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Giacomo Paolini QUALCOSA DELL’ANIMA poesie tutti i diritti sono riservati ______________________________ O RAGAZZA O
ragazza, antica come
Beatrice e
novella come il fiore del pesco che
s’apre al sole di
quest’amorosa stagione, e ti
colora le guance e
diventa papavero all’accenno d’una
parola galante. O Ragazza, pura come
il latte che sorte dalle poppe
della mamma dove il
bimbo beve la vita e io la
speranza del tuo amore. O
Ragazza, che
plasmi con le tue mani angeliche
figure nella creta che da
millenni nel suo seno, per te
custodì la miniera — e
che non sanno decidersi a farmi
una carezza. O
Ragazza che
schiudi le labbra giottesche per dirmi
parole che hanno i
sapori della tua campagna antica. Del grano che le
anime rimaste tirano su
dalle prode a mano e
tenaci difendono il simbolo di un
pane che serbi il
sapore dell’uomo. Del vino strizzato da
un’uva bionda come
i capelli che ti
splendono al sole, e
m’inebria come la tua presenza, come il
tuo corpo che appena mi sfiora. Del fungo che
spunta nell’umida ombra del bosco infoltito dalla
fuga dell’uomo che non
ti somiglia, misteriosa come
le tue intimità che non
mi riveli. O
Ragazza, dagli occhi
verdi come la tua collina, lassù
pellegrinando t’incontrai sulla
straduccia del camposantino piccino come
una stanza di bimbi, dove
l’amico della mia adolescenza dorme un
sonno incominciato quando tu
aprivi i sensi alla vita. Che
veniva dal sole e dal vento, e dallo
stormire della selva, e dal
chioccolare del rio. E alla
morte, che
piombava dagli aeroplani, dai lampi
delle bombe, dal
crepitare del mitra assassino. E
ammazzava il mio amico innocente, Fausto ragazzo, che
m’aveva condotto per mano a
visitare i pazzi del suo ospedale* e ci
sorridevano innocui e ci
mostravano le pitture. E non
sapeva che i
matti furiosi stavano fuori nel gran
manicomio del mondo, e lo governavano
con la falce della nera
Megera, che fra
poco l’avrebbe reciso. E la
tua mamma, o
Ragazza, sfatta dalle
doglie del parto, tremava nella
camera sulla collina con le
pie donne che t’avevano lavata e ti
stringevano al seno novella fragile
creatura... E tu
poppavi ignara e avida
attingevi la vita e
rimpiazzavi chi moriva. O
Ragazza che
nascevi quando Fausto moriva e la
tua pianta spuntava da una
terra bruciata e
s’alzava e fioriva nella luce
della collina, mentre
quella di Fausto mozzata
dall’uncino d’una croce infame seccava e si
consumava nella
tenebra della sepoltura. O
Ragazza, dura da
conquistare come un
picco di roccia e
delicata come il fiore che ci nasce e
limpida come la polla che ci zampilla, e
intatta come la neve che
l’ammanta in una notte e il
sole nascente, al
mattino, la bacia
senz’orma e senza macchia. O
Ragazza in
questa notte del mio vagheggiare il
pensiero mi pencola da un
punto all’altro della collina, dal tuo
casto letto alla sua casta tomba, e bussa
al tuo tiepido tetto di terracotta e bussa
al Suo freddo avello di marmo bianco, e
implora da Lui il tuo amore. E una
voce mi giunge da
lontananze ignote da
oscurità infinite e mi
sussurra d’un legame misterioso tra
questo nato amore e
quell’antica morte. ____________________ * L’ospedale psichiatrico nel quale il papà
di Fausto lavorava in qualità di primario medico, e
vi alloggiava con la famiglia. SERCHIO Mi
sentivo atomo sul tuo greto bianco sotto il livello del mondo come in alveo materno protetto, libero insetto nudo sui ciottoli andavo, levigati dall’antico artigiano del tempo, quaggiù nella piana dove allarghi il respiro e ti stendi a
