció la ’mmunità parlamentare,»

un deputato disse ar confessore,

e per decensa ’un vi diró ’r colore,

«e se ce l’ho la posso anco sfruttare,

 

sennò che me l’avrebbin datta a fare?

Sensa portanni offesa all’elettore,

ne lo ’onfesso propio con candore,

da ’uarche tempo ho ’r vissio di rubbare.»

 

«Ir tu’ discorso ’un fila e ’un è bellino,»

fece ’r curato co’ riprovassione,

«mettelo pur di dietro ar popolino

 

ma se ti preme avé l’assolussione,

visto che ’r tu’ curato è poverino

rimedjni anch’a lu’ quarche miglione,

 

              ché casca ’r cornicione,

piove dar tetto com’un colabrodo

e ci vole un asilo fatto ammodo.

 

              Siccome, e viengo ar sodo,

a me la ’mmunità ’un me l’han data,

fammela te per me quarche rubbata.»

____________________

Questo sonetto volle essere una satira in chiave caricaturale di un’istituzione della quale alcuni, nell’Italia di «tangentopoli», approfittarono senza scrupoli.

casca ’r cornicione: si riferisce ai lavori di restauro di cui ha bisogno la chiesa.

 

QUANTO CI GOSTIN!

Onorevoli, gratisse ’r barbiere 

e gratisse per donne ’r parucchiere,

gratisse anco ’r treno e l’ariopran,

gratisse ’r cinema per vedé Tarzàn.

 

Arigratisse le telefonate,

lo stadio per assiste alle pedate,

niente pedaggio in sull’autostrade

a sfreccià per le ’ampagne e le ’ontrade.

 

Guasi nove miglioni in fond’ar mese

più, si ’apisce, i rimborsi spese,

palanche a’ pportaborse e a’ ggaloppini

e per istà in arbergo, poverini.

 

Quatrini per servissi der tassì

e anco per andassi a divertì

co’ vvoli aerei internassionali.

E ’nsomma cianno rotto li stivali!

____________________

Dal settimanale Epoca del 6 novembre 1991: «stipendio mensile dei parlamentari, netto lire 8.774.000; rimborso mensile spese ‘portaborse’ lire 3.500.000; rimborso mensile spese di soggiorno a Roma lire 3.000.000; rimborso spese taxi lire 2.250.000 ogni tre mesi; per voli internazionali e viaggi di piacere (i viaggi aerei interni sono gratuiti) lire 4.000.000 all’anno». Tralascio altri privilegi minori, e ricordo che le cifre di cui sopra si riferiscono al 1991.

gostin: costano.

alle pedate: alle partite di calcio, gioco che consiste appunto ner dar pedate al pallone.

 

LA TANGENTE

Questo sonetto fu scritto nel 1992, quando a Milano il giudice Antonio Di Pietro aveva aperto una clamorosa inchiesta riguardante un vasto giro di «tangenti», ovvero di denaro versato illegalmente a partiti politici e pubblici funzionari allo scopo di ottenerne favori.

 

Tangente vien chiamata in giometria

una linea che tocca appena un cerchio.

A Milan voglin di’ ’nvece che sia,

(ma anco qui da noi ndu’ scóre ’r Serchio)

 

della politïa grande rubberia,

un araffà con impeto soverchio.

Ora Di Pietro vor fa’ pulissia:

ir diàule fa ’r tegame e no ’r coperchio!

 

Dicevin que’ mmarpioni assatanati: