Giacomo Paolini

QUALCOSA DELL’ANIMA

poesie

tutti i diritti sono riservati

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O RAGAZZA

O ragazza,

antica come Beatrice

e novella come il fiore del pesco

che s’apre al sole

di quest’amorosa stagione,

e ti colora le guance

e diventa papavero all’accenno

d’una parola galante.

O Ragazza,

pura come il latte che sorte

dalle poppe della mamma

dove il bimbo beve la vita

e io la speranza del tuo amore.

O Ragazza,

che plasmi con le tue mani

angeliche figure nella creta

che da millenni nel suo seno,

per te custodì la miniera

— e che non sanno decidersi

a farmi una carezza.

O Ragazza

che schiudi le labbra giottesche

per dirmi parole che hanno

i sapori della tua campagna

antica.

Del grano

che le anime rimaste

tirano su dalle prode a mano

e tenaci difendono il simbolo

di un pane che serbi

il sapore dell’uomo.

Del vino

strizzato da un’uva

bionda come i capelli

che ti splendono al sole,

e m’inebria come la tua presenza,

come il tuo corpo che appena mi sfiora.

Del fungo

che spunta nell’umida ombra del bosco

infoltito dalla fuga dell’uomo

che non ti somiglia,

misteriosa come le tue intimità

che non mi riveli.

O Ragazza,

dagli occhi verdi come la tua collina,

lassù pellegrinando t’incontrai

sulla straduccia del camposantino

piccino come una stanza di bimbi,

dove l’amico della mia adolescenza

dorme un sonno incominciato

quando tu aprivi i sensi alla vita.

Che veniva dal sole e dal vento,

e dallo stormire della selva,

e dal chioccolare del rio.

E alla morte,

che piombava dagli aeroplani,

dai lampi delle bombe,

dal crepitare del mitra assassino.

E ammazzava il mio amico innocente,

Fausto ragazzo,

che m’aveva condotto per mano

a visitare i pazzi del suo ospedale*

e ci sorridevano innocui

e ci mostravano le pitture.

E non sapeva

che i matti furiosi stavano fuori

nel gran manicomio del mondo,

e lo governavano con la falce

della nera Megera,

che fra poco l’avrebbe reciso.

E la tua mamma,

o Ragazza,

sfatta dalle doglie del parto,

tremava nella camera sulla collina

con le pie donne che t’avevano lavata

e ti stringevano al seno novella

fragile creatura...

E tu poppavi ignara

e avida attingevi la vita

e rimpiazzavi chi moriva.

O Ragazza

che nascevi quando Fausto moriva

e la tua pianta spuntava

da una terra bruciata

e s’alzava e fioriva

nella luce della collina,

mentre quella di Fausto

mozzata dall’uncino d’una croce infame

seccava e si consumava

nella tenebra della sepoltura.

O Ragazza,

dura da conquistare

come un picco di roccia

e delicata come il fiore che ci nasce

e limpida come la polla che ci zampilla,

e intatta come la neve

che l’ammanta in una notte

e il sole nascente,

al mattino,

la bacia senz’orma e senza macchia.

O Ragazza

in questa notte del mio vagheggiare

il pensiero mi pencola

da un punto all’altro della collina,

dal tuo casto letto alla sua casta tomba,

e bussa al tuo tiepido tetto di terracotta

e bussa al Suo freddo avello di marmo bianco,

e implora da Lui il tuo amore.

E una voce mi giunge

da lontananze ignote

da oscurità infinite

e mi sussurra d’un legame misterioso

tra questo nato amore

e quell’antica morte.

____________________

* L’ospedale psichiatrico nel quale il papà di Fausto lavorava in qualità di primario medico, e vi alloggiava con la famiglia.

 

SERCHIO

Mi sentivo atomo

sul tuo greto bianco

sotto il livello del mondo

come in alveo materno protetto,

libero insetto

nudo sui ciottoli andavo,

levigati

dall’antico artigiano del tempo,

quaggiù nella piana

dove allarghi il respiro

e ti stendi

a placare il tormento.

Pieno d’ansiosa voglia mi tuffavo,

e là dove

la rende allegra il rasaio*

prendevo la fresca sposa.