placare il tormento. Pieno
d’ansiosa voglia mi tuffavo, e là dove la rende allegra il rasaio* prendevo la
fresca sposa. A
branchi le pance dei pesci d’argento sfioravano la mia ebbrezza e timorosi viravano nell’opale del sogno. L’agguato
dell’esca qualcuno tradiva, i compagni lo guardavano sgomenti salire a bocca spalancata, e piangevano lacrime d’aria verso un
filo di sangue. Macerava
la canapa, s’inteneriva le notti fra le tue languide braccia. Intanto
nella stanza l’aspettava il telaio antico della novella sposa — già nel grembo recava una
speranza. Vociavano
i renaioli ai crivelli della rena. Bestemmiavano
i barrocciai e bevevano i cavalli il tuo
fiore di cristallo. I
fuochi accendevano gli zingari. Senza
spengersi la fiamma si tuffava nel tuo seno con lingue di vermiglio. In te,
il sangue dei figlioli lavavano appena nati. Il
canto delle lavandaie ritmava il battito dei panni. Le riflettevi
maschere grottesche nel tuo specchio mosso da inquiete presenze, velato di
sapone. Fiume
che vai come allora, uguale non sei. La
civiltà sputa il catarro dei suoi bronchi avvelenati sulla tua innocenza. Il tuo
ventre corrotto da un’oscena penetrazione abortisce le pance rigonfie dei pesci ammazzati, a galleggiare livide sulla
corrente. Più
non vengono al tramonto i muratori stanchi a lavar la fatica e la calcina nelle tue acque rosate, pitturando l’aria di pittoresche parole — per paura
d’appestarsi nell’infido
amplesso. Più
non guizzano come barbi i figlioli dei proletari alle bocche delle tue caverne, rifugio delle antiche Naiadi. Ricordi
com’erano di bronzo i loro corpi nudi e gli
sguardi limpidi e vivi? Più
non si genera la tua schiuma dal garrulo giocar delle correnti ma dal vomito della chimica, bava della
sua bocca razionale. Fiume, perché ti amai, con tutto il popolo che brulicava e si buttava sul tuo corpo fluente e di esso viveva e godeva, ora piango nel vederti morire. ____________________ * Voce lucchese per indicare un punto del fiume nel quale, a causa di un
dislivello, l’acqua scorre molto veloce, «rasando»
come una lama i ciottoli sottostanti. EPITAFFIO PER UN PINO Vecchio
pino solitario sul sentiero delle mie giovani stagioni, sopra la tua rama tendevo agguati alle volpi nelle notti
di luna. Nell’attesa
la fantasia spaziava libera e ingorda. Si
districava col machete nelle foreste nere, s’arrampicava sulle vette bianche, colava a picco nelle profondità dei mari, vagava inquieta in città e paesi, stupefatta dalle divine cattedrali, commossa dalle
piccole pievi. S’introduceva nelle stanze degli artisti, negli antri dei fabbri ad imparare l’arte. E ad amare, nelle camerette polite delle caste compagne giacenti tra bianche lenzuola, violentandole
con la
purezza del pensiero. Stringevo
tra le cosce gagliarde la tua rama scorzosa, ti sentivo vivere sotto, come pulsare, all’unisono col mio sangue; fluire la tua linfa, che la succhiavi con le radici profonde dall’humus marcescente della terra —
nutrito dai tuoi come dai miei antenati e da quelli della volpe, che eccola... arrivava guardinga. Un’astuta
ombra nera stanata dalla fame, famelica di
preda. Il
sangue m’affluiva alle tempie col calore fiammeggiante delle schioppettate partite come una liberazione, fragorose
nell’immenso
silenzio del bosco. Scendevo
a raccattare due lune piene negli occhi sbarrati spenti svuotati della proverbiale furbizia. Un
