|
UN
VIAGGIO FRUTTUOSO Allora facevo il barrocciaio e conoscevo una
famiglia di pastori montanari che passavano al piano i mesi freddi, e
risalivano la valle non appena si scioglievano le nevi a primavera, lieti di
ritornare ai verdi pascoli, alle ombrose selve, alla nativa casa di pietra,
le cui immagini custodivano nel cuore i lunghi mesi di «esilio»,
fresche come in un frigorifero. C’erano un‘ottantina di chilometri da fare e
io li accompagnavo col mio barroccio carico delle loro masserizie. Erano Ercole
il «capotribù» e sua moglie Maria, il figliolo Antonio con la giovane
sposa Teresa, e la figliola Giovanna. Teresa era gravida e sedeva con me sul
barroccio, grossa e tonda. Gli altri, a due alla volta conducevano il gregge
e la coppia libera veniva a farci compagnia. Andavamo
tranquilli nella notte per la strada bianca di polvere che saliva tra i
castagni e le rocce illuminate dalla luna piena. Il gregge frusciava
avanzando e sollevava una nuvola che alla luce della Luna sembrava d’argento.
Battevano gli zoccoli del cavallo e sbatacchiavano le ruote del barroccio.
Giovanna mi sedeva accanto, era giovane bella e bionda, aveva le labbra rosse
e carnose, il seno sviluppato e sodo, e le lentiggini erano granelli di pepe
sul suo viso. La luce degli occhi le veniva diritta dal profondo dell’anima
e incantava. Io avevo quasi trent’anni e mia madre si logorava l’anima per il
mio stato di celibe, e mi ripeteva continuamente che era tempo mi trovassi
una donna. E ora pensavo che Giovanna, porca miseria! mi sarebbe proprio
piaciuta per moglie. Teresa stava distesa supina sul materasso
dietro a noi, e attraverso i commossi, imbambolati occhi di gestante il
bambino che portava in grembo guardava le stelle. Antonio la contemplava, il
sigaro fra i denti gialli, l’ispida barba rossiccia, e sentiva germogliare
nell’anima, crescere e farsi grande il senso atavico e sempre nuovo della
paternità. Ercole guidava il gregge, il portamento regale e giovanile, eretto
il petto rapide le gambe, e le pecore lo seguivano guardando a lui fiduciose
come a quello che le conduce ai buoni pascoli, munge i petti quando son pieni
e fanno male, le aiuta a liberarsi del frutto del ventre, le tosa quando il
caldo rende il vello fastidioso. Maria
seguiva il branco badando che nessun animale si sperdesse, pregava che
rimanesse in salute e si accrescesse di nuovi capi, siccome la sposa era
incinta e nuove spese avrebbe comportato la sua prossima maternità e altro
non avevano su cui contare: il latte, la lana, gli agnelli erano le loro
uniche risorse. Suonava
la mezzanotte l’orologio di un vecchio campanile e il capo fece segno di
fermarsi. Entrammo in una selva e ci sistemammo sotto i castagni. I pastori
munsero le pecore, accesero un fuoco fra due grosse pietre e vi posarono
sopra il paiolo pieno di latte. Nel silenzio della notte si udì quando
spiccava il bollore. Intorno se ne sparse il profumo che stimolò ancor più il
nostro già fiero appetito. Passò Maria e ne riempì una ciotola a ciascuno:
fumante, il latte cadeva dal paiolo e spumeggiava nella scodella, vi spezzammo
il pane e cominciammo la parca cena. Avevo
slegato dal barroccio il cavallo, il suo manto bianco non sembrava più sporco,
com’era in realtà, ma anzi aveva riflessi preziosi sotto la luna, mentre
vagava libero e si pasceva. Anche le pecore, stimolate dalla fatica del viaggio,
non cessavano un attimo di brucare l’erba inumidita dalla guazza e tutti,
cristiani e bestie, eravamo uniti nel rito della cena. Maria
ripassò col secchio del latte e riempì un’altra volta le nostre scodelle di
affamati. Sentii qualcosa di umido e caldo lambirmi il collo, era la lingua
del mio cavallo che lo leccava, ma non era per nulla un segno d’affetto...