A branchi

le pance dei pesci d’argento

sfioravano la mia ebbrezza

e timorosi viravano

nell’opale del sogno.

L’agguato dell’esca

qualcuno tradiva,

i compagni lo guardavano

sgomenti

salire a bocca spalancata,

e piangevano lacrime d’aria

verso un filo di sangue.

Macerava la canapa,

s’inteneriva le notti

fra le tue languide braccia.

Intanto nella stanza

l’aspettava il telaio

antico

della novella sposa

— già nel grembo recava una speranza.

Vociavano i renaioli

ai crivelli della rena.

Bestemmiavano i barrocciai

e bevevano i cavalli

il tuo fiore di cristallo.

I fuochi

accendevano gli zingari.

Senza spengersi la fiamma

si tuffava nel tuo seno

con lingue di vermiglio.

In te,

il sangue dei figlioli lavavano

appena nati.

Il canto delle lavandaie

ritmava il battito dei panni.

Le riflettevi maschere grottesche

nel tuo specchio mosso

da inquiete presenze,

velato di sapone.

Fiume che vai come allora,

uguale non sei.

La civiltà sputa il catarro

dei suoi bronchi avvelenati

sulla tua innocenza.

Il tuo ventre corrotto

da un’oscena penetrazione

abortisce le pance rigonfie

dei pesci ammazzati,

a galleggiare livide

sulla corrente.

Più non vengono al tramonto

i muratori stanchi

a lavar la fatica e la calcina

nelle tue acque rosate,

pitturando l’aria

di pittoresche parole

— per paura d’appestarsi

nell’infido amplesso.

Più non guizzano come barbi

i figlioli dei proletari

alle bocche delle tue caverne,

rifugio delle antiche Naiadi.

Ricordi com’erano di bronzo

i loro corpi nudi

e gli sguardi limpidi e vivi?

Più non si genera la tua schiuma

dal garrulo giocar delle correnti

ma dal vomito della chimica,

bava della sua bocca razionale.

Fiume,

perché ti amai,

con tutto il popolo che brulicava

e si buttava sul tuo corpo fluente

e di esso viveva e godeva,

ora piango

nel vederti morire.

____________________

* Voce lucchese per indicare un punto del fiume nel quale, a causa di un dislivello, l’acqua scorre molto veloce, «rasando» come una lama i ciottoli sottostanti.

 

EPITAFFIO PER UN PINO

Vecchio pino solitario

sul sentiero

delle mie giovani stagioni,

sopra la tua rama

tendevo agguati alle volpi

nelle notti di luna.

Nell’attesa la fantasia spaziava

libera e ingorda.

Si districava col machete

nelle foreste nere,

s’arrampicava

sulle vette bianche,

colava a picco

nelle profondità dei mari,

vagava inquieta

in città e paesi,

stupefatta

dalle divine cattedrali,

commossa

dalle piccole pievi.

S’introduceva

nelle stanze degli artisti,

negli antri dei fabbri

ad imparare l’arte.

E ad amare,

nelle camerette polite

delle caste compagne

giacenti tra bianche lenzuola,

violentandole

con la purezza del pensiero.

Stringevo tra le cosce

gagliarde

la tua rama scorzosa,

ti sentivo vivere sotto,

come pulsare,

all’unisono col mio sangue;

fluire la tua linfa,

che la succhiavi

con le radici profonde

dall’humus marcescente della terra

— nutrito dai tuoi come dai miei antenati

e da quelli della volpe, che eccola...

arrivava guardinga.

Un’astuta ombra nera

stanata dalla fame,

famelica di preda.

Il sangue m’affluiva alle tempie

col calore fiammeggiante

delle schioppettate

partite come una liberazione,

fragorose

nell’immenso silenzio del bosco.

Scendevo a raccattare

due lune piene negli occhi sbarrati

spenti

svuotati della proverbiale furbizia.

Un rivolo di sangue

nella crepa della terra arida,

a nutrirla ancora.

La Morte.

La Uguale.

Per le volpi

per i mendici

per i papi

per i re e le reine.

