RITORNO A FORMENTALE

 

Salire a Formentale è per me come tornare ragazzo, tanto i ricordi degli anni verdi rinviviscono nel rivederne i colori, respirarne i profumi, udirne i suoni, parlare con la gente. Questo paesino consistente in una chiesetta romanica di pietra nuda, poche case dai muri scrostati e stinti e un camposantuccio appena più grande di una stanza — con i morti che vi riposano all’ombra di vecchi cipressi — mi fu sempre caro: per il nome strano — che poi uno studioso mi spiegò derivare da frumentale, «dove si produce frumento» — la felice posizione, l’aspetto suggestivo e gli incisivi episodi della mia vita che lo ebbero a teatro.

E provo una commozione che pensavo non attecchisse più nel mio animo inaridito nel ripercorrerne oggi, dopo tanti anni, le stradicciole scavate nell’argilla tra filari di viti spoglie come scheletri, in cui già covano però, nel sentore dell’imminente primavera, i germogli nuovi. In mezzo ad uliveti, prode verdi di grano, selve di castagni macchiate qua e là da isole di lecci.

Ripenso a quando, bambino di sette anni, mi ci condusse per la prima volta la nonna che andava a far visita a un’amica. Quel giorno soffiava una tramontana che penetrava fin dentro le ossa e le ghiacciava. La nonna si raccomandava che le dessi la mano, sennò il vento mi avrebbe trascinato via nel suo turbinoso regno sopra le nuvole e sarei diventato anch’io uno sbuffo d’aria, magari uno zeffiro birichino che poi sarebbe tornato ad abbaruffarle i capelli. Ella scherzava, ma come lo ritenesse davvero possibile mi stringeva il polso fino a farmi male, certo pensando alle severe raccomandazioni della nuora, mia madre, prima della partenza.

Nel passare presso il cimiterino, dove le lapidi semplicissime con i nomi dei morti spuntavano fra l’erba alta, si fermò davanti al cancello invitandomi a recitare con lei tre requiem per quei poveri cristiani, che quasi tutti aveva conosciuto in vita.

L’amica della nonna ci accolse festosamente nella cucina annerita dal fumo, e accorgendosi che si moriva dal freddo rinvigorì con un bel ciocco il fuoco che ardeva nel camino fra due grossi alari. Invitando la nonna, le aveva promesso di farci le caldarroste (che qui chiamavano mondine perché una volta abbrustolite, per mangiarle si devono mondare).

Infatti mise subito sulla fiamma una gran padella ricolma di castagne già «castrate» (cioè incise con la punta del coltello perché non scoppiassero al calore). La padella aveva il manico molto lungo e tanti buchi nella pancia, attraverso i quali penetravano le lingue di fuoco a bruciacchiare le castagne.

La donna m’insegnò a maneggiarla con mio gran divertimento, e quando le diedi sufficiente garanzia di non combinare guai, mi lasciò cuocere da solo le mondine e si mise a parlare fitta fitta con la nonna. Entrambe erano sigaraie in pensione, categoria di donne con la fama di grandi chiacchierone. Da un pezzo non si vedevano e avevano molte cose da raccontarsi.

L’emozione per l’impresa e il calore del fuoco resero il mio viso ardente come la brace, e quando giunse il momento di uscir fuori per tornare a casa, avvertii maggiormente, per contrasto, la gelida carezza della tramontana che s’era fatta ancor più gagliarda e sfrontata nei nostri confronti.

I giorni seguenti mi venne la febbre alta: sulle prime sembrò dovuta a una semplice influenza, ma presto apparve chiaro al dottore che si trattava di una brutta polmonite. La febbre raggiunse punte altissime e per un paio di giorni rimasi in bilico tra la vita e la morte. Nel delirio vedevo figure bianche come fantasmi affollarsi intorno a me, formando un cerchio che man mano si stringeva fino a soffocarmi. A momenti mi credevo ancora a Formentale con la nonna e vedevo una padella gigantesca con io dentro che arrostivo insieme alle castagne diventate grosse come mele, mentre un vento impetuoso proveniente dalle fauci di un drago soffiava sul fuoco perché avvampasse di più.

Poi la vita, in me, prese il sopravvento sulla morte, e quando stavo già benino la maestra venne a trovarmi con tutta la scolaresca della seconda elementare. I miei compagni irruppero allegri in camera, e affollandosi curiosi e petulanti intorno al letto, mi porsero chiassosamente i loro saluti e gli auguri di rivedermi presto seduto al mio banchino. Poi mi parlarono dell’ultima novità della scuola: la maestra tutte le mattine dava loro a bere un bel cucchiaione di olio di fegato di merluzzo, per farli diventare ragazzi forti come voleva il duce. Per questa ragione bisognava buttarlo giù senza fare i versacci, anche se era una peste.

Raccontarono pure di essere stati in collina per mettere a dimora ciascuno una propria piantina, in occasione della festa degli alberi che a quel tempo si usava celebrare nelle scuole. La mia l’avevano messa da parte e adesso me la recavano in dono. Era piuttosto miserella, forse quella che tutti avevano scartato, aveva le radici avvolte in un cartoccio con un po’ di terra, il «pane», e siccome a tenerla in camera si sarebbe presto inaridita del tutto, li pregai di andarmela a piantare nell’orto, perché era giusto che an­ch’es­sa avesse il suo posto al sole e la sua vita rifiorisse come pian piano stava rifiorendo la mia.

Per le ricorrenze di san Luigi e san Bartolomeo quassù era festa grande, e sia io che i miei compagni chierichetti salivamo verso la chiesa indossando lunghe cappe bianche e mantelline così corte che scendevano appena al disotto delle ascelle, sicché sembravamo quei funghi vistosi ma di poca consistenza e di nessun sapore che punteggiano i boschi in autunno. Il prete di qui invitava a concelebrare le solenni funzioni anche il nostro parroco, che appunto ci portava con sé.

Si saliva allegramente giocando e facendoci gli scherzi, inseguendoci lungo i pianori erbosi, saltando greppi e fossatelli, e quando se ne trovava qualcuna, scivolando col sedere giù per le discese d’argilla che rendevamo lisce e levigate, ahimè a spese dei calzoni. Eravamo, con le cappe candide e le mantelline scarlatte, gaie pennellate viventi nel quadro verdissimo della natura, che si muovevano irrequiete aggruppandosi e irraggiandosi nella campagna assolata, come un allegro balletto estemporaneo nel quale ciascuno era il regista di sé stesso.

Per san Luigi c’erano giusto le ciliege mature e noi ci si arrampicava sugli alberi a raccoglierle facendone grandi scorpacciate; non visti dal nostro vecchio curato che arrancando piano rimaneva indietro, così come dai padroni dei ciliegi, in quel momento affaccendati a radersi le barbe e farsi belli per avviarsi alla messa. 

Con le cappe mezze imbrattate della loro polpa rossa si giungeva sudati e ansanti sul piazzaletto della chiesa, dove si aspettava il parroco. Egli appariva soffiando come un mantice e asciugandosi il sudore con un gran fazzoletto rosso a pallini bianchi, e restava allibito nel vedere così impataccate le nostre belle divise, che la perpetua aveva appena tolto dal bucato perché facessero bella figura in processione. Guardando l’espressione del suo viso avremmo voluto sparire, per non assistere alla sua sfuriata. Ma lui, dopo un accenno d’ira subito represso, emise un lungo sospiro dicendo soltanto:

«Ah, birichini, non mi ascoltate mai! Eppure vi dico sempre di star buoni.» E aggiungeva piano, come parlando a se stesso: «Se vi riesce... come diceva il santo Curato d’Ars.»

I fichi invece li mangiavo col babbo, quando in autunno venivamo per le «scacce» dei tordi che stanziavano nelle macchie lungo i canaloni. Si partiva da casa la mattina che ancora era buio fondo, portando in tasca appena un po’ di pane, ché tanto per companatico avremmo trovato, squisiti, i fichi maturi: bianchi o neri, grossi e con la goccia brillante al primo sole, che stillava come minuscola annunciatrice della loro squisitezza. «Quando faccio capolino io», sembrava voler dire, «potete coglierci tranquillamente, sicuri che gusterete bocconi degni di un re.»

Si trovavano sempre un paio ragazzetti del posto che per pochi soldi si prestavano a fare le «scacce», vale a dire scacciare i tordi dal folto del bosco indirizzandoli verso i cacciatori appostati in basso. Un po’ come i battitori nella caccia alla volpe degli Inglesi. Soltanto che qui non c’era ombra né di lord né di lady. 

Venivano giù lanciando sassi a tutto spiano, e loro malgrado i tordi spiccavano il volo dal suolo umidiccio e nero dove non batteva mai il sole, ricco di bacherozzoli e pippoli di cui erano golosi, sfrecciando sopra le teste dei cacciatori che lasciavano partire le loro coppiole. Bisognava essere molto abili nella mira perché, oltre a volare velocissimi, i tordi non si presentavano nel cielo libero ma saettavano fra l’intrico dei rami.

Poi la guerra, la calda estate del quarantaquattro.

Formentale rigurgita di sfollati, non è mai stata così piena di gente, le stradine animate, la chiesa gremita, al punto che la domenica non ce la fa a contenere tutti, e una parte deve ascoltare la messa dal piazzale. Questi buoni paesani li hanno accolti nelle case, e dove queste non bastavano messo a disposizione le cantine, le capanne, le stalle. Restare in pianura è diventato rischiosissimo, il fronte si avvicina, i bombardamenti s’intensificano, i tedeschi rastrellano uomini e bestie e sparano alla gente.

Sul campanile si monta la guardia, tenendo d’occhio la strada che sale serpeggiando, caso mai spuntasse da un tornante una camionetta della Wehrmacht, pronti a dar l’allarme con tre colpi di battaglio. I giorni e le settimane scorrono interminabili, aspettando l’arrivo degli Alleati.

 

La mattina di quel ferragosto mi allontanai nel bosco in cerca di bacchette per farne bastoni, il mio passatempo preferito in quei giorni d’ozio. Dopo averli sbucciati e piegati al fuoco, con un coltellino intagliavo nel manico teste di cani e di montoni. Giù in basso vedevo snodarsi la strada che saliva verso il valico del Quiesa. L’aria surriscaldata, tremolando sull’asfalto, la faceva sembrare una cosa viva, come un pigro serpente al sole.

All’improvviso, a una svolta del sentiero nel folto della vegetazione mi trovai fra le braccia accoglienti di un grosso militare tedesco.

Istintivamente cercai di svincolarmi, ma il soldato rafforzò la stretta e rimasi senza scampo nella morsa.

«Ehi, freund, immer mit der ruhe?...»

«Come?»

«Calmati, amico... dofe andare?» mi chiese.

Balbettai goffamente qualcosa a proposito delle bacchette, che il teutonico mostrò di non capire. Mi fissava con occhi chiari e freddi.

«Jahren!... Quanti anni afere?» mi chiese.

«Quindici e mezzo», dissi con la voce che mi tremava.

«Tu buciardo... io dice almeno diecisette... ja!» ribatté con una sicurezza che mi mandò via la voglia di replicare. (In effetti ero molto sviluppato e sembravo più grande).

«Molti kameraten di tua età in kuesto moment stare a combattere a fronte... Ja!... Adesso noi fenuti kui per abbattere alberi per fare trincee e portare giù su strata dofe akspetta camion... Capiren? Allora tu helfen... inzomma aiutaren noi nostro arbait... laforo... Ja!»

Abbattemmo e segammo in pezzi di due metri ciascuno  diversi pini, dopodiché sperai che mi lasciassero andare. Ma i soldati, dopo essersi un po’ consultati intedescando parole per me incomprensibili, m’imposero di seguirli verso la strada dove aspettava il loro camion, sul quale, effettuato il carico, mi fecero salire per condurmi con sé.

Pregai una vecchia di passaggio, che conoscevo, di avvertire la mia mamma. Non avevo ancora finito di parlare che lei cominciò a correre su per il bosco per paura che i soldati le impedissero di compiere la pietosa missione. Come mi raccontarono poi, raggiunse mezza morta Formentale, che se non la soccorrevano in tempo rendeva l’anima a Dio, e col fiato rimastole in petto gridava sul piazzale della chiesa:

«Ascoltate! I tedeschi hanno portato via Giacomino! Gente senz’anima e senza cuore. Il giorno della festa della Santissima Maria Assunta, la Madre del Nostro Signore Gesù Cristo...»

Quell’annuncio raggelò la folla che ascoltava la messa solenne di ferragosto. Tra l’esser presi per lavorare e il venir fucilati come ostaggi, il passo era breve in quei giorni: bastava che un tedesco nel frattempo venisse ammazzato dai partigiani e il gioco era fatto. Il prete smise di predicare e mia madre, dopo un grido soffocato, cadde svenuta sul pavimento. Mentre i fedeli si davano da fare per soccorrerla, il prete disse: «State calmi. Due donne la portino a casa e le restino vicino.»

La sera dello stesso giorno ci fu un mitragliamento aereo nel luogo dove i tedeschi mi avevano portato. Approfittando del grande scompiglio e del fuggifuggi generale, non mi fu difficile tagliare la corda.

Dopo una lunga corsa attraverso strade poco battute, campi e boschi, a tarda notte arrivai a Formentale. Le gambe non mi reggevano più, e appena ebbi bussato alla porta della capanna che ci ospitava, caddi sfinito sopra un materasso steso per terra. La mamma, venuta ad aprire con un buon presagio nel cuore, s’inginocchio al mio livello e ci abbracciammo stretti.

                                            Giacomo Paolini

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