Capii l’antifona, versai in un secchiello l’avena di cui era golosissimo e
gliela porsi. Mi ringraziò con un’altra leccata, questa sì affettuosa. Tutti
insieme formavamo un largo cerchio intorno al fuoco che colorava di rosso i
nostri visi. Intorno giganteggiavano molti vecchi castagni. «Vedi
amico,» mi disse Ercole indicandoli, «per la gente di montagna questi alberi
sono come per me le pecore. Sono tutto, la brace nel focolare, la polenta
sulla tavola, il maiale nel porcile... Sono la vita.» «Come
per me il cavallo,» dissi. «Tutto ciò che abbiamo intorno è vita per noi: per
me il cavallo, per te le pecore, per loro i castagni.» Il
cavallo nitriva eccitato dall’avena e agitava giocosamente il muso. Le
pecore, anch’esse pasciute e sgravate del latte riposavano tranquille
ruminando. Anche noi ci stendemmo sulle coperte, e vedevamo le tremule
foglie dei castagni lassù contro il cielo stellato. L’aria era fresca, mossa
da una leggera brezza, calmo il nostro stomaco e tutto invitava al sonno. Ma il
mio cuore era caldo e in gran fermento, e non potevo chiudere occhio.
Giovanna era distesa vicino a me e il profilo del petto si alzava e abbassava
nel ritmo della respirazione. Mi vennero in mente i seni delle pecore che ci avevano
appena sfamato. Quando, anche quello di Giovanna si sarebbe riempito di latte?
E chi avrebbe saziato? I miei figli vi avrebbero attinto il primo nutrimento?
Una densa corrente d’amore mi percorse fin nel profondo, e se da un lato mi
faceva piacere, dall’altro mi feriva per il senso di frustrazione che mi
procurava il non poter parlare, il non saper agire a causa della mia
timidezza e della paura di un rifiuto. Trascorsero
lunghi istanti di pena. Poi, inaspettatamente, vidi la sua mano bianca
abbassarsi sulla mia, la sentii posarvisi calda e leggera e stringere un po’
con le dita. I nostri sguardi s’incontrarono. Tutti dormivano ormai e
intorno a noi c’era pace, silenzio e ombra quando ci confessammo il nostro
amore. «Cosa
aspettavi a dichiararti?» poi Giovanna mi sussurrò in tono di dolce
rimprovero. «Ho dovuto farla io la prima mossa, levarti io la castagna dal
fuoco... Per questo non mi crederai sfrontata, leggera e civetta, spero...» «Che
dici mai... Sei così bella che non mi credevo degno di te e mi mancava il
coraggio di osare. Se mi dichiaro, pensavo, mi rifiuta dicerto e allora
soffrirò.» «Credevi
che non mi fossi accorta dei tuoi sguardi, dell’espressione del viso, del tuo
struggimento... Esprimevano l’amore meglio delle parole.» Udimmo
dei belati, come lamenti, levarsi dal gregge, vedemmo un vivace movimento, un
ondeggiare di tutto il branco. Il vecchio si svegliò e si diresse verso le
pecore con la lanterna. Armeggiò alcuni momenti là in mezzo, e quindi agitò
il lume verso di noi. «Venite
a vedere,» disse, «Primadonna ha appena figliato!» Andammo
e al chiarore della lampada vedemmo fresco in terra un bell’agnellino. Anche
gli altri si erano svegliati e venivano a guardare. «Non
ci crederete gente,» sbottò allegro Ercole prendendo fiasco e bicchieri, «ma
a me questa faccenda mi ha fatto venir sete!... A voi no?» Brindammo
allegramente, e approfittammo dell’atmosfera festosa che s’era creata con
la complicità di Bacco per annunciare senza indugio la nostra intenzione di
fidanzarci e chiedere il consenso dei genitori. Lo
stupore fu la prima espressione che leggemmo sul volto dei nostri compagni,
poi l’approvazione e la gioia si manifestarono nell’atteggiamento di tutti