Che era,

o saltellanti lepracchiotti

o tenere petulanti gallinelle

o ferocia del mio cuore tumultuante,

la nostra vita.

Uno sfogo per il senso affamato voglioso.

Il solo possesso permesso dai padri

padroni.

Vecchio pino solitario

sul sentiero buono delle volpi

adesso ti rivedo

— quanti anni son fuggiti?

Io

disincantato

scarnito nell’anima

che ha attraversato la vita

come il pelago

— vela sbrindellata al vento

della barca «Libertà» —

che ha rattenuto l’essenziale

di ragione e di poesia

delle antiche promesse.

Tu

scheletro gigante

che tendi le seccate rame

verso un cielo di reattori

e di caligini chimiche.

La linfa dell’antico humus

non scorre più nei tuoi canali,

le fibre prosciugate,

un cadavere che stai ritto

per la residua forza

del poderoso ossame,

finché il marciume

non crepiterà vittoria

ingloriosa

su di te,

e un grande crac

scuoterà la foresta

con echi e risonanze lontane,

e cascherai ammucchiato

ad abbracciare finalmente

la tua ombra.

Epitaffio.

LA GELIDA LAMA DI UNA RUSPA

GLI SQUARCIÒ L’ANTICO

VIGOROSO CUORE

UNA BELLA MATTINA DI PRIMAVERA

QUANDO LA PIENA TUMULTUOSA

DEL SANGUE NUOVO

LO PERCORREVA DALLE BARBE ALLE RAME.

E l’uomo che la mandava

rombante

assiso sul seggio d’acciaio

— giudice inappellabile

sul trono del progesso —

continuò a fumare il suo sigaro

apatico indifferente

sazio per la grassa colazione

orora consumata,

appena una smorfia

ad increspargli il florido faccione.

La vecchia pista delle volpi

è diventata una bella strada maestra.

Ai margini

la domenica

gli amanti in automobile

si fermano a far l’amore

con i preservativi.

E dopo te li buttano

o mio Gran Pino —

alla ceppa senza rispetto,

dove cascavano le pigne

gremite di pinoli:

una festa per gli scoiattoli

e i figlioli dei contadini.

 

IL VILLAGGIO MORTO

Case di pietra

murate con magra calcina

fatta di misera terra,

prima che il faggio nascesse

abbarbicato alla scabrosa roccia

scalzato dal rovinio delle fiumane,

quando i susini

che dolci frutti lascian cadere sul prato

ancora non erano semi.

Case vuote:

teschi spolpati dal verme

che covò nel cuore la sete di soldi

la fame di pane.

Squarci nei muri

come bocche ghignanti,

travicelli cadenti di traverso

come denti.

Usci sventrati

percorrono talpe

col furioso tremor degli affamati.

Dove il cacio trasudò l’umore,

e i sapori del monte aprico

concentrò nel suo tenero cuore.

L’agnello belava novello,

incontrava il pastore l’amico.

I lari rubati

le domeniche

dai gitanti cittadini,

scolpiti nei marmi nostrani:

le punte guidavano i cuori

quand’erano incerte le mani.

Il forno

di vita fornace

dal grembo capace

di pani fragranti

ai bimbi esultanti:

un’orrida tana di pipistrelli.

Il canto del fuoco

della casa il sale:

come una tomba.

A vederlo fa male.

Le voci degli uomini a notte,

in mano le tazze

col vino bollente

si contavano storie di streghe,

di briganti e di foresta gente.

Le dita frenetiche

delle vecchie pastore

nella ciotola frugavano

le radici di un’erba

arcana,

segnavano con la noce acerba

la cenere calda

per far lievitare nella novella sposa

il grembo dell’amore.

Nella camera sotto il tetto

tracciata col gesso

figura oscena dov’era il capoletto.

Vi si consumarono gli amori

vi nacquero i figlioli...

aprirono gli occhi a un mondo di dolori.

Ubriaco batteva la donna,

tanfo di vino la sera,

la mattina dalla finestra

canto di capinera.

Masticava la lingua amara:

«La sposa, la sposa...»

Non la trovava.

Dagli orti fioriti profumi per le minestre.

Origano salvia rosmarino.

