SULLA NEVE

 

Renato, oltre a una buona cultura classica possedeva anche una mente immaginosa e una certa inclinazione al misticismo. Quindi non c’è da meravigliarsi se Oriana, una bella ragazza alta e asciutta, gli richiamava alla mente le cattedrali gotiche con le loro guglie slanciate verso il cielo. Essa era un’anima pura che sebbene avesse già venticinque anni, le si leggeva negli occhi l’innocenza di una fanciulla. La loro luce illuminava un volto dolce e candido, simile a quello di certe sante negli affreschi di Giotto.

Come Renato, aveva la passione per la montagna e non vedeva l’ora che arrivasse la domenica per salirvi con una comitiva della parrocchia. D’inverno scivolava allegramente sulla neve con gli sci (facendo molti capitomboli), e nella bella stagione percorreva lunghi sentieri fra rocce e prati respirando a pieni polmoni quell’aria rarefatta e provando un piacere genuino, che a volte esprimeva avvoltolandosi sull’erba, «facendo la matta», come dicevano i compagni. 

Fu appunto lassù che una mattina Renato la conobbe e s’innamorò a prima vista di lei.

Appena arrivati con l’autobus, gli piacque osservarla pregare nella chiesetta degli alpini dov’erano entrati a prender la messa, con tale fervore che pareva in estasi; e usciti fuori vederla inebriarsi di gioie semplici come lo scoprire un bucaneve precoce con lo stupore di una bimba.

Gli sembrò significativo tutto quel biancore che avevano intorno, il quale avvolgeva ogni cosa fino agli estremi orizzonti. Pensò che la neve, così candida e pura, proteggeva sotto di sé i germogli che a primavera avrebbero preso lo slancio e sarebbero cresciuti per darci i fiori e le biade.

Gli piacque immaginare che anche per lui, dopo il grigio inverno della sua vita sterile e solitaria, stesse per arrivare la bella stagione a sciogliere la neve del suo cuore, e sotto vi avrebbe trovato come un fresco bocciolo l’amore di Oriana. 

In fondo anch’egli era un candido. Non che non avesse corso la sua cavallina, ceduto ad amori mercenari e poco nobili istinti, ma conservava in un cantuccio dell’anima una nativa purezza. Non si era mai compiaciuto della sua condizione di scapolo vizioso, anzi la detestava come una schiavitù, non trovando però  la forza per riscattarsene.

Ora sentiva che essa gli veniva da quella creatura e che il suo amore lo avrebbe redento. Ciò avrebbe significato la fine della sua solitudine: la buona sorte goduta in comune, quella avversa sopportata insieme, per uno che soffriva ci sarebbe stata la cura e la pietà dell’altro.

Ma se quest’amore gli venisse negato, la ragazza gli dicesse di no? Non voleva nemmeno pensarci. Però, tornato a casa, questa domanda suo malgrado lo torturò per tutta la settimana.

 

La domenica seguente si ritrovarono lassù. Un sole quasi già primaverile faceva brillare la neve di miriadi di piccole stelle come un bianco firmamento terrestre. Oriana vi s’inebriava come una farfalla, mentre insieme ai compagni saliva allegra il sentiero che conduceva sulla vetta del monte P... che s’erano proposti di raggiungere

Renato le camminava vicino e non smetteva di guardarle il bel viso acceso e sudato, mentre un fiato caldo le usciva formando sbuffi di vapore. L’amava sempre più intensamente, di un sentimento che lo faceva soffrire e gli stringeva il cuore. La spiava ansioso cercando di cogliere nei suoi atteggiamenti ed espressioni qualche segno, un sintomo anche piccolo il quale lasciasse intendere che ricambiava il suo sentimento.

A un tratto la ragazza abbandonò il sentiero attratta da alcuni fiori. Piccoli e modesti, quasi timorosi erano sbucati dalla neve che piangendo se n’andava, e un po’ alla volta lasciava loro la gentile signoria della montagna, il compito di decorare i prati e i poggi fra le rocce grigie. I primi e più curiosi di una serie innumerevole che non avevano più voglia d’aspettare. Ma se Oriana non li avesse colti per farne un mazzetto, il freddo della notte li avrebbe «bruciati» castigandoli per la loro impazienza. 