rivolo di sangue nella crepa della terra arida, a nutrirla
ancora. La
Morte. La Uguale. Per le
volpi per i mendici per i papi per i re e le reine. Che era, o saltellanti lepracchiotti o tenere petulanti gallinelle o ferocia del mio cuore tumultuante, la nostra vita. Uno
sfogo per il senso affamato voglioso. Il
solo possesso permesso dai padri padroni. Vecchio
pino solitario sul sentiero buono delle volpi adesso ti rivedo — quanti anni son fuggiti? Io disincantato scarnito nell’anima che ha attraversato la vita come il pelago — vela
sbrindellata al vento della barca «Libertà» — che ha rattenuto l’essenziale di ragione e di poesia delle
antiche promesse. Tu scheletro gigante che tendi le seccate rame verso un cielo di reattori e di caligini chimiche. La
linfa dell’antico humus non scorre più nei tuoi canali, le fibre prosciugate, un cadavere che stai ritto per la residua forza del poderoso ossame, finché il marciume non crepiterà vittoria ingloriosa su di te, e un grande crac scuoterà la foresta con echi e risonanze lontane, e cascherai ammucchiato ad abbracciare finalmente la tua
ombra. Epitaffio. LA
GELIDA LAMA DI UNA RUSPA GLI SQUARCIÒ L’ANTICO VIGOROSO
CUORE UNA
BELLA MATTINA DI PRIMAVERA QUANDO LA PIENA TUMULTUOSA DEL
SANGUE NUOVO LO PERCORREVA DALLE BARBE ALLE
RAME. E l’uomo che la mandava rombante assiso sul seggio d’acciaio —
giudice inappellabile sul trono del progesso — continuò a fumare il suo sigaro apatico indifferente sazio per la grassa colazione orora consumata, appena una smorfia ad
increspargli il florido faccione. La
vecchia pista delle volpi è diventata una bella strada maestra. Ai
margini la domenica gli amanti in automobile si fermano a far l’amore con i preservativi. E dopo
te li buttano — o mio Gran Pino — alla ceppa senza rispetto, dove cascavano le pigne gremite di pinoli: una festa per gli scoiattoli e i figlioli dei contadini. IL VILLAGGIO MORTO Case
di pietra murate con magra calcina fatta di misera terra, prima che il faggio nascesse abbarbicato alla scabrosa roccia scalzato dal rovinio delle fiumane, quando i susini che dolci frutti lascian cadere sul prato ancora non
erano semi. Case
vuote: teschi spolpati dal verme che covò nel cuore la sete di soldi la fame
di pane. Squarci
nei muri come bocche ghignanti, travicelli cadenti di traverso come denti. Usci
sventrati percorrono talpe col furioso tremor degli affamati. Dove
il cacio trasudò l’umore, e i sapori del monte aprico concentrò nel
suo tenero cuore. L’agnello
belava novello, incontrava il
pastore l’amico. I lari
rubati le domeniche dai gitanti cittadini, scolpiti nei marmi nostrani: le punte guidavano i cuori quand’erano
incerte le mani. Il
forno di vita fornace dal grembo capace di pani fragranti ai bimbi esultanti: un’orrida
tana di pipistrelli. Il
canto del fuoco della casa il sale: come una tomba. A vederlo fa male. Le
voci degli uomini a notte, in mano le tazze col vino bollente si contavano storie di streghe, di
briganti e di foresta gente. Le
dita frenetiche delle vecchie pastore nella ciotola frugavano le radici di un’erba arcana, segnavano con la noce acerba la cenere calda per far lievitare nella novella sposa il
grembo dell’amore. Nella
camera sotto il tetto tracciata col gesso figura
oscena dov’era il capoletto. Vi si
consumarono gli amori vi nacquero i figlioli... aprirono gli
occhi a un mondo di dolori. Ubriaco
batteva la donna, tanfo di vino la sera, la mattina dalla finestra canto di capinera. Masticava
la lingua amara: «La