Campana chiamavi a fuoco,

a tempesta:

le tue note, ora spente.

Il vento

come impazzita ti fa suonare

qualche notte nel desolato silenzio.

Chiesa calda di cuori e di fiati

percorsa, come diacce correnti,

dai brividi dei tuoi ricordi.

I cristiani son tutti scappati.

Aperta ai predoni profani.

Il ciborio un nido di topi.

Ti hanno rubato la Via Crucis

di cui adesso avevi bisogno

nell’ora del tuo calvario.

La musica non consola il tuo morire,

dall’organo cascano

le canne arrugginite.

Neanche una voce nel coro

a cantarti il Miserere.

Tutta la tua gente è laggiù,

alla catena di montaggio

presa nell’ingranaggio

triste con la pancia piena

si fa fare l’endovena

chiusa nelle scatole di latta

diventa matta

rifiata il puzzo dei bruciatori

accusa dolori...

  

IN MORTE DI UN VECCHIO CONTADINO

Sei morto, vecchio contadino,

sul gran talamo ti sei irrigidito

stanco di snocciolare

il rosario del giorni.

Esso non accoglie che la vuota larva

delle tue membra

e la linfa trabocca

nella vastità dei tempi.

Un’alba remota ricevesti

il testimone germinale

per affidarlo

dopo l’affannosa corsa della vita

a chi ti continua.

Più volte cadesti

ti spaccasti le ginocchia

il sangue colava

ti logorasti la milza.

Prostrato,

lingua nella polvere la mordevi,

occhi velati d’agonia

lontano sempre avanti guardavi.

Mai domo

risorgevi a galoppare.

Ora ti sei indurito per sempre

con un estremo sussulto d’aringa

rimasta all’asciutto

su questo bianco mare di sale.

Qui avesti pulsioni d’amore

e ascoltasti la bufera

le notti con Marina.

Gagliardo trionfasti

stanco giacesti,

lei anche sobbalzi di dolore

nel darti i figlioli

come ritmi della nostra melopea,

qui si spense prima di te.

L’amore il parto la morte

in questo letto di castagno

messo insieme dal tuo amico falegname,

dal vecchio castagno solitario

vilipeso dalle tempeste

matrice di funghi odorosi.

Ricordi?

Ora non più.

Ti hanno infilato il vestito scuro,

quello buono delle feste,

te lo ripose nell’armadio Marina

con le tele del suo corredo.

«Per quando morirai anche tu

amico mio

compagno dei miei giorni belli

come di quelli amari,

padre dei miei figlioli

disgraziati.»

Uno se lo mangiarono i lupi

della steppa sconfinata

e il suo sangue gentile

macchiò come cinabro la neve

in uno spietato abbaìo.

Un incubo assurdo

senza risveglio.

Strappato dalle sue prode,

presagli la vanga

e messogli in pugno il fucile

da un’adunca mano nera.

E non aveva che vent’anni.

«Non crucciarti vecchio,

presto anche per te

arriverà il momento

e io non ti sarò accanto a piangerti

allora

e lacrime meno calde

cadranno su di te.»

E un altro figliolo l’appesero

col filo spinato

al cipresso della nostra terra

dei nostri poeti,

le orde ultramontane

dei pallidi visi lanzichenecchi

e sputarono sul suo petto fragile

il verde fiele dei loro filosofi

cagliato di piombo.

Vecchio antico,

ti hanno infilato le scarpe

velate di una patina d’attesa,

a contenere i piedi

martoriati e sfatti

che gelarono in trincea

per il tuo piccolo re.

Istituzione del mio paese,

picco della mia adolescenza

a te pacifico e forte

guardavo

più che alla fragile marziale gente

che con fragore di latta passò

e scomparve

nelle sue tristi nebbie.

Ora contemplo il tuo volto spento.

Occhi che riflessero

i bagliori del fuoco

il balenio dei ghiacci,

altri occhi spietati di uomini gelidi

le turpitudini dei porci,

le zanne delle iene

pasteggiare le membra degli oppressi.

Il sereno splendore dei tramonti

dietro i colli nativi,

le fredde albe caliginose

che il fiato si faceva nuvola

guidando l’aratro

e la terra violata fumava

come viscere sventrate

d’un immenso animale.