La comitiva dei gitanti, che erano molto spensierati e cantavano allegramente, aveva proseguito per la propria strada senza badare a loro, e così i due giovani erano rimasti soli.

«Guarda quanto sono carini!» disse la ragazza mostrandogli i fiori. «Sono piccoli e stentati ma li ammiro per il loro coraggio.»

«Che ne farai?» chiese Renato.

«Li porterò alla Madonna, una Madonna che so io, laggiù in città.»

«Non si sciuperanno nel viaggio?»

«Starò attenta. Li avvolgerò bene nella carta che lì proteggerà.»

Ripresero il cammino correndo, per recuperare il tempo perduto e ricongiungersi ai compagni ormai lontani. Ogni tanto, del filo spinato e dei cavalli di frisia apparivano lungo il sentiero, residui della guerra che aveva imperversato in quella zona, situata lungo la Linea Gotica. Mentre Renato saltava uno di quegli ostacoli scivolò cadendovi sopra in malo modo, e la punta acuminata di un «cavallo» gli si conficco nelle parti basse. Provò uno spasimo acuto ed emise un lamento soffocato. Si sollevò a stento e subito si lasciò andare disteso sulla neve, vinto da un dolore lancinante.

Il suo viso era diventato straordinariamente pallido, le labbra serrate e gli occhi spenti. Una grossa chiazza di sangue gli apparve sui calzoni in corrispondenza dell’inguine, allargandosi a vista d’occhio. E subito, filtrando attraverso la stoffa, cominciò a gocciolare sulla neve, finché il poveraccio svenne.

Oriana si agitò qua e là come una cerva a cui il cacciatore ha colpito il compagno ed è rimasta sola nella foresta. Gridando invocò l’aiuto degli amici che ignari continuavano l’ascesa. Ma erano già troppo distanti e separati da una cresta di roccia per udirla.

Rimase lunghi istanti indecisa sul da farsi: guardava Renato esanime, bianco che sembrava un morto, e il sangue che ora usciva fuori come lo zampillo di una fontanella, e fumava caldo al contatto con la neve. Si passò la mano sulla fronte bagnata di sudore freddo, in un gesto di sgomento. Esitò ancora qualche attimo, poi si fece coraggio e gli sbottonò i calzoni, mettendo a nudo il sesso.

 Vide che l’aculeo, pur essendo penetrato molto vicino, non aveva leso l’organo, ma dicerto perforato una vena importante perché il sangue continuava a sgorgare abbondante e rosso cupo.

«Basta esitare! Qui bisogna far presto sennò questo povero cristo mi muore qui dissanguato,» pensò a voce alta, quasi muovendosi un rimprovero per l’incertezza dei primi istanti. Estrasse dallo zaino il pacchetto del pronto soccorso che in montagna portava sempre con sé. Scostando poi con una mano i genitali, e tenendoli fermi perché non ricadessero sulla ferita, la lavò bene con l’acqua ossigenata e quindi la disinfettò con abbondanti spruzzi di alcol.

Mentre sentiva scivolare copioso il sudore sul proprio viso e le tempie che le bruciavano, vi pose sopra della garza sterile, tutta quella che aveva con sé, e sulla garza l’intero pacchetto del cotone.

Quindi, per meglio agire, calò ancora più in basso i calzoni di Renato e fasciò il tutto strettamente con lunghe strisce di stoffa ricavate da una camicia di ricambio che aveva nello zaino, facendole passare con diversi giri lungo l’inguine, la natica e il perineo. In tal modo riuscì a tamponare il sangue che ora non sgorgava più, anche se aveva già tinto di rosso tutto l’impacco.

Tirando un sospirone di sollievo, ed esclamando fra seccata e divertita, ma più che altro soddisfatta: «Ma guarda un po’ cosa mi doveva capitare!» sollevò lo sguardo verso il volto di Renato e vide con stupore che non era più svenuto: già prima si era risvegliato e zitto zitto i suoi occhi la fissavano con ammirata e commossa meraviglia.

Oriana si mostrò crucciata al pensiero che l’aveva spiata in silenzio.

«Perché mi guardavi senza dirmi nulla?» lo rimproverò, tirandosi indietro col dorso della mano una ciocca di capelli cadutile sugli occhi.