sposa, la sposa...» Non la trovava. Dagli
orti fioriti profumi per le minestre. Origano salvia rosmarino. Campana
chiamavi a fuoco, a tempesta: le tue note, ora spente. Il
vento come impazzita ti fa suonare qualche notte
nel desolato silenzio. Chiesa
calda di cuori e di fiati percorsa, come diacce correnti, dai brividi dei tuoi ricordi. I
cristiani son tutti scappati. Aperta ai predoni profani. Il ciborio un nido di topi. Ti
hanno rubato la Via Crucis di cui adesso avevi bisogno nell’ora
del tuo calvario. La
musica non consola il tuo morire, dall’organo cascano le canne arrugginite. Neanche
una voce nel coro a
cantarti il Miserere. Tutta
la tua gente è laggiù, alla catena di montaggio presa nell’ingranaggio triste con la pancia piena si fa fare l’endovena chiusa nelle scatole di latta diventa matta rifiata il puzzo dei bruciatori accusa dolori... IN MORTE DI UN VECCHIO CONTADINO Sei
morto, vecchio contadino, sul gran talamo ti sei irrigidito stanco di snocciolare il
rosario del giorni. Esso
non accoglie che la vuota larva delle tue membra e la linfa trabocca nella vastità
dei tempi. Un’alba
remota ricevesti il testimone germinale per affidarlo dopo l’affannosa corsa della vita a chi
ti continua. Più
volte cadesti ti spaccasti le ginocchia il sangue colava ti logorasti la milza. Prostrato, lingua nella polvere la mordevi, occhi velati d’agonia lontano sempre avanti guardavi. Mai
domo risorgevi a
galoppare. Ora ti
sei indurito per sempre con un estremo sussulto d’aringa rimasta all’asciutto su questo bianco mare di sale. Qui
avesti pulsioni d’amore e ascoltasti la bufera le notti con Marina. Gagliardo
trionfasti stanco giacesti, lei anche sobbalzi di dolore nel darti i figlioli come ritmi della nostra melopea, qui si
spense prima di te. L’amore il parto la morte in questo letto di castagno messo insieme dal tuo amico falegname, dal vecchio castagno solitario vilipeso dalle tempeste matrice di funghi odorosi. Ricordi? Ora
non più. Ti
hanno infilato il vestito scuro, quello buono delle feste, te lo ripose nell’armadio Marina con le tele del suo corredo. «Per quando morirai anche tu amico mio compagno dei miei giorni belli come di quelli amari, padre dei miei figlioli disgraziati.» Uno se
lo mangiarono i lupi della steppa sconfinata e il suo sangue gentile macchiò come cinabro la neve in uno spietato abbaìo. Un
incubo assurdo senza
risveglio. Strappato
dalle sue prode, presagli la vanga e messogli in pugno il fucile da un’adunca mano nera. E non
aveva che vent’anni. «Non
crucciarti vecchio, presto anche per te arriverà il momento e io non ti sarò accanto a piangerti allora e lacrime meno calde cadranno su di
te.» E un altro figliolo l’appesero col filo spinato al cipresso della nostra terra dei nostri poeti, le orde ultramontane dei pallidi visi lanzichenecchi e sputarono sul suo petto fragile il verde fiele dei loro filosofi cagliato di
piombo. Vecchio
antico, ti hanno infilato le scarpe velate di una patina d’attesa, a contenere i piedi martoriati e sfatti che gelarono in trincea per il
tuo piccolo re. Istituzione
del mio paese, picco della mia adolescenza a te pacifico e forte guardavo più che alla fragile marziale gente che con fragore di latta passò e scomparve nelle sue
tristi nebbie. Ora
contemplo il tuo volto spento. Occhi che riflessero i bagliori del fuoco il balenio dei ghiacci, altri occhi spietati di uomini gelidi le turpitudini dei porci, le zanne delle iene pasteggiare le
membra degli oppressi. Il