Vecchio antico,

guardo le tue mani

incartapecorite

incrociate sul ventre

legate dalla corona del rosario

prigioniere di Dio.

Prima che vengano a prenderti

i fratelli, i compagni

del campo e dell’osteria

— già odo i rintocchi della campana,

il salmodiare degli incappati,

tra gli ulivi.

Anche tu lo facevi,

impugnavi la croce

dopo la vanga e il forcone

e andavi a raccogliere i morti

per deporli nella terra.

Ora vai a raggiungere la loro polvere

e i loro spiriti.

È venuto il tuo turno,

di uscire orizzontale

con i piedi in avanti

dall’uscio di casa.

Li ritroverai tutti?

Potrai giocare a scopone con loro?

Ormai la processione è lì fuori.

Ancora per poco ti vedrò

potrò fissare le tue mani ingiallite

belle, parlanti

nodose coriacee come il bosso

segnate dalle rughe e dai calli.

Enormi che ti coprono la pancia.

Si sformarono a menare il piccone

spaccare le dure zolle.

Riposarono tranquille sul desco.

Godettero le poppe di Marina.

Fremettero impotenti

sulle carni torturate di Bruno.

Gelarono all’algido inverno

frantumarono il ghiaccio della pompa.

Si scaldarono al fuoco

cavarono le castagne dalla cenere.

Fecero verdeggiare il deserto.

Picchiarono come magli ceffi arroganti

carezzarono chiome di bimbi.

Uccisero anche fratelli

che indossavano un’altra divisa,

come volle il tuo piccolo re.

Seminarono il grano

raccolsero l’uva

per l’ostia e il calice dell’altare

corpo e sangue di Cristo

che adesso ti accolga lassù

a coltivare i suoi campi di nuvole

nell’eternità dei tempi.

Ora riposano sulla pancia

hanno pace

ma già bussa il verme.

Ci siamo...

spente le melodie

gli incappati sono entrati

tra i ceri e i singhiozzi accesi.

L’acquasanta ti bagna

d’una pioggia lene.

Ultime battute del copione

della buona vita

e della buona morte,

e si chiude il sipario.

Addio!

 

LA MEZZADRA

Ti ricordo seduta

sullo scranno impagliato

come statua composta

nella luce della sera.

Antica sfinge nascondevi

dietro l’occhio siderale

il lungo patibolo

di matrice d’uomini.

Il ventre rotondo e maturo

come il cocomero sonoro

che per voglia spaccavi d’agosto.

Le viscere senza riposo

firmamento di atomi vivi

nell’oscura grotta della vita,

come il campo che Lui* seminava

sempre la stessa terra rivangata

da Natale a Natale

fin dal tempo feudale,

e fertile come il tuo grembo

alle bocche affamate non era.

Lui sopra te

sfogava la carne sfregiata

lo spirito offeso

la vergogna patita nel petto vile

i rospi ingollati

a nutrire il fiotto sessuale.

E non lo potevi accusare

era buono

la sua rabbia non sputava

vipere di parole

ma tortore dolci d’amore.

La sua mano non dava

dai calli indurita

dal pruno ferita

cazzotti e frustate

ma carezze delicate.

Il suo cupo furore si stemperava

come neve al sole,

e l’occhio universale

lo fulminava col bagliore di un lampo

dalla fessura di un’imposta

nella notte cupa,

ma non lo scuoteva.

Abbarbicato a te

possedeva il suo impero.

Il tuo corpo.

Il solo pezzo di cosmo

dove poteva sbandierare

il vessillo regale

e cantare come un gallo l’alba

della lunga notte di vittoria,

da dove nessuno

come ladro lo scacciava.

E anzi lo lodavano

perché il seme non si sperdeva

del cristiano

e dava alla patria guerrieri

e braccia alla terra,

a cavare per loro dei palazzi

le primizie dell’olio e del grano

e agnelli da sgozzare

e vino per brindare,

con qualche brendana**

alla grandezza romana.

Ma la sua aquila non ha mai portato

un solo bacherozzolo

al nido dei piccini,

e invano aspettarono

il possente

suo battito d’ali.