prima che fossero confermati dalle parole. Il viso di Maria mi richiamò alla
mente quello di mia madre che laggiù aspettava sola il mio ritorno, come sempre
in ansia per me, preoccupata che potesse succedermi qualche disgrazia durante
il mio girovagare col barroccio per le strade, già invase da non poche
automobili e camion. Pensai a quando le avrei dato la buona notizia, e
immaginai, come la vedessi in quel momento, la contentezza che sarebbe
apparsa anche sul suo viso. All’alba
riprendemmo il cammino mentre le campane delle pievi si rispondevano da
un’altura all’altra suonando la prima Avemaria del giorno. Ora la strada saliva
sassosa fra i monti alti, lassù nudi e rocciosi, più giù verdeggianti e
sparsi qua e là di case. Un paese sorgeva vicino alla strada sulla riva di un
laghetto dove dei ragazzi pescavano, e alcune trote che avevano abboccato
all’amo si dibattevano in un sacchetto di rete brillando argentee al sole. Ora Giovanna e Antonio menavano avanti il
gregge ed Ercole sedeva vicino a me sul barroccio. Portava un vecchio
cappellaccio nero e nell’ombra della tesa gli occhi parevano due piccoli
fari, tanto erano vivi e luminosi. Grattandosi la barba di almeno una
settimana, che crepitava come piccoli sterpi secchi, disse: «Sicché vi
sposate... Non lo dico perché è la mia figliola, ma Giovanna è una ragazza di
molto in gamba. Anche tu sei un bravo giovanotto senza grilli per la zucca
che lavori sodo, e te la do volentieri. Ti dico proprio la verità che per lei
di meglio non potevo sperare.» «Ti ringrazio. Conto di sposarla a
ottobre quando tornerete al piano. E così la finirà di far questa vitaccia
vagabonda esposta alle intemperie, e se ne potrà star comoda in casa mia
riverita come la regina.» «Star
comoda e riverita va bene... ma anche con noi non le è mica mai mancato
niente,» disse Ercole un po’ risentito e con fierezza. Regina quanto ti pare, ma sentirà la mancanza delle sue pecore, e
di questa che tu chiami vitaccia, e
vitaccia è davvero, ma presenta anche i suoi lati buoni... E ti posso giurare
che avrà nostalgia delle giornate passate all’aria aperta, degli uccelli che
cantano, delle farfalle che volano sui fiori, delle lepri schizzate fuori dall’erba,
delle lucertole che stanno al sole sui muriccioli, della pioggia che picchia
sull’ombrello verde del pastore, del vento che asciuga, delle nuvole che
vagano nel cielo, dell’ansia per il tempo che minaccia... E quando nelle
notti d’aprile sentirà i campanacci dei branchi che lasciano la pianura e
transumano verso la montagna, il richiamo sarà forte, te lo garantisco io, e
dovrai tenerla stretta nel letto se non vuoi che ti sgusci via come
un’anguilla.» La
strada era sempre più malandata man mano che si saliva e il barroccio
sobbalzava maledettamente. Fu verso sera che il viso di Teresa si fece
pallidissimo e le presero le doglie. Il luogo era deserto. Ci fermammo sul
greto del fiume che sebbene un po’ distante costeggiava la via. L’acqua
scorreva limpida e trasparivano sul fondo i ciottoli resi lisci e tondi dalla
vivace corrente. Stesero
un materasso sulla ghiaia ancor calda di sole e vi adagiarono la partoriente.
I dolori si fecero più acuti, lancinanti. Il volto deformato, trasecolato,
brillava di un sudore freddo. La vecchia, che di queste cose se ne intendeva,
disse subito che non c’era tempo da perdere, meno che mai per andare in cerca
di qualcuno, una levatrice o un dottore, come mi ero offerto di fare io.