«Perché nell’osservarti sono rimasto incantato, e poi non ti volevo disturbare nel tuo lavoro... anche nel mio interesse.»

«Va bene, per questa volta ti perdono,» disse celiando la ragazza, con l’aria di una regina che concede la grazia a  un suddito; e gli sorrise continuando su quel tono scherzoso per mascherare l’imbarazzo che la situazione le procurava.

Vedendo che lui non osava chiederle nulla di ciò che più doveva premergli di sapere, fu lei a rompere il ghiaccio:

«Dunque... tutto fatto!» esclamò con finta naturalezza.

«E lo dici cosi?»

«Come vuoi che lo dica, cantando e con la musica?... È stato abbastanza semplice. Non mi sembra una cosa grave, ma deve vederti subito un dottore. Ci vorranno dei punti di sutura perché la ferita è profonda e piuttosto estesa, anche se per fortuna, ehm, insomma... non è stato leso... nulla d’importante, mi pare...» La parlantina di Oriana, come uno sfogo, scivolava via sospinta dall’eccitazione. «Io ho fatto una cosa rabberciata alla meglio, tanto per fermare il sangue, ma non vorrei aver commesso qualche errore... in fin dei conti non sono mica un’infermiera... Scendo subito in paese a cercare un medico. Tu non muoverti perché la ferita potrebbe riaprirsi.»

Gli gettò addosso con simulata noncuranza, quasi in modo sgarbato, il suo giaccone, perché non prendesse troppo freddo. Rimase con la maglia che le fasciava stretto il petto, facendo risaltare i movimenti ancora alquanto accelerati della respirazione.

«Ma così avrai freddo tu,» si preoccupò Renato.

«Non dire sciocchezze... sarà che a fare tale genere di cose non ci sono abituata, questa faccenda mi ha messo i bollori addosso!»

«Sei una ragazza meravigliosa,» riuscì a esprimere la sua gratitudine il giovanotto, con voce rotta dall’emozione.

«Una bella frase fatta!» esclamo lei. Ma gli sorrise nuovamente, un sorriso molto aperto e senza traccia d’imbarazzo stavolta, un sorriso pieno di sentimento. «Devo andare in fretta,» proseguì, «altrimenti non troverò nessuno», ma non si muoveva di un centimetro.

Renato continuava a fissarla intensamente, con occhi dilatati in un viso pallidissimo, trasecolato come avesse soltanto sognato ciò che aveva visto e fosse ancora sotto l’impressione attonita dell’incubo. Improvvisamente, sollevandosi un po’, le prese una mano, la strinse forte fra le sue e gliela baciò con grande trasporto.

«Ti amo tanto!» trovò il coraggio di dirle. Oriana la ritrasse un po’ bruscamente e arrossì, ricompose all’istante i lineamenti turbati del viso e sorrise ancora, cercando di svicolare nel disimpegno.

«Ti amo, ti amo, ti amo...» replicò Renato riafferrandole la mano e baciandola ancora con frenesia, mentre alcune lacrime gli scivolavano furtive.

«E ci voleva tutto quest’affare perché me lo dicessi?» sbottò allegra la ragazza. «Va bene, va bene... ricevuto! Ma ora non c’è tempo per simili sciocchezze, ciò che conta è la tua salute, la quale, dopo quello che m’hai fatto appena sapere, mi preme ancora di più... Ciao!»

 Si allontanò agitando la mano e correndo lungo il ripido sentiero, prima che Renato le potesse rispondere qualcosa (vole­va farlo, ma era rimasto a bocca aperta), saltava giù come una giovane stambecca sulla neve, qualche volta deviava apposta, faceva delle piroette come giocando.

«Oltre a essere meravigliosa è anche un po’ matta!» esclamo Renato che la seguiva incantato con lo sguardo, «il che non guasta, anzi rende la vita più allegra!»

La vide sparire dietro una curva lontana, ormai piccolissima, quasi soltanto un puntino nero. Nonostante il dolore per la ferita, e la gran debolezza, si sentiva felice e con l’animo finalmente placato, in pace con se stesso come non lo era mai stato in vita sua, senza più il tormento di prima. Si distese nuovamente sulla neve in attesa del ritorno di Oriana. E così supino fissava il cielo e pregava.

                                                  Giacomo Paolini

 

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