E soltanto

il becco adunco

li venne a prelevare

già belli e allevati

per posarli sul campo di battaglia

a morire per nulla

dissanguati .

____________________

* Lo sposo.

** Vocabolo di area lucchese e di altre parti della Toscana usato nel significato di donna di facili costumi, quasi come puttana.

 

LA VITA

Fioriscono i meli

della speranza.

Rassodano i grani

della passione.

Maturano le uve

del dolore.

Gelano i rivoli

del nostro sangue.

E non ci sarà

un’altra primavera.

 

VELA BIANCA

Come vela bianca,

il ricordo

sull’azzurro del mare

si spinge leggero,

una bocca a baciare

in un volto di nebbia.

Quand’era?

Al tempo del cuore

dai palpiti gagliardi.

Dov’era?

In un porto all’inizio

del Mar della Vita.

Com’era?

La stanca memoria

fallisce.

Ma spicca un pensiero

ad amare un’idea.

 

TRE MARZO

Oggi, tre marzo,

sono andato in bicicletta.

L’ho cercata nel buio stanzino

dove giaceva sepolta.

L’ho fatta ribaciare

dal sole già fiero.

Gemere

come donna in orgasmo

fra le mie gambe di vecchio,

sospinte dalla forza

del mio cuore di ragazzo.

Balzato su lei come capro

ho sentito l’inverno finire,

e nelle vene rifluire

una linfa di giovinezza.

Si torna a vivere all’aperto

a fendere l’aria a viso nudo

a sverginare

una nuova Primavera.

Come neve si squagliano

le chiuse malinconie

del crudo Inverno.

Carpe diem!

Chi vuol esser lieto sia!

 

CUORE PELLEGRINO

Il mio cuore è pellegrino

gira il mondo che è rotondo

gira il mondo vagabondo.

Il mio cuore è pellegrino

e viaggia senza posa

giorno e notte non riposa.

Il mio cuore è pellegrino

e va in cerca di un amore

ma non trova che rancore

e va in cerca di speranza

ma non trova che arroganza.

Il mio cuore è pellegrino

gira il mondo che è rotondo

gira il mondo vagabondo.

E va in cerca di dolcezza

ma non trova che l’asprezza

e va in cerca della pace

ma il fucile mai non tace.

Il mio cuore è pellegrino

va lontano e va vicino

il mio cuore non si stanca

e s’affanna a destra e a manca.

Il mio cuore è pellegrino

gira il mondo che è rotondo

gira il mondo vagabondo

rincorrendo il suo destino

rincorrendo il suo gemello

lambiccandosi il cervello.

Il mio cuore è assai tenace

il mio cuore non ha pace

finché non lo troverà...

Ma chissà quando sarà...

  

VENTO DEL NORD

Vento che vieni da terre lontane,

ti carichi

del gelido fulgore delle nevi

nel regno dell’orso gigantesco.

Voli sulle foreste cupe

dove bramisce l’alce.

Ti impenni

a schiaffeggiar le eccelse vette.

Percuoti i gelidi ghiacciai.

Ti avventi sibilando

sulle metropoli dell’Homo Sapiens

a soffiare sui visi pallidi

ruvide carezze.

Spazzino del mondo inquinato

la tua raffica impetuosa

che nell’era primigenia sferzava i dinosauri

è oggi la grande ala

della nostra salvezza.

Coevo delle stelle

adamantine,

dei profondi abissi

degli oceani,

delle fiumane infuocate

dei vulcani,

del lampo folgorante

che accese il primo fuoco

allo stupefatto ominide,

mai, sotto le tue ali possenti,

sentisti il fetore della nostra civiltà.

LIBERA NOS A MALO.

 

SCIAMI

Come le api

dagli alveari

nei campi fioriti,

sciamano le scolaresche

dalle aule

nelle piazze d’Italia.

È primavera!

 

LA PIÙ BELLA

La mia più bella poesia

è fatta di due sole parole

e la ripeto ogni volta che dico:

TI AMO.

La più bella poesia che conosco

è fatta di due sole parole

e fiorisce sulle labbra

della donna che mi dice:

TI AMO.

 

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