Antonio mi guardava stupito e sgomento non sapendo che pesci pigliare. «Devi
stare soltanto calmo,» esclamai, tanto per dire qualcosa, visto che
continuava a fissarmi quasi implorante, come aspettasse un aiuto da me. Lo
presi per un braccio e ci allontanammo un po’, giusto mentre Maria si curvava
sull’inguine di sua moglie. «Non
guardare e tappati le orecchie, è una cosa naturale, Teresa è giovane e forte
e presto sarà tutto finito,» cercai di fargli coraggio. Accesi
un sigaro e glielo cacciai a forza in bocca: «To’, fuma questo che ti farà
bene!» Il
fiume scorreva lì accanto come faceva da millenni, da un lato e dall’altro si
stendevano boscaglie secolari, il sole stava per tramontare alla stessa
maniera di sempre proiettando lunghe ombre. Gli uccelli ritornavano dai
seminati e dal beccare le bacche nel folto delle selve, per affollarsi sugli
alberi e passarvi la notte. Le pecore, i cani, il cavallo, come avessero
percepito ciò che stava accadendo con qualche senso a noi sconosciuto,
drizzavano gli orecchi e guardavano sospesi, immersi in quello scenario che
gli ultimi bagliori del tramonto coloravano di rosso. I
lamenti della partoriente cessarono, c’era nell’aria il silenzio e la pace
del giorno che muore, e fu in quella quiete carica d’attesa che udimmo
levarsi un suono antico come il mondo e sempre nuovo, il pianto di un bambino
che pareva disperato ed era di vittoria. Con i
materassi e le coltri facemmo del mio barroccio un soffice letto, vi
adagiammo la puerpera e il neonato e riprendemmo il cammino. Io guidavo
orgoglioso del nuovo carico, un carico che non mi sarei mai immaginato di
portare. Poiché ormai era scesa la notte e la strada appariva sempre più
accidentata, il vecchio scese a precederci con la lanterna per illuminarci il
cammino. Antonio ci seguiva commosso e trepidante, mentre Maria e Giovanna
con le pecore chiudevano il corteo. «È
stata una nascita degna di un pastore,» disse Ercole che aveva sentimento per
queste cose, e a suo modo era poeta, non di quelli che scrivono poesie come
cose, ma percepiscono la poesia nelle cose. «È nato in riva a un fiume fra i
boschi e le montagne come nascono gli agnelli. Lo chiameremo Libero Silvano,
e sarà un buon pastore.» Il
cielo era limpido e con tantissime stelle come la sera precedente. «No,»
precisò il vecchio sentendo che ne parlavo con gli altri, «stasera di stelle
ce n’è una in più, perché per ogni creatura che nasce sulla terra il Signore
accende una stella nel cielo, affinché l’accompagni e la protegga fino alla
morte. Non si dice forse, la mia, o la
tua buona stella?» Tutta
la notte camminammo e alle prime luci del giorno si giunse in paese, l’ultimo
paese del mondo! Le pecore erano stanche, il cavallo spossato, gli uomini
sfiniti. Il sonno appesantiva le nostre palpebre, velava le pupille. I
muscoli erano indolenziti, le ossa rotte, i piedi scorticati. Ma nessuno se
ne lamentava, non aveva importanza. Importante era soltanto che Teresa e
Libero Silvano stessero comodi sopra il materasso avvolti in una coperta, e
che arrivassero, come finalmente arrivarono, sani e salvi alla meta. Il
villaggio dormiva ancora quando il piccolo corteo attraversò le sue viuzze
acciottolate. Sbatacchiavano i campanacci delle pecore, abbaiavano i cani,
strillava il bambino. E la gente, che volente o nolente si svegliò, diceva:
«Eccoli!» «Sono
tornati!» «Arrivano
i pastori a portarci la buona stagione.» E
ripensavano a quel lungo, rigidissimo inverno che si erano appena lasciati
alle spalle. E saltavano giù dal letto, spalancavano le finestre, salutavano
con la mano e con la voce. «Oh,
Maria!» «Salve
Antonio!» «Bentornata
Giovanna!» E
scendevano nella strada per abbracciarli. «Stai
bene, Ercole?» «Com’è
stato il viaggio?» «Posso
dirvelo con una sola parola: fruttuoso!» Udivano
strillare il marmocchio, e vedendo la madre e il bambino distesi nel
barroccio accanto a un lenzuolo macchiato di sangue, domandavano: «Gesù,
Gesù... quand’è successo?» «Ieri
sera giù al fiume...» Ercole spiegava. «Per non parlare di un agnellino anche
lui nato, e di un matrimonio combinato!» «Come?»
«Quale?» Si affollavano incuriositi attorno a lui che raccontava, gonfio
d’orgoglio come un tacchino, pavoneggiandosi allegro in mezzo a quella gente
festosa, mentre lassù sul barroccio il barrocciaio strizzava l’occhio a
Giovanna.
Giacomo Paolini |