sereno splendore dei tramonti dietro i colli nativi, le fredde albe caliginose che il fiato si faceva nuvola guidando l’aratro e la terra violata fumava come viscere sventrate d’un
immenso animale. Vecchio
antico, guardo le tue mani incartapecorite incrociate sul ventre legate dalla corona del rosario prigioniere di Dio. Prima che vengano a prenderti i fratelli, i compagni del campo e dell’osteria — già
odo i rintocchi della campana, il salmodiare degli incappati, tra gli
ulivi. Anche tu lo facevi, impugnavi la croce dopo la vanga e il forcone e andavi a raccogliere i morti per
deporli nella terra. Ora vai
a raggiungere la loro polvere e i loro spiriti. È
venuto il tuo turno, di uscire orizzontale con i piedi in avanti dall’uscio di casa. Li
ritroverai tutti? Potrai giocare a scopone con
loro? Ormai
la processione è lì fuori. Ancora
per poco ti vedrò potrò fissare le tue mani ingiallite belle, parlanti nodose coriacee come il bosso segnate dalle rughe e dai calli. Enormi che ti coprono la
pancia. Si
sformarono a menare il piccone spaccare le dure zolle. Riposarono
tranquille sul desco. Godettero
le poppe di Marina. Fremettero
impotenti sulle carni torturate di Bruno. Gelarono
all’algido inverno frantumarono il ghiaccio della pompa. Si
scaldarono al fuoco cavarono le castagne dalla cenere. Fecero
verdeggiare il deserto. Picchiarono
come magli ceffi arroganti carezzarono chiome di bimbi. Uccisero
anche fratelli che indossavano un’altra divisa, come volle
il tuo piccolo re. Seminarono
il grano raccolsero l’uva per l’ostia e il calice dell’altare corpo e sangue di Cristo che adesso ti accolga lassù a coltivare i suoi campi di nuvole nell’eternità
dei tempi. Ora
riposano sulla pancia hanno pace ma già
bussa il verme. Ci
siamo... spente le melodie gli incappati sono entrati tra i ceri e i singhiozzi accesi. L’acquasanta
ti bagna d’una pioggia lene. Ultime
battute del copione della buona vita e della buona morte, e si
chiude il sipario. Addio! LA MEZZADRA Ti
ricordo seduta sullo scranno impagliato come statua composta nella luce della sera. Antica
sfinge nascondevi dietro l’occhio siderale il lungo patibolo di
matrice d’uomini. Il
ventre rotondo e maturo come il cocomero sonoro che per voglia spaccavi d’agosto. Le
viscere senza riposo firmamento di atomi vivi nell’oscura grotta della vita, come il campo che Lui*
seminava sempre la stessa terra rivangata da Natale a Natale fin dal tempo feudale, e fertile come il tuo grembo alle
bocche affamate non era. Lui
sopra te sfogava la carne sfregiata lo spirito offeso la vergogna patita nel petto vile i rospi ingollati a nutrire il fiotto sessuale. E non lo potevi accusare era buono la sua rabbia non sputava vipere di parole ma
tortore dolci d’amore. La sua
mano non dava dai calli indurita dal pruno ferita cazzotti e frustate ma
carezze delicate. Il suo
cupo furore si stemperava come neve al sole, e l’occhio universale lo fulminava col bagliore di un lampo dalla fessura di un’imposta nella notte cupa, ma non
lo scuoteva. Abbarbicato
a te possedeva il
suo impero. Il tuo
corpo. Il
solo pezzo di cosmo dove poteva sbandierare il vessillo regale e cantare come un gallo l’alba della lunga notte di vittoria, da dove nessuno come ladro
lo scacciava. E anzi lo lodavano perché il seme non si sperdeva del cristiano e dava alla patria guerrieri e braccia alla terra, a cavare per loro dei palazzi le primizie dell’olio e del grano e agnelli da sgozzare e vino per brindare, con qualche brendana** alla
grandezza romana. Ma la sua aquila non ha mai portato un solo bacherozzolo al nido dei piccini, e invano aspettarono il possente suo battito
d’ali. E soltanto il becco adunco li venne a prelevare già belli e allevati per posarli sul campo di battaglia a morire per nulla dissanguati
. ____________________ * Lo
sposo. ** Vocabolo di area
lucchese e di altre parti della Toscana usato nel significato di donna di
facili costumi, quasi come puttana. LA VITA Fioriscono
i meli della
speranza. Rassodano
i grani della
passione. Maturano
le uve del
dolore. Gelano
i rivoli del
nostro sangue. E non ci sarà un’altra primavera. VELA BIANCA Come vela
bianca, il ricordo sull’azzurro del mare si spinge leggero, una bocca a baciare in un
volto di nebbia. Quand’era? Al
tempo del cuore dai
palpiti gagliardi. Dov’era? In un
porto all’inizio del Mar
della Vita. Com’era? La
stanca memoria fallisce. Ma spicca un pensiero ad amare un’idea. TRE MARZO Oggi, tre marzo, sono andato in bicicletta. L’ho
cercata nel buio stanzino dove
giaceva sepolta. L’ho
fatta ribaciare dal sole già fiero. Gemere
come donna in orgasmo fra le mie gambe di vecchio, sospinte dalla forza del mio
cuore di ragazzo. Balzato
su lei come capro ho sentito l’inverno finire, e nelle vene rifluire una linfa
di giovinezza. Si
torna a vivere all’aperto a fendere l’aria a viso nudo a sverginare una nuova
Primavera. Come
neve si squagliano le chiuse malinconie del crudo
Inverno. Carpe diem! Chi vuol esser lieto sia! CUORE PELLEGRINO Il mio
cuore è pellegrino gira il mondo che è rotondo gira il
mondo vagabondo. Il mio
cuore è pellegrino e viaggia senza posa giorno e
notte non riposa. Il mio
cuore è pellegrino e va in cerca di un amore ma non trova che rancore e va in cerca di speranza ma non
trova che arroganza. Il mio
cuore è pellegrino gira il mondo che è rotondo gira il mondo vagabondo. E va in cerca di dolcezza ma non trova che l’asprezza e va in cerca della pace ma il
fucile mai non tace. Il mio
cuore è pellegrino va lontano e va vicino il mio cuore non si stanca e
s’affanna a destra e a manca. Il mio
cuore è pellegrino gira il mondo che è rotondo gira il mondo vagabondo rincorrendo il suo destino rincorrendo il suo gemello lambiccandosi il
cervello. Il mio
cuore è assai tenace il mio cuore non ha pace finché non lo troverà... Ma chissà quando sarà... VENTO DEL NORD Vento
che vieni da terre lontane, ti carichi del gelido fulgore delle nevi nel regno
dell’orso gigantesco. Voli
sulle foreste cupe dove
bramisce l’alce. Ti impenni a
schiaffeggiar le eccelse vette. Percuoti i gelidi ghiacciai. Ti
avventi sibilando sulle metropoli dell’Homo Sapiens a soffiare sui visi pallidi ruvide
carezze. Spazzino
del mondo inquinato la tua raffica impetuosa che nell’era primigenia sferzava i dinosauri è oggi la grande ala della
nostra salvezza. Coevo
delle stelle adamantine, dei profondi abissi degli oceani, delle fiumane infuocate dei vulcani, del lampo folgorante che accese il primo fuoco allo stupefatto ominide, mai, sotto le tue ali possenti, sentisti il
fetore della nostra civiltà. LIBERA
NOS A MALO. SCIAMI Come
le api dagli alveari nei campi fioriti, sciamano le scolaresche dalle aule nelle
piazze d’Italia. È
primavera! LA PIÙ BELLA La mia
più bella poesia è fatta di due sole parole e la ripeto ogni volta che dico: TI AMO. La più bella poesia che conosco è fatta di due sole parole e fiorisce sulle labbra della donna che mi dice: TI
AMO. |