La Stregona (1988)

Prima rappresentazione al Teatro del Giglio di Lucca il 18 marzo 1989. (Compagnia «Invicta» diretta da Cataldo Fambrini).

Fra un bucato e l’altro fatto alla maniera di una volta nella conca, una sfornata di pane la mattina sull’aia, un lenzuolo tessuto dalla futura sposa al telaio domestico, una sfogliatura di granturco la sera al chiaro di luna; fra l’andare e il tornare dai lavori nei campi, i personaggi della commedia si esibiscono in una vecchia corte della campagna lucchese; dialogando in modo vivace e pittoresco nel nostro vernacolo contadino, sciorinando all’aperto i loro casi singolari, gli accadimenti dal maggio al settembre del 1936, proprio alla fine della guerra d’Abissinia. Amori vecchi e nuovi, fiacchi o troppo bollenti, morti e risuscitati; fortuna sfacciata e scalogna della più nera (sperpetua), magia, malocchio, “fatture”, mirabolanti rimedi di una famosa Stregona veramente esistita; un simpatico matto e un vecchietto salace; sono i motivi conduttori, gli ingredienti piccanti e spassosi di questa godibile commedia.

                                                         Gino Arrighi

(dal dépliant di sala al debutto al Teatro del Giglio)

dai giornali...

«La Nazione» del 12 febbraio 1989.

«La Nazione» del 31 marzo 1989.

«La Nazione» del 20 luglio 1989. Il titolo e la trascrizione del testo.

La Stregona in corte. Così la gente ha ribattezzato lo spettacolo messo in scena nei giorni scorsi dalla compagnia Invicta di S. Maria a Colle... Andiamo a vedere la Stregona in corte – si sentiva ripetere. E la presenza di folla è stata così massiccia che le pur numerose sedie sistemate sull’aia non sono bastate e molte persone hanno dovuto restare in piedi. Si tratta della commedia in vernacolo lucchese “La Stregona” di Giacomo Paolini che è stata rappresentata in una vecchia corte che conserva le caratteristiche del passato. Senza scene finte, senza palcoscenico, ma sfruttando appieno la realtà dei vecchi muri e dell’aia, il regista Cataldo Fambrini, di cui è stata l’idea dell’originale recita, si è servito senza risparmio delle luci per creare un’atmosfera molto suggestiva, investendo con fasci luminosi le case, le capanne, gli alberi, un vecchio noce, un fico, facendo sorgere come per incanto nel buio profondo della notte, un’oasi serena di passato agreste, nella convulsa realtà circostante (l’autostrada era lì a due passi), un’isola magica ed effimera in cui gli spettatori si sono ritrovati quasi senza accorgersene, facendo un salto in un passato vecchio di cinquant’anni, e rivivendolo come dal vivo. Quel passato degli anni Trenta, con i suoi usi e costumi, il linguaggio pittoresco e incisivo della gente di campagna. E qui si sono confusi con gli attori, immedesimati nei personaggi, che non stavano distaccati e lontani, sopra un palcoscenico più alto, ma si muovevano lì in mezzo a loro, salivano e scendevano scale vere, entravano e uscivano da porte reali, aprivano chiudevano si affacciavano a finestre autentiche, e alcune comparse erano gli stessi abitanti della corte.

 